La seconda puntata sulla storia di Vittorio Cantarelli, anarchico reggiano nato a Castelnovo di Sotto (RE) il 16 ottobre 1882 che fu accusato di avere attentato alla vita del Duce, Benito Mussolini.
In Belgio risiedevano o erano transitati molti libertari tra i quali i più noti erano Camillo Berneri, Torquato Gobbi, Luigi Fabbri, Corrado e Mario Perissimo, Mario Mantovani, Giuseppe Bifolchi, Enrico Zambonini, Bruno Gualandi, Hem Day e G. Damiani. Le riunioni del gruppo libertario italiano avvenivano tutti i sabati sera al caffè “Au roi”. In una sua testimonianza, rilasciata nel 1959, Ugo Fedeli racconta:
“Allora, il Belgio rappresentava un punto di ritrovo e di attività, anche perché colà si rifugiavano numerosi quelli che, dopo aver lasciato l’Italia e la Spagna, e che in Francia avevano creduto di poter trovare una possibilità di vita, presto disillusi, d’espulsione in espulsione, mutando nome e non poche volte anche nazionalità, cercavano asilo in Belgio. Il nome di Hem Day (Marcel Dieu) era un punto fisso di riferimento. Una vera isola di salvataggio si era andata formando a Bruxelles attorno alla infaticabile sua attività e a quella del “Comitato Pro Vittime Politiche” che con altri compagni (Cantarelli) aveva creato”.
Nel 1929, questo “ardente predicatore”, come lo definì una nota della polizia, si trasferì ad Anderlecht, accentuando molto la sua attività antifascista, assumendo un ruolo di primo piano nel C.I.D.A. (Comitato Internazionale di Difesa Anarchica). Nel giugno del 1931 partecipò ad un meeting in favore del diritto all’asilo con Hem Day, De Boc, Pietro Montaresi, e Angiolo Bruschi. Ed è a quel punto e in quel contesto che si trovò protagonista della vicenda che segnerà tutta la sua vita.
La proposta di Sbardellotto lo mise in agitazione. L’idea di ritentare l’impresa che in passato non era riuscita a Lucetti e a Schirru lo eccitava. Il piano andava dunque preparato nei minimi particolari, senza lasciare nulla al caso, anche perché Bruxelles pullulava di spie, infiltrati e agenti dell’OVRA. Le notizie provenienti dall’Italia davano la polizia fascista e l’OVRA particolarmente attente, specie ai valichi di frontiera e lungo le tratte ferroviarie con la Svizzera e la Francia. Anche una volta giunto a Roma Sbardellotto avrebbe dovuto muoversi con circospezione e avere tutto il necessario per essere autonomo per non dover chiedere aiuto a nessuno.

Per quanto riguardava l’aspetto economico poteva contare su un recapito londinese sicuro: quello del compagno Nemo, alias Emidio Recchioni, classe 1864. Già collaboratore di Errico Malatesta, nell’ultimo decennio dell’800 aveva subito in Italia il carcere e il confino per attività sovversiva. Residente a Londra dal 1899, si era costruito una discreta fortuna economica grazie ad un negozio di generi alimentari italiani dal nome assai eloquente: “King Bomba”. Collaboratore di diverse testate anarchiche, Recchioni mise il suo discreto patrimonio a disposizione del movimento, venendo implicato dalla polizia in vari attentati antifascisti in Italia e all’estero. Suo figlio Vernon Richards (Vero Recchioni) in seguito sposò Maria Luisa Berneri, la figlia di Camillo, l’intellettuale anarchico ucciso dai comunisti durante il “maggio di sangue” di Barcellona nel 1937.
Ottenuta la disponibilità di Nemo, il 20 ottobre, sette mesi dopo il primo incontro, Cantarelli convocò per lettera Sbardellotto a Parigi alla Gare du Nord. La confusione creata dalla gente in arrivo o in partenza dalla stazione era, infatti, il luogo ideale perché i cospiratori non fossero identificati e potessero prendere i primi accordi. Dopo un frettoloso saluto, la partenza fu fissata per il 25 ottobre con direzione Nizza, Genova e infine Roma. L’ultimo incontro avvenne la sera stessa a la Gare de l’Est alla presenza di un altro personaggio, poi identificato dallo stesso Angelo in Alberto Tarchiani. Questi era un giornalista romano che era stato interventista durante la prima guerra mondiale e poi redattore capo del Corriere della Sera. Nel 1925 era espatriato a Parigi, legandosi al gruppo di esuli antifascisti che si raccoglieva attorno a Gaetano Salvemini e alla “Concentrazione Antifascista”. La sua notorietà era dovuta al fatto che nel 1929 era stato il principale organizzatore della fuga dal confino di Lipari di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Saverio Nitti. Nello stesso anno era stato tra i fondatori di G.L. (Giustizia e Libertà) e il principale organizzatore dell’attività politica del movimento.
Negli anni successivi si recò negli USA dove, nel 1940, fondò l’associazione antifascista “Mazzini Society”, che ebbe una discreta fortuna nella comunità italo-americana. Tornato in Italia, morì nel 1964 dopo essere stato ambasciatore a Washington dal 1945 al 1955. La presenza di Tarchiani era stata valutata indispensabile da Cantarelli sia per la sua perfetta conoscenza di Roma, sia perché poteva offrire il sostegno e l’aiuto di molti compagni della Concentrazione antifascista e di G.L. In verità bisogna sottolineare che anche Tarchiani come Recchioni e Cantarelli in seguito negherà d’aver avuto una qualsiasi parte nell’ennesimo attentato alla vita di Mussolini. D’altra parte tutto ciò era nei patti convenuti alla vigilia della spedizione. Il 19 giugno del 1932 Tarchiani in una lettera a La Libertà di Parigi, che era l’organo della Concentrazione antifascista, scrisse che Sbardellotto era stato imboccato ad arte dai suoi inquisitori: per cui le rivelazioni dovevano non essere considerate nulla più che tesi della polizia e della magistratura fascista. Recchioni, dal canto suo, vinse una causa per diffamazione contro il Daily Telegraph, che aveva sostenuto la tesi della sua responsabilità nell’attentato, ottenendo 1177 sterline di risarcimento.

Angelo sapeva perfettamente che, una volta caduto nelle mani della polizia, non avrebbe potuto contare su nessuno dei suoi compagni, i quali anzi lo avrebbero disconosciuto. La sera del 21 ottobre 1931, oltre a 2000 franchi, fu consegnata a Vittorio una valigetta contenente: un passaporto svizzero intestato ad Angelo Galvini, una rivoltella e due bombe. Cantarelli teneva i contatti tra i diversi protagonisti e le loro organizzazioni, si assicurava della tenuta psicologica del giovane Sbardellotto, faceva da tramite con i pochi compagni rimasti in Italia. Oggi sappiamo che i tentativi di Sbardellotto d’uccidere Mussolini furono tre e tutti sfortunati.
Il 28 ottobre, nono anniversario della marcia su Roma, giunse dunque nella capitale, ma per una serie di sfortunati imprevisti, che qui conviene tralasciare, dovette desistere dal suo progetto. Riparato di nuovo all’estero, per evitare d’essere localizzato e sorvegliato dalla polizia si spostò tra diverse nazioni europee: Germania, Francia, Lussemburgo, Olanda e Belgio, dove fu ospite di un altro anarchico reggiano: Enrico Zambonini.
Il secondo sfortunato tentativo avvenne il 1 aprile 1932 in ricorrenza del natale di Roma. L’ultimo appuntamento fu fissato per il 4 maggio in occasione del trasferimento delle ceneri di Anita Garibaldi da Genova a Roma. Nella speranza di vedere e di colpire Mussolini cominciò ad aggirarsi per tempo in Piazza Venezia. La sua presenza, tuttavia, insospettì un poliziotto in borghese che lo fermò per accertamenti. Perquisito, gli trovarono addosso le due bombe e la pistola. Identificato, fu processato il 16 giugno 1932 dal Tribunale speciale e condannato dal console Guido Cristini alla pena di morte. All’alba del 17 giugno fu fucilato al Forte Bravetta da un drappello di militi capitanati da Armando Giuia.
Angelo mantenne fino all’ultimo momento un atteggiamento fiero e risoluto. Si sa che nelle ore successive alla lettura della sentenza egli evitò di presentare la domanda di grazia, pare anzi che abbia detto all’avvocato di fiducia: “Ma che pentito e pentito, io rimpiango solo di non averlo ammazzato”.
Il nome di Cantarelli, di Recchioni e di Tarchiani emersero dalle confessioni dello stesso Sbardellotto fatte durante il periodo di prigionia. Che esse siano state estorte dalle torture o che siano state autonomamente rilasciate da Angelo non è dato sapere. La ricerca della verità è terminata con la tragica fine di Sbardellotto. Quel che è certo è che come conseguenza di quelle dichiarazioni Vittorio fu condannato a 30 anni di carcere come complice del fallito attentato con mandato di cattura n.377.
Il fallimento dell’impresa non impedì a Cantarelli di continuare la sua attività nel gruppo anarchico italiano in Belgio e di impegnarsi molto nella denuncia dell’involuzione autoritaria del regime bolscevico. Una cartolina inviata al padre Giuseppe a Pegazzano (La Spezia), nella quale affermava di stare bene e di fare la solita vita, venne sequestrata nell’ottobre del 1934. Il 17 settembre 1935 la Divisione della Polizia Politica annotò che Cantarelli era considerato un decano e un patriarca dell’anarchismo bruxellese, che era tenuto in grande considerazione, che aveva carattere di vero gesuita e che con modi di frate santone insinuava l’odio di classe e la ribellione, distribuendo i fondi del Comitato di Difesa Anarchico ai giovani disoccupati.

Allo scoppio della guerra di Spagna fu animatore con Mario Mantovani e Vincenzo Geranio del Comitato anarchico pro Spagna la cui missione era di raccogliere fondi per le famiglie dei volontari e per l’acquisto di armi da inviare ai combattenti. Al termine del conflitto spagnolo, Cantarelli continuò ad occuparsi del ritorno dei profughi nei paesi d’origine, assicurando loro i primi e più urgenti aiuti economici e burocratici. Stando alle informazioni di un infiltrato della polizia, Cantarelli abitava e lavorava da ciabattino in una stanza stretta al primo piano, provvista di una finestra. C’era però anche un tavolo pieno di giornali e libri anarchici. Scoppiata la seconda guerra mondiale e con l’invasione tedesca del paese (1940), Vittorio iniziò immediatamente ad organizzare la resistenza antifascista in Belgio e in altri paesi europei. Promosse incontri e conferenze contro la guerra, distinguendosi per il suo acceso e irriducibile pacifismo.
Nella prima immagine. 8 aprile 1921 – Devastazione del locale del club socialista – Via San Rocco Via Monzermone (foto di Istoreco).
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Cantarelli, anarchico reggiano accusato di attentato a Mussolini (1)

Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
