La domenica del 25 luglio 1943, alle ore 22.30, la radio annuncia: Mussolini ha presentato le dimissioni, il re ha nominato il maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, capo del governo.
All’annuncio cominciarono subito manifestazioni di gioia che esplosero nella mattina del 26. Che cos’era accaduto? Tra la notte del 24 e il 25 luglio 1943, Benito Mussolini viene sfiduciato dal Gran consiglio del fascismo e subito dopo deposto (e poi arrestato) dal re Vittorio Emanuele III. La notizia è un fulmine a ciel sereno. Tante le manifestazioni di gioia con cortei spontanei, sventolii di bandiere tricolori con l’esaltazione di re Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio. Gli italiani credettero che fosse anche la fine della guerra. Ma il proclama letto dal maresciallo Pietro Badoglio era chiaro: “la guerra continua” a fianco della Germania.
Si registrano numerosi attacchi alle case del fascio e vengono distrutti i simboli mussoliniani. Sarà una breve “vacanza di libertà”, come l’ha definita lo storico Paolo Spriano. Infatti, la circolare emanata, subito dopo, dal generale Roatta ordinava la repressione anche con le armi di ogni manifestazione di piazza. Poche settimana prima, il 10 luglio 1943, gli alleati erano sbarcati in Sicilia e stavano risalendo, seppur faticosamente, la penisola. Ma dopo Stalingrado (battaglia conclusa il 2 febbraio 1943) la guerra scatenata dalla Germania nazista nel 1939, a cui si unì l’Italia fascista l’anno dopo, stava volgendo al peggio. Ragioni che spinsero la monarchia, le forze economiche e la chiesa a cercare una via un’uscita dalla guerra liquidando il dittatore che avevano vent’anni prima sponsorizzato.
Il nuovo governo (27 luglio 1943) decretò lo scioglimento del Partito nazionale fascista e di tutte le organizzazioni dipendenti, l’integrazione della Milizia nelle forze armate dello Stato, la soppressione del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Vietò la ricostituzione dei partiti politici per tutta la durata della guerra. E come già detto, furono vietate tutte le manifestazioni e vietato portare distintivi, esporre bandiere e riunirsi in pubblico in più di tre persone.
Reggio Emilia 25 e 26 luglio 1943
Nella provincia di Reggio fu una «notte di canti e balli sull’aia», della pastasciutta al «bollore e allo sbrago», organizzati dalla famiglia Cervi a Campegine. Antonio Zambonelli, storico reggiano, ha documentato 36 manifestazioni che si svolsero in 27 comuni sui 45 esistenti in provincia.
Dopo l’annuncio serale di Badoglio e nel corso della notte, grida di gioia percorsero le vie di Guastalla; a Luzzara, un gruppo di antifascisti «andò ad abbattere le insegne littorie davanti alla casa del fascio»; a Rubiera alcuni comunisti scesero per le strade cantando “Bandiera rossa”. Non dormivano i reggiani del “Cairo”, cuore del quartiere operaio di Santa Croce».
Alla caduta di Mussolini, è giusto sottolineare, il Partito comunista reggiano – nonostante la dura repressione a cui era stato sottoposto dal 1927 – era la sola forza politica in provincia che aveva mantenuto un minimo di struttura, collegata all’organizzazione nazionale interna e al centro di direzione generale, residente all’estero, con il gruppo dei comunisti reggiani emigrati in Francia. Infatti, molte delle manifestazioni avvenute nei vari paesi della provincia furono organizzate da esponenti comunisti. A Reggio Emilia, il 26 luglio, alla testa del corteo, che manifestò davanti ai carceri di San Tommaso, dopo aver fatto pressione davanti alla prefettura per la liberazione dei prigionieri politici, vi erano diversi noti comunisti: Armando Attolini, Arturo Pedroni, Arrigo Nizzoli, Ferdinando Ferrari, Aldo Magnani, Giannino Degani, Scanio Fontanesi, Gino Ruozzi, Giovanni Ferretti e Gino Iotti.
Al contrario, nei comuni dell’Appennino l’annuncio della caduta del fascismo non ebbe una grande risonanza a differenza delle pianura. Procedendo da ovest a est sulla via Emilia si registrano manifestazioni a Sant’Ilario, Calerno, Villa Gaida, Cade, Cella e Pieve Modolena, dove la «via Emilia era cosparsa di fogli di carta intestata dei rispettivi Fasci di frazione».
In quella giornata del 26 luglio, a Reggio Emilia l’avvocato Piero Fornaciari, ufficiale degli alpini in convalescenza, parlò in mattinata alla folla che gremiva il Mercato coperto, in via Emilia San Pietro, presente il «tenente dei carabinieri Cocconcelli, poi su un automezzo guidato da Brenno Arbizzi, con l’avvocato Manlio Mariani Cerati e l’avvocato Mario Bertacchi, si recarono a Cadelbosco Sopra e Poviglio, dove vennero prese di mira le sedi del PNF, carteggi e arredi gettati all’aria. Fornaciari e Arbizzi verranno condannati da un Tribunale della Rsi a 5 anni di carcere, l’avvocato Mario Bertacchi e Stanislao Paglia a due anni. Verranno invece prosciolti Dino Bresciani, Sergio Rossi, Mario Lasagni e Brenno Rosati»
Mentre nella “Bassa”, a Cadelbosco Sopra furono abbattuti gli emblemi del regime ed invase le sedi del fascio. I dimostranti percorsero le strade del comune cantando inni patriottici. Anche nella vicina Castelnovo furono scalpellati gli stemmi fascisti e saccheggiata la sede del fascio.
A Poviglio, dopo Reggio, arrivò l’avvocato Piero Fornaciari che, prima di parlare, neutralizzò «con un pugno un vecchio squadrista che, pistola in pugno, voleva impedire ai “facinorosi” l’ingresso in Municipio per arringare la folla dal balcone mentre sulla piazza, in un bel falò, bruciavano ritratti di Mussolini, fasci di cartone ed altra paccottiglia varia, simboli del decaduto regime. Nella frazione di San Sisto furono saccheggiati i locali «del dopolavoro e scaraventati dalle finestre quadri ed arredi, risparmiando però i documenti personali dei lavoratori».






Foto 1) Caduta del fascismo a Reggio Emilia, si tolgono i fasci del littorio. Foto 2) Gente in strada nel centro storico di Reggio. Foto 3) Corteo in via Emilia San Pietro. Foto 4) Assalto a una sede del Pnf in via Emilia Ospizio. Foto 5) Gente festeggia in strada in centro storico. Foto 6) Spuntano ritratti per il Re. (Le foto sono state scattate il 26 luglio 1943).
A Gualtieri la gioia era tanta che sciolse ogni desiderio di vendetta «tranne qualche caso isolato». A Guastalla, alle prime luci del 26, la casa del fascio venne presa d’assalto e gettati dalle finestre emblemi, bandiere, mobili, schedari; «nel gran falò che ne seguì, tutti continuarono, nel corso della mattinata, a portare qualcosa da bruciare. Atri andavano in giro a distruggere i vari emblemi e lapidi fascisti». Mentre a Villarotta nella sede del fascio furono bruciati in piazza documenti, registri, quadri. Così a Fabbrico analoghe manifestazioni popolari, testimoniate dall’allora parroco don Bassoli.
Spostandoci a Novellara, il mattino del 26 luglio, si registra un corteo che raggiunge la casa del fascio. Dalle finestre furono gettati documenti e ritratti del duce. Anche qui venne tutto bruciato ma «ai fascisti, non fu torto un capello». Scena analoghe si ripeterono a Campagnola, Rio Saliceto, San Martino in Rio, Rubiera.
A Correggio c’era stata grande animazione di folla fin dal mattino. Ma per alcune ore i manifestanti non erano riusciti ad entrare nella casa del fascio, dove stava asserragliato il ‘ras’ locale, Quirino Codeluppi, detto Nacio. Riuscirono ad entrare, nel pomeriggio, gli operai correggesi delle “Reggiane” di ritorno dalla manifestazione a Reggio, «dando il via al lancio di carte ed arredi vari dalle finestre. Fu anche gettato, e trascinato per le vie, un busto di Mussolini mentre qua e là divampavano i consueti falò».
Risalendo verso la pedecollina si assistono a scene analoghe nei paesi di Ciano d’Enza e Bibbiano dove «ognuno sfogò come poté la collera repressa per un ventennio senza che, peraltro, venissero compiuti atti di violenza ad uomini o cose: una vetrina rotta (quella della farmacia gestita da un fascista), una sberla al segretario del fascio locale, la distruzione di emblemi e documenti fascisti nella sede del fascio». A Cavriago un testimone racconta: «Andavamo in giro a prendere le camicie nere e le sahariane da ammucchiare in piazza». Anche a Quattro Castella, e nelle sue frazioni, simboli carte, fotografie di Mussolini e bandiere del regime finiscono nel fuoco. Il regime per alcune settimane, i 45 giorni che separano il 25 luglio all’8 settembre 1943, sembrava andare in cenere.
«Continuando verso est, lungo la fascia pedecollinare – scrive Antonio Zambonelli – risulta che manifestazioni vi furono, anche se non abbiamo reperito documenti al riguardo, pure nei comuni di Albinea e Casalgrande».
Le poche notizie su Scandiano le troviamo il 29 luglio sul “Tricolore”, la nuova versione del vecchio “Solco fascista”, che racconta di manifestazioni spontanee che inneggiavano «alla riconquistata libertà. Tutte le famiglie hanno adornato balconi e finestre con drappi e bandiere tricolori. Anche nelle diverse frazioni si sono svolte spontanee dimostrazioni, e fra queste va rilevata quella di Ca’ de’ Caroli dove insieme agli operai dimostranti si è unita una compatta folla di bambini».
Il 26 si tenne un comizio «a Rondinara, dove la folla era riunita in piazza in occasione della fiera di Sant’Anna».
Una donna fascista piange il suo duce
Ecco come una donna fascista – racconta Giannetto Magnanini – ha vissuto il 25 luglio 1943: «Sul 26 luglio mattino, voci di donne concitate mi svegliano, sono le 6.30. In piazza del Monte vedo un uomo che demolisce i fasci littori alla casa del Capitano del popolo. Scappo, in corso Garibaldi sfilata di uomini e donne. Sì anche molte donne. Un autocarro carico di uomini e donne, bandiera in testa ma è arrotolata fino al rosso verso via Farini al canto di “Bandiera rossa”. Da una finestra un ritratto del ‘Grande Prigioniero’. Gente lo fa a pezzi e lo brucia. Al bar Garibaldi, uno difende Mussolini. Vado in via Emilia San Pietro, la lapide di Amos Maramotti è scomparsa. Piango, corro nella chiesa di San Nicolò. Nella quiete della chiesa chiudo gli occhi vedo, come in uno schermo le belle adunate di Roma in piazza Venezia, fuori in via Roma vedo un corteo con sventolio di bandiere e ritratti del Re, di Badoglio e, strano, una donna innalza un ritratto di Umberto Nobile”».
La fine (apparente) dello Stato fascista nato nel 1922
Renato Vittadini, prefetto di carriera, non un fedelissimo del fascismo, era in carica dall’agosto del 1942. Il prefetto, subito dopo la caduta del fascismo invitò i podestà in carica a presentare le dimissioni. Contestualmente avviò contatti con l’avvocato Vittorio Pellizzi – esponente del Partito d’Azione e presidente dell’Associazione combattenti, che tra la caduta del fascismo e l’Armistizio, e poi nei 20 mesi della Resistenza, sarà un punto di riferimento del movimento antifascista cittadino – per trovare personalità da nominare commissari prefettizi nei comuni reggiani. «I primi decreti portarono la data del 3 agosto e furono resi noti dalla stampa il 5 agosto, seguirono nomine fino al 27 agosto».
Nel periodo badogliano vennero nominati commissari prefettizi in sostituzione di podestà in 17 comuni su 45 nella provincia di Reggio Emilia, mentre nella vicina Modena i podestà sostituiti furono soltanto 8 su 47, a Parma 15 su 47. Venne nominato l’ingegner Giovanni Ramusani commissario prefettizio per l’Amministrazione provinciale.
«Gli uomini prescelti a questa funzione – scrive Giannetto Magnanini – erano ufficiali in congedo, dei professionisti, delle personalità della piccola e media borghesia. Tra questi commissari, oltre ai 17 commissari prefettizi, vi furono 28 podestà che rimasero in carica anche durante il periodo badogliano. Fra questi ultimi alcuni ebbero il consenso del prefetto, come a Rubiera; altri poi, non graditi ai gerarchi di Salò, furono sostituiti a settembre, come nel Comune capoluogo dove venne reintegrato Clelio Rabotti, già consigliere nazionale del Pnf, che aderì alla Rsi; altri vennero sostituiti man la situazione sembrava piegare a sfavore del fascismo; infine altri ancora rimasero in carica da prima della caduta del fascismo per tutto il periodo badogliano e della Rsi».
28 luglio 1943, l’eccidio delle Omi Reggiane
La caduta di Mussolini, con la nomina di Badoglio capo del governo, a Reggio Emilia, ma non solo, ebbe conseguenze drammatiche.
Gli operai delle reggiane promossero per il 28 luglio ’43 una grande manifestazione per la pace. Mentre si accingevano ad uscire da un cancello, si trovarono la via sbarrata da un reparto dell’esercito. Continuarono ad avanzare. Di fronte al rifiuto dei soldati di fare fuoco contro i manifestanti, l’ufficiale sparò con la propria mitragliatrice e uccise 9 operai, fra i quali una donna incinta.
Una storia che racconteremo dettagliatamente il giorno del 43° anniversario dell0’eccidio.
Epilogo dei 45 giorni
Alla luce poi di ciò che accadrà dopo l’8 settembre 1943, in seguito alla firma dell’armistizio con gli alleati, il ventennio fascista non si lasciò cancellare con tanta facilità, infatti, scrive Magnanini – «non si spiegherebbe la nascita, dopo poco più di quaranta giorni, di un partito fascista repubblicano, che diede vita alla Repubblica sociale italiana, con una organizzazione militare sia maschile sia femminile che durò sino al 25 aprile del 1945».
Foto di copertina, la caduta del fascismo a Reggio Emilia. La gente mostra ritratti di Vittorio Emanuele III e sventola bandiere con il simbolo dei Savoia.
(Tutte le informazione e le citazioni sono tratte da: G. Magnanini, Il regime Badoglio a Reggio Emilia, 25 luglio – 8 settembre 1943, Teti 1999 e da A. Zambonelli 25 luglio-agosto ʼ43: caduta del fascismo e azione popolare nella provincia reggiana, “Ricerche Storiche” 49/1983).
