Questa è una pagina di cronaca nera in tinte padane. E’ la storia di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio.
Nel racconto l’orrore diventa paradosso. La carne umana, prima smembrata e poi ribollita plasma profumati e delicati saponi per la pelle. La farina di ossa, mescolata coi coaguli di sangue, assume le forme di invitanti biscotti e pasticcini da offrire alle amiche per il tè del pomeriggio. Il macabro rituale si consuma nella cornice di un antico palazzo di via Cavour, nel centro di Correggio, dove donne sedute sui sofà di un salotto accogliente si perdono in chiacchiere e predizioni di carte ascoltando verità da fattucchiera.
Leonarda Cianciulli, classe 1894, nacque a Montella, in provincia di Avellino, nell’antica Irpinia. Ultima di sei figli è l’angoscia della madre che la visse come il frutto di violenza. La donna che farà tremare Correggio da bimba non conobbe affetto. I soli amici che ebbe nel corso dell’infanzia furono immaginari, coltivati nella sua fantasia. Parlava da sola e già nuttriva quelle suggestioni per la magia e la chiromanzia che manifestò in seguito per il corso di tutta l’esistenza.
La porta girevole che le cambiò la vita, Leonarda Cianciulli la aprì nel 1917, a 23 anni, quando scelse di non rispettare la volontà materna che la voleva maritata con un cugino (fatto abbastanza comune all’epoca) per sposare invece Raffaele Pansardi, impiegato al catasto di Montella. Quella decisione provocò un contrasto insanabile con la madre, la quale non partecipò alle nozze, e anzi augurò alla figlia ogni male possibile, vicenda che condizionò in modo irreversibile la psiche di Leonarda. Le fu detto: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi”, e da allora lei si ritenne vittima di un sortilegio malefico. La Cianciulli perse 13 figli tra parti prematuri e aborti, prima dei quattro che invece verranno alla luce.

Dopo aver vissuto a Lauria e a Lacedonia, nel 1930 il terremoto del Vulture spinse Leonarda Cianciulli e la sua famiglia al trasferimento a Correggio, nella provincia di Reggio Emilia, nel cuore della Pianura Padana.
E’ il 1930 e la Bassa reggiana ha già indossato la camicia nera.
A Correggio la presenza di Leonarda Cianciulli era ben vista. Si era inserita nella vita cittadina meglio del marito, dal carattere più chiuso e scontroso. Lei, invece, libera e ciarliera, era considerata dai più una brava madre fascista. Seppure alle spalle avesse un passato burrascoso, condanna per truffa e furto, la Cianciulli sempre indaffarata e alla ricerca di guadagni anche facili, non si fece scrupoli. Un po’ fattucchiera e un po’ maga, dispensava false verità tra carte e amuleti. Un po’ antiquaria, si lanciava nella compravendita di mobili, fino anche a inventarsi commerciante, smerciando vestiti. Insomma, fu uno smaneggiare continuo che le procurò un certo agio, una casa più grande e persino una governante per riassettarla.
Ma poi nel giro di breve la situazione cambiò. Il marito l’aveva abbandonata e alla tranquillità subentrò la precarietà: dover far fronte alle necessità materiali, la forte preoccupazione per lo scoppio della Seconda guerra mondiale. L’ossessione che il figlio maggiore, il più amato, Giuseppe Pansardi, potesse essere chiamato in prima linea, mentre un altro, più piccolo, era già sotto la leva.
Fu il timore che le toccassero la prole a trascinare la Cianciulli nel più nero sconforto, nonostante il suo sincero amore e la sua fiducia verso il fascismo. Addirittura anni dopo racconterà di un sogno che risuonò come una sinistra premonizione. Lei stessa, nel corso di una confessione, disse che sentì improvviso il richiamo a fare sacrifici umani in cambio di avere salva la vita dei suoi cari figli.
La trasformazione è compiuta, Leonarda si rivela nella sua più completa, cruda e lucida spietatezza. La Cianciulli ha già individuato le sue prede. Si tratta di tre donne sole, quasi senza amici e parenti, e che hanno in comune la voglia di cambiar vita. Le tre, a cui la sorte ha voltato le spalle, hanno pescato dal mazzo la carta sbagliata, quella del diavolo, nelle sembianze di Leonarda Cianciulli. Si chiamano Faustina Ermelinda Setti, Francesca Clementina Soavi e Virginia Cacioppo.
Il piano della strega è ben curato nei minimi dettagli. La Cianciulli fa mostra di sé come una diabolica Cupido capace di realizzare i sogni d’amore delle sue tre amiche. La fattucchiera irpina promette alla Setti un nuovo marito a Pola, in Croazia. Per la Soavi invece è pronto un nuovo lavoro a Piacenza. E infine con la Cacioppo esagera: amore e un impiego a Firenze.
Leonarda convince le sue prede a vendere ogni bene in loro possesso, con la scusa che non dovevano presentarsi a mani vuote nelle nuove città in cui mai arriveranno.
Cosa più importante, tutto il lavoro doveva esser compiuto in gran segreto per non suscitare invidie nei compaesani. Così, per rendere la situazione più credibile, ecco cartoline e lettere da spedire a pochi parenti e conoscenti, firmate dalle stesse vittime che incredibilmente diventano complici della loro stessa morte.

I tre delitti si compiono nel giro di un breve periodo, tra il 1939 e il 1940. Con la scusa di predisporre gli ultimi dettagli e di un saluto d’addio, Leonarda Cianciulli invita una per volta le donne a casa sua. Prima le circuisce e le blandisce con chiacchiere e progetti, poi, quando si sentono a loro agio, Leonarda le sorprende alle spalle. In pugno tiene un’accetta e vibra un colpo secco che spacca loro la testa come un cocomero. Le poverette stramazzano. Sarà lei stessa a raccontarlo, così come farà rabbrividire giudici, giurati e cittadini il resto della sua confessione: porta le vittime in ripostiglio e con le mani di macellaio le smembra come carcasse d’animale, spolpando le ossa dalla carne. Poi depone i resti umani in un grande pentolone, li mescola alla soda caustica e fa bollire il tutto per ore. Infine con il grasso colato ricaverà il sapone, mentre con il sangue e la farina di ossa, biscotti e pasticcini. Dolci dal gusto ottimo, dirà lei stessa durante un interrogatorio.
Il modo in cui la Cianciulli si sbarazzò dei corpi non destò troppi sospetti tra i correggesi, anche se dopo un po’ qualcuno iniziò a chiedersi che fine avessero fatto quelle tre donne. In particolare la signora Albertina Fanti, cognata del soprano d’opera Virginia Cacioppo, di punto in bianco si presentò alla stazione dei carabinieri di Correggio per denunciarne la scomparsa. Ma siccome non emerse nessuna prova concreta che quell’allontanamento non fosse volontario, gli investigatori decisero di chiudere l’inchiesta. La Fanti, però, qualcosa aveva annusato, e non si diede per vinta indagando sui fatti in prima persona. Non le ci volle molto per scoprire che altre due donne erano sparite nel nulla, la Setti e la Soavi. Entrambe, come sua cognata erano over 50enni, e avevano progettato e sognato di lasciare Correggio per una nuova vita. Troppe coincidenze, insomma, tanto che le voci di un’orrenda fine delle sparite si fece più insistente fino a giungere all’orecchio del commissario Federico Serrao, che iniziò a indagare vicino al palazzo di via Cavour. La svolta arrivò improvvisa quando il poliziotto incappò in un buono del Tesoro appartenuto a Virginia Cacioppo e presentato al Banco di San Prospero da un prete, certo Adelmo Frattini. Il parroco rivelò che gli venne messo tra le mani da tale Abelardo Spinabelli. Ed è lui a incastrare la Cianciulli: “Fu lei a darmelo”.
Scattarono le perquisizioni, gli investigatori individuarono i vestiti appartenuti a Virginia Cacioppo. Nel solaio del palazzo di via Cavour la scoperta: un mucchio d’ossa e in cima una dentiera.
A quel punto il commissario Federico Serrao puntò il figlio della Cianciulli, Giuseppe, e lo additò quale complice della strega omicida. Egli confessò di essere stato lui a spedire le cartoline firmate dalle vittime ad amici e parenti. Ma toccatole il figlio, Leonarda la saponificatrice crollò e raccontò tutto: “Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre. Ho fatto tutto da sola”.
Tra lo sbigottimento della gente di Correggio, sotto lente della cronaca nazionale, Leonarda Cianciulli venne rinchiusa nella struttura di Aversa (Caserta), nota anche con il nome di “Reali Case de’ Matti”, primo penitenziario psichiatrico in Italia che originariamente aveva al suo interno una sezione denominata la “Pazzeria”. Prigioniera per 19 mesi in quelle sorde stanze, la Cianciulli non si perse d’animo e non sprecò il suo tempo, anzi si affrettò a scrivere le sue memorie, un tomo di ben 700 pagine. Il direttore dell’ospedale di Aversa, Filippo Saporito, docente universitario e psichiatra di fama nazionale, presentò nel 1946 la perizia psichiatrica che dichiarò Leonarda Cianciulli “totalmente insana di mente”. Versione che non venne mai accolta dal tribunale di Reggio Emilia, che riconobbe invece all’omicida solo un’infermità parziale, e per questo la condannerà alla detenzione in un manicomio giudiziario.

Durante la guerra non si poteva fare, il processo alla Cianciulli si aprì nel giugno del 1946 a Reggio Emilia. Leonarda, chiedendo di scagionare il figlio prediletto Giuseppe, detto Peppuccio, si autoaccusò di tutto, raccontando nei minimi dettagli i suoi crimini. E per dar prova delle sue capacità, sezionò da sola in soli 12 minuti un cadavere messole a disposizione da giudici e giuria.
Impressionata dai fatti l’accusa chiese alla Corte l’ergastolo e 24 anni di carcere per il suo primogenito. Opposto invece il parere della difesa, che continuò a invocare l’infermità mentale per la donna e la mancanza di prove per l’incriminazione del figlio.
Dopo tre anni di atti giudiziari, il dibattimento arrivò al verdetto definitivo: 30 anni a Leonarda Cianciulli, assolto il figlio, il quale lasciò Correggio e morì a Genova nell’agosto del 1993. Una delle donne di servizio della Cianciulli, Nella, raccontò in un’intervista di avere visto Giuseppe Pansardi uscire di casa con la testa di Virginia Cacioppo avvolta in un fazzoletto. Mentre un’altra volta portava valigie insanguinate. L’altra domestica di Leonarda, Ardilia, fu invece arrestata con la sua padrona e rinchiusa a Reggio Emilia nelle carceri di San Tommaso. Per la disperazione, dopo qualche giorno di reclusione, uscì completamente di senno e impazzì.
Il resto della vita Leonarda Cianciulli lo trascorse tra ospedali psichiatrici e manicomi criminali, dove si dice continuò a leggere le carte e sfornare pasticcini che però stavolta nessuno voleva assaggiare. La morte se la portò via, colpita da un ictus, il 15 ottobre del 1970 nel manicomio di Pozzuoli (Napoli).
Se Cianciulli è morta per sempre, la vicenda nera che la riguarda resta attuale. Una storia che si distingue ancora oggi per brutalità. La tecnica di Leonarda per far sparire i cadaveri ricorda una pratica arcaica che si rifà alla tradizione contadina nello smembramento dei maiali. E se la crudeltà e la spietatezza alla Cianciulli non mancarono, il suo aspetto esteriore la rese credibile: l’incarnazione di una strega d’altri tempi.
