Streghe, tarocchi ed erbe officinali vivono al parco delle Acque Chiare in via Antonio Cugini a Reggio Emilia nel Giardino di Gabrina e, dal maggio scorso, anche sul Sentiero Arcano. Ne abbiamo parlato con Barbara Malatrasi, consulente per i Tarocchi, e Franca Moretti, presidente dell’“Indaco – Atelier di ricerca musicale ed espressiva – ” (che possiamo ascoltare nella video intervista), animatrici del Sentiero Arcano, che si snoda di fronte al Giardino di Gabrina, “un’erbaiola”, come precisa Franca Moretti, del 1300. Gabrina degli Albeti, guaritrice reggiana, fu processata per stregoneria nel 1375, marchiata a fuoco e amputata della lingua. “Dalla strega Gabrina ai Tarocchi il passo è stato breve”, dice la presidente dell’Indaco.
“I tarocchi – racconta Barbara Malatrasi – sono un libro muto, parlano a chi sa guardare e sentire. Parlano con immagini, simboli, segni e narrano racconti, amori, passioni, emozioni, sfide e prove da superare. sono il racconto dell’uomo, del suo percorso e della sua esperienza sulla terra”.
Il Sentiero Arcano al Giardino di Gabrina – nato dall’interpretazione dei Ventidue Arcani Maggiori dei Tarocchi da parte di ventiquattro artisti e artigiani locali – è un percorso permanente di arte che ha visto il coinvolgimento di istituzioni culturali, scuole, artigiani e aziende, cittadini e abitanti del quartiere.
L’idea del progetto nasce nel giugno 2022, appena dopo l’epidemia da Covid-19. L’Associazione “L’Indaco” “ha lanciato un appello agli artisti del territorio – spiega Franca Moretti – per dare vita a un’opera d’arte pubblica collettiva capace di restituire senso di speranza e, insieme, valorizzare il Giardino di Gabrina, un orto-giardino di erbe e piante officinali dedicato alla figura di Gabrina”.
“Il risultato – affermano le animatrici – è un’opera d’arte corale, a carattere permanente e profondamente comunitaria, capace di intrecciare arte contemporanea, memoria del territorio, immaginario simbolico e partecipazione civica”.
“Ogni artista ha interpretato una carta secondo la propria poetica e sensibilità, utilizzando materiali e linguaggi differenti – vetro, legno, ceramica, marmo, ferro, cemento, ottone, rame, cartapesta – dando vita a una costellazione di opere originali ed eterogenee. Le sculture, donate al Comune di Reggio Emilia sono accompagnate da sonorizzazioni realizzate dagli studenti di composizione dell’Istituto “A. Peri – C. Merulo”, accessibili anche in formato digitale, che amplificano l’esperienza immersiva del visitatore”.
Il progetto è stato promosso e sostenuto dal Comune di Reggio Emilia nell’ambito di “QUA, Il quartiere bene comune” e all’interno dell’Accordo di cittadinanza “Usi e spazi beni comuni”.
Gabrina, la strega
Il Giardino è stato intitolato a Gabrina Degli Albeti, erbaiola e guaritrice reggiana, che fu processata per stregoneria nel 1375. Nel 1375 a Reggio Emilia una donna di nome Gabrina degli Albeti viene portata in Tribunale, di fronte a una corte civile, presieduta dal Vicario del Podestà. Guaritrice ed erbaiola, Gabrina fu accusata di scelleratezza, additata come eretica e processata come fattucchiera. La sua colpa era quella di essere erbaiola vale a dire raccoglitrice di erbe medicinali con l’aiuto delle quali avrebbe tessuto i suoi malefici. Ma altro non erano che “streghe” e come tali andavano punite.
Il processo contro Gabrina fu portato alla luce dallo studioso novellarese Aldo Cerlini che pubblicò “Una strega reggiana e il suo processo”, nella rivista “Studi storici” nel 1906.
Lo studioso riporta il documento l’atto di incriminazione che si compone di quattordici capi di imputazione. L’accusa rivolta a Gabrina, pero, non fu quella di strega, come sarà intesa in tempi successivi, ma di essere donna malvagia (“mulier malefica”) manipolatrice di intrugli “miracolosi”. A lei si ricorreva in genere per risolvere problemi d’amore. Gabrina era consolatrice e confidente. Ed erano soprattutto le donne a cercarla: per paura di rimanere gravide, di venire tradite, di non essere amate, di perdere l’amore, o per il figlio che rischiava di morire, per la relazione con un uomo manesco.










Foto. Al Parco delle Acque Chiare sulle tracce della strega Gabrina
Le magie di Gabrina, descritte nel processo variano adeguandosi alle necessità: in uno dei capi d’accusa si riporta la testimonianza di una certa Franceschina Avanzi, tradita dal marito che l’abbandonò e andò a vivere con l’amante. Gabrina, per farlo tornare, le consigliò un intruglio composto da vari ingredienti tra i quali peli delle proprie gambe, unghia tagliate del marito, cuore di gallina nera, polvere di ramoscelli secchi che l’uomo avrebbe dovuto mangiare quando veniva a trovarla. In questo caso e anche in quello di una certa Masina che voleva sposare Giovanni di cui si era innamorata, le pratiche ebbero l’effetto voluto. Per i mariti frequentemente in preda all’ira, per quelli che picchiavano e insultavano la moglie, Gabrina consigliava decotti a base di camomilla, ma anche l’innocua camomilla assunse significati diabolici: l’infuso offerto al marito sarebbe dovuto essere accompagnato da un gesto sacrilego, che mai la Chiesa in quei tempi, orientata a reprimere la sessualità, avrebbe potuto accettare.
La sua posizione venne aggravata anche da un’altra sua confessione. Anche lei si serviva del sacro crisma (che altro non era che olio d’oliva): il rimedio per conquistare un uomo era quello di ungersi la bocca con l’olio prima di baciarlo.
“Pochi giorni dopo il processo, in quell’estate del 1375 a Reggio Emilia, Gabrina uscì dal tribunale marchiata a fuoco e con la lingua amputata. Non a caso fu scelta questa pena: Gabrina non sapeva né leggere e né scrivere. Venne così ridotta al silenzio”.
(Si ringrazia Marisa Iotti)
