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Il fisco strangola il ceto medio: pagano gli stessi e il ‘nero’ non frena
di Giacomo Scillia
C’è un punto oltre il quale la parola tasse non basta più. Bisogna chiamarla con il suo nome vero: pressione quotidiana. Pressione sulla busta paga, sulla pensione, sulla piccola impresa, sull’artigiano, sul commerciante che apre la serranda, sul professionista che emette fattura, sul proprietario che dichiara l’affitto, sul pensionato che dopo una vita di lavoro continua a vedere trattenute, addizionali, conguagli, acconti e saldi.
La notizia è lì, stampata nero su bianco: pressione fiscale italiana al 42,9%. Una lievissima discesa rispetto al 43,1% del 2025, ma sempre dentro una gabbia fiscale tra le più pesanti d’Europa; secondo le stime citate dalla Cgia, nel 2027 potrebbe addirittura tornare al 43,2%.
Ora, diciamolo senza troppi giri: chiamare “diminuzione” una limatura di questo tipo è quasi una presa in giro. È come togliere un sassolino da una valigia piena di mattoni e dire al contribuente: “Vedi? Adesso viaggi leggero”.
A Reggio Emilia e provincia questa cosa si sente ancora di più. Perché qui esiste un tessuto fatto di pensionati, dipendenti, artigiani, commercianti, piccoli proprietari, famiglie che hanno sempre dichiarato, sempre pagato, sempre sopportato. Gente che non ha paradisi fiscali, non ha società di comodo, non ha consulenti per sparire tra le pieghe della legge. Ha il cedolino, il modello F24, il conto corrente, la pensione, la casa magari comprata con trent’anni di mutuo. E su quella gente lo Stato, la Regione e il Comune sanno sempre dove andare a bussare.
Nel Comune di Reggio Emilia l’addizionale comunale Irpef prevede l’esenzione solo fino a 15.000 euro di reddito imponibile; sopra quella soglia l’aliquota è dello 0,8%, applicata sull’intero reddito imponibile.
A questo si aggiunge l’addizionale regionale dell’Emilia-Romagna, con aliquote progressive che arrivano al 3,33% oltre i 50.000 euro.
Tradotto in italiano semplice: lo Stato prende, la Regione prende, il Comune prende. Ognuno ha la sua mano. E alla fine il cittadino si ritrova con la sensazione di essere diventato un bancomat con le gambe.
E non parliamo solo dei redditi alti. Qui il dramma vero è il ceto medio: quello che non è povero abbastanza per essere aiutato e non è ricco abbastanza per difendersi. È la fascia che tiene in piedi tutto e riceve in cambio poco più di una pacca sulla spalla. Il lavoratore dipendente paga prima ancora di vedere i soldi. Il pensionato paga sulla pensione, perché i redditi da pensione concorrono alla formazione del reddito imponibile Irpef.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: dopo una vita di contributi, trattenute, imposte, sacrifici e stipendi già alleggeriti dal fisco, il pensionato continua a essere considerato una sorgente fiscale. Non una persona da rispettare, ma un capitolo di entrata.
Poi arrivano le grandi parole: “riforma Irpef”, “riduzione del cuneo”, “alleggerimento fiscale”. Ma quale alleggerimento? Se per molti cittadini il risultato reale è una manciata di euro, magari diciotto, venti euro all’anno, di cosa stiamo parlando? Di politica fiscale o di teatro dell’assurdo?
È offensivo raccontare come grande liberazione una riduzione che spesso non cambia nulla nella vita concreta delle persone. Non ci paghi una bolletta. Non ci fai una spesa. Non ci sistemi la macchina. Non ci compri nemmeno un paio di scarpe decenti. Però intanto la propaganda gira, le conferenze stampa si fanno, i titoli escono.
Il punto più insopportabile, però, è un altro: pagano sempre gli stessi. Sempre. Chi ha un reddito tracciato, chi ha una pensione, chi emette fattura, chi lavora alla luce del sole. Mentre interi pezzi di economia sommersa continuano a muoversi con una tranquillità quasi sfacciata.
L’Istat ha stimato che nel 2023 l’economia non osservata superava i 217 miliardi di euro e che le unità di lavoro irregolari erano 3 milioni e 132 mila.
Questi non sono dettagli. Questo è il grande buco nero dentro cui finiscono miliardi, mentre il cittadino onesto viene spremuto fino all’osso. E allora la domanda diventa politica, morale, perfino civile: perché il rigore vale sempre per chi è già visibile e molto meno per chi resta invisibile?
Prendiamo un esempio concreto, scomodo, ma reale: le lezioni private in nero. Non parlo degli insegnanti corretti, che dichiarano e fanno tutto in regola. Parlo di quel mercato parallelo, spesso tollerato, spesso conosciuto da tutti, che gira nelle case, nei doposcuola improvvisati, nelle ore serali, nelle preparazioni agli esami, nei recuperi estivi.
Già anni fa una rilevazione nazionale della Fondazione Luigi Einaudi parlava di un fenomeno enorme: il 90% delle ripetizioni private non dichiarate e un’evasione stimata attorno agli 800 milioni di euro. È un dato non recentissimo, ma resta indicativo di una zona grigia gigantesca.
E allora bisogna chiederlo: quanti soldi passano ogni anno senza ricevuta? Quante famiglie pagano in contanti? Quante ore vengono incassate senza che lo Stato veda un euro? E perché su questo mondo si sente sempre un silenzio educato, quasi imbarazzato?
Il problema non sono solo le ripetizioni. Quello è un esempio. Il problema è il principio. Se un bar, un negozio, un tabaccaio, un artigiano, un pensionato o un dipendente sbaglia di pochi euro, il sistema lo vede. Se invece migliaia di piccoli incassi scivolano ogni giorno nel nero, spesso diventano paesaggio. Una cosa che “si sa”, ma che nessuno vuole davvero disturbare.
E qui nasce l’ingiustizia più velenosa: l’evasione non è mai neutra. Ogni euro evaso da qualcuno diventa, prima o poi, un euro chiesto a qualcun altro. Lo paga chi non può scappare. Lo paga il pensionato. Lo paga il lavoratore dipendente. Lo paga la piccola impresa che già combatte con affitti, bollette, burocrazia, sicurezza, contributi, commercialista, Tari, Imu, addizionali e mille altre voci che sembrano inventate apposta per togliere il sonno.
Poi, come se non bastasse, torna periodicamente il fantasma della patrimoniale. Si parla di tassare i grandi patrimoni, di spostare il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza, di colpire soglie alte, superiori ai due milioni o ancora più alte secondo le varie proposte. Il dibattito è reale: nelle ultime settimane sono circolate proposte e iniziative politiche su patrimoni elevati e successioni.
Ma anche qui il cittadino normale sente puzza di fregatura. Perché in Italia ogni tassa nasce “per pochi”, “per i ricchi”, “per casi eccezionali”, e poi piano piano si allarga, si normalizza, si infila nei cassetti della gente comune. La storia fiscale italiana dovrebbe averci insegnato qualcosa.
Prima di parlare di patrimoniale, lo Stato dovrebbe avere almeno la decenza di fare tre cose: tagliare gli sprechi veri, combattere seriamente l’evasione diffusa e smettere di spremere chi è già tracciato fino all’ultimo centesimo. Altrimenti è troppo comodo. Troppo facile. Troppo italiano.
Non riesci a far pagare chi evade? Allora aumenti la pressione su chi paga già. Non riesci a controllare il sommerso? Allora inventi una nuova imposta. Non riesci a ridurre la spesa improduttiva? Allora racconti che serve “responsabilità”.
No. La responsabilità non può essere sempre a senso unico.
A Reggio Emilia questa discussione dovrebbe diventare centrale. Perché qui non siamo davanti a un problema astratto da convegno. Qui ci sono pensionati che fanno i conti con la spesa, famiglie che vedono salire tutto, commercianti che tengono aperto anche quando il centro si svuota, proprietari che pagano tasse su immobili magari sfitti o problematici, lavoratori che ricevono aumenti mangiati dall’inflazione e dal fisco prima ancora di sentirli in tasca.
E intanto la città chiede: più sicurezza, più pulizia, più manutenzione, più servizi, più decoro. Giustissimo. Ma se il cittadino paga tanto, tantissimo, ha anche il diritto di pretendere una città all’altezza. Non una città stanca, sporca, rattoppata, con zone abbandonate e commerci lasciati soli. La pressione fiscale sarebbe già pesante se i servizi fossero eccellenti. Diventa intollerabile quando la qualità della vita non cresce di pari passo.
La verità è che il patto fiscale si è rotto. Il cittadino onesto accetta di pagare se vede equità, efficienza, rispetto. Ma quando vede che il sistema è severissimo con lui e distratto con altri, qualcosa si spezza. Non è antipolitica. È stanchezza civile. È la sensazione di essere presi in giro da decenni.
E allora basta con le parole zuccherate. Basta con le riduzioni fiscali raccontate come rivoluzioni. Basta con le patrimoniali presentate come carezze ai poveri. Basta con il nero tollerato perché “tanto si è sempre fatto così”. Basta con il pensionato trattato come un contribuente eterno, con il lavoratore dipendente spremuto alla fonte, con il piccolo imprenditore trasformato in esattore gratuito dello Stato.
Un Paese serio fa pagare tutti, non sempre gli stessi.
Un Comune serio chiede tasse solo se restituisce servizi visibili.
Una politica seria non promette venti euro di sollievo mentre prepara nuove mani nelle tasche.
E uno Stato giusto non lascia che l’evasione continui tranquilla mentre chi ha sempre pagato viene guardato come una vacca da mungere.
La domanda finale è semplice: vogliamo davvero ridurre la pressione fiscale o vogliamo solo cambiarle nome? Perché se la risposta è la seconda, almeno abbiano il pudore di non chiamarla riforma. Si chiama tosatura. E a forza di tosare sempre gli stessi, prima o poi anche il cittadino più paziente si stanca di belare in silenzio.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.