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La corsa folle del carburante, oltre 3 euro per un litro di diesel in A22
di Giacomo Scillia
Tre euro e 159 centesimi per un litro di diesel speciale servito lungo l’A22. È un caso limite, certo, ma è anche l’immagine impietosa di un Paese nel quale ormai fare il pieno assomiglia a un prelievo forzoso.
Il dato generale è altrettanto pesante: il 26 agosto il prezzo medio del gasolio self sulla rete autostradale ha raggiunto 2,208 euro al litro, mentre la benzina è arrivata a 2,092 euro. Non sono impressioni, ma numeri pubblicati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Ed è proprio qui che comincia il problema politico. Il Ministero registra, aggiorna, pubblica tabelle e medie. Ma un governo non può limitarsi a fare il notaio dei rincari. Governare significa intervenire, verificare la formazione dei prezzi, controllare i margini lungo tutta la filiera e accertare se, dietro determinate anomalie, si nascondano condotte speculative.
Se non c’è speculazione, il governo spieghi agli italiani come sia possibile che, mentre il petrolio arretra, alcuni prezzi alla pompa rimangano altissimi o scendano con esasperante lentezza. Se invece esistono ingiustificati allargamenti dei margini, allora entrino in campo immediatamente l’Autorità garante della concorrenza, la Guardia di Finanza e tutti gli organismi di controllo.
La trasparenza non può ridursi a un cartello esposto davanti al distributore. Sapere di essere spennati non rappresenta una tutela.
Il governo ha scelto ancora una volta la politica delle pezze temporanee: una riduzione dell’accisa sul gasolio prorogata soltanto fino al 24 agosto. Scaduto lo sconto, il problema si è ripresentato in tutta la sua gravità. È come svuotare con un bicchiere una barca che continua a imbarcare acqua.
Questa esitazione sta mettendo a rischio l’economia reale. Il gasolio non alimenta soltanto le automobili: muove camion, furgoni, macchine agricole e mezzi delle piccole imprese. Ogni centesimo in più finisce sul prezzo degli alimenti, delle consegne, dei servizi e dei prodotti nei negozi. Alla fine paga sempre la stessa persona: il cittadino.
Le piccole imprese non possono modificare i listini ogni mattina. Gli autotrasportatori non possono lavorare in perdita. Le famiglie non possono scegliere di non andare al lavoro. Il carburante non è un bene di lusso, ma una necessità economica e sociale.
Eppure Roma continua a temporeggiare. Forse teme di aprire uno scontro vero con i grandi operatori energetici e con gli interessi che ruotano attorno alla distribuzione autostradale. Questa è almeno l’impressione che trasmette un esecutivo rapido nell’incassare le imposte, ma assai più prudente quando dovrebbe pretendere chiarezza da chi determina i prezzi.
Nessuno chiede prezzi fissati per decreto o una caccia indiscriminata contro i gestori, spesso anch’essi schiacciati dai contratti e dai costi. Si chiede un’azione seria: accertamenti sui margini, pubblicazione della composizione reale del prezzo, maggiore concorrenza sulle autostrade, controlli tempestivi e un meccanismo automatico sulle accise quando le quotazioni superano determinate soglie.
Il governo deve scegliere da che parte stare. Non può proclamarsi difensore delle famiglie e contemporaneamente lasciare che ogni pieno diventi una tassa aggiuntiva. Non può parlare di crescita mentre permette al costo dell’energia di strangolare consumi e imprese.
Quando il governo ha paura di intervenire, non rimane neutrale: lascia campo libero ai più forti e presenta il conto ai più deboli.
Il problema non è soltanto il diesel a tre euro. Il vero scandalo è uno Stato che vede arrivare l’incendio, possiede gli strumenti per contenerlo e continua a discutere su chi debba prendere l’estintore.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.