“Le fiabe parlano di cose permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmini”. Si tratta della frase, credo, più famosa – e per certi versi “famigerata” – della disastrosa e sconclusionata prefazione esoterica di Elémire Zolla alla prima edizione italiana completa del Signore degli Anelli di J. R.R. Tolkien, pubblicata dalla Rusconi nel 1970. Zolla interpretava il capolavoro tolkieniano alla luce di archetipi universali e cosmologici, di una grande tradizione esoterica, ermetica ed occultistica incentrata sul simbolismo magico dei numeri. Insomma, di tutta la paccottiglia alla Guénon, Evola e via discorrendo. Tutta roba, però, che con Tolkien aveva davvero poco a che fare: era un devoto cattolico tradizionalista che, tra l’altro, disprezzava e rifiutava completamente queste concezioni. Tre anni prima, nel 1967, la Casa Editrice Astrolabio aveva pubblicato La Compagnia dell’Anello,il primo libro del Signore degli Anelli. L’operazione non ebbe successo e l’editore non pubblicò gli altri due volumi; del resto, si stava andando verso il clima politico e culturale del Sessantotto e non è che un’opera fantastica del genere, così “antimoderna”, potesse attrarre molti lettori, almeno, come vedremo, in Italia. L’edizione Rusconi, compresa l’introduzione, diventa così l’inizio di una storia: la storia di come, – si noti che siamo in pieno post-Sessantotto –il Signore degli Anelli sia divenuto una vera e propria bibbia dei giovani dell’estrema destra italiana, neofascisti e postfascisti, nel corso degli anni Settanta, prima di diventare, anche in Italia, un successo globale che appartiene a tutti, indipendentemente dalla colorazione politica (sempre più stinta, comunque, negli ultimi due decenni).
Ma, forse, almeno un’altra parte di questa storia inizia nel 1974, quando viene fondata “La voce della fogna”, la rivista “alternativa” molto seguita dai giovani radicali del MSI e, in generale, dell’estrema Destra e abbastanza indigesta a Giorgio Almirante (1914-1988), storico segretario del Movimento Sociale Italiano, e ai vertici del partito. In questa rivista, che nel Settantasette, uno dei momenti più duri degli anni di piombo, arrivò a 4500 copie, Marco Tarchi “invita a immergersi nell’universo letterario del Signore degli anelli”, che diviene rapidamente una sorta di culto per i militanti di destra.
Infine, un’altra parte ancora di questa storia inizia il 6 dicembre 1976, quando una band denominatasi La compagnia dell’Anello tiene un concerto al Teatro delle Muse a Roma. Il sound del gruppo, in realtà, è abbastanza dimenticabile,ma quello che ci interessa è un’altra cosa: sembra proprio che i giovani di Destra che accorsero in massa al concerto cercassero nella band canzoni che sostituissero le vecchie – e ormai ridicole anche per loro, nell’epoca dei cantautori e del rock di quegli anni – canzonette tipo Faccetta nera e gli inni classici del fascismo.
Ancora nel 1976: il Movimento Sociale fonda una rivista per modernizzare la concezione della donna propria della destra neofascista e postfascista. È un po’ quello che abbiamo appena visto per la band di cui sopra: l’immagine fascista “tradizionale” della donna, madre, massaia che alleva ed educa i figli, tipo Cornelia madre dei Gracchi, appare ormai inaccettabile e, soprattutto, anacronistica. Urge creare una nuova immagine. E come viene chiamata ‘sta rivista? “Eowyn”, donna-guerriera ed uno dei due importanti personaggi femminili del romanzo.
E poi c’è il fenomeno dei “Campi Hobbit”, definito (Del Corso, L., Pecere, P., L’Anello che non tiene, Roma, Minimum Fax, 2003, p. 23), la “più significativa manifestazione cui abbia dato vita la destra giovanile a partire dal secondo dopoguerra”.
Il primo Campo Hobbit si tenne a Montesarchio tra l’11 e il 12 giugno 1977. È qui che, se mi si passa questa espressione, Tolkien viene, per un bel po’ di anni, quasi “confiscato” dalla destra giovanile italiana nel disinteresse assoluto (colpevole, anzi colpevolissimo) della gioventù di sinistra. L’idea viene ad un gruppo di esponenti del Fronte della Gioventù vicini alle posizioni di Pino Rauti: Generoso Simeone, Marco Tarchi, Nicola Cospito (fu lui che ebbe l’idea di denominare così il raduno). La data è significativa: voleva essere una risposta della cultura di Destra all’ultimo raduno di Parco Lambro, il Festival del Proletariato Giovanile, tenuto tra il 26 e il 29 giugno 1976, organizzato dalla rivista “Re Nudo” e con la partecipazione, quasi un’alternativa alle “tradizionali” Feste dell’Unità, diquella che, allora, era la cosiddetta “sinistra extraparlamentare (gruppi di varia natura come: Lotta Continua, IV Internazionale, Falce Martello). I Campi Hobbit (se ne tennero quattro tra il 1977 e l’81), e qui è bene ed onesto sfatare una leggenda, non furono mai un campo paramilitare, come si delirava allora. Fondamentalmente, replicavano lo schema dei festival giovanili tipici degli anni Settanta: musica di gruppi e cantautori di destra, dibattiti e approfondimenti politici. Marco Tarchi, sulla “Voce della Fogna”, presentò così l’idea:
“Che ne pensate di un “Parco Lambro” di segno opposto? Ovvero di una vera due-giorni musicale, alternativa, con tende e sacchi a pelo (le orge non ve le possiamo assicurare: ma le nostre lettrici ci potranno finalmente conoscere di persona …esperienza indimenticabile)? Bene: il miracolo sta per avvenire. Mobilitate parenti e amici/amiche. Tutti al CAMPO HOBBIT 1 (e leggete Tolkien, stolti!)”.
Per il nostro discorso, l’importanza dell’istituzione dei Campi Hobbit è ovvia: si tratta – e sicuramente era così nelle intenzioni di Tarchi – di creare una nuova cultura per la destra giovanile italiana che uscisse dai tradizionali ed ormai improponibili riferimenti culturali del passato: è interessante notare come Tarchi sia sempre stato molto freddo nei confronti delle tradizioni magico-esoterico-iniziatiche su cui Zolla aveva impostato la sua introduzione. Ed il cardine di questo progetto viene individuato in un testo che stava riscuotendo un enorme successo in tutto il mondo, ma pressoché ancora sconosciuto in Italia: il Signore degli Anelli di Tolkien.






Tarchi a parte, comunque, dalle fonti sembra che il “mito Tolkien” sia stato usato in modo molto superficiale nei Campi Hobbit. Fondamentalmente, come una riproposizione di una sorta di Medio Evo fantastico, tipo ciclo arturiano o il Nibelungenlied.In quel capolavoro di “subcreazione” – per usare lo stesso termine di Tolkien – che è il Signore degli Anelli, l’unico reale riferimento al Medio Evo è l’immenso repertorio dei miti, delle grandi saghe e dei poemi norreni come l’Edda. Il resto è un “altro” mondo, una Terra – come più volte sottolineò lo stesso Tolkien – che è la “nostra Terra”, prima dell’inizio del Tempo come lo conosciamo noi.
Val la pena di notare, a questo proposito, che l’eredità forse più importante, almeno a livello iconografico e simbolico, del primo Campo Hobbit fu la diffusione della croce celtica come simbolo di questa nuova destra (che, poiché, come si suol dire, al peggio non c’è mai fine, è divenuto il simbolo dei movimenti neofascisti, neonazisti e sovranisti). Lo scopo, a quanto pare, era sostituire l’ormai anch’esso improponibile simbolo classico del fascismo: il fascio littorio. Tra l’altro, la cosa non andò giù ad Almirante, che emanò addirittura una circolare per frenarne la diffusione. La cosa divertente è che in tutti, ma proprio tutti, i testi di Tolkien non c’è alcun riferimento alla croce celtica, e del resto non poteva esserci. Come ho appena scritto, il mondo di Tolkien è un mondo mitico prima del Cristianesimo. Insomma: l’associazione – anche se probabilmente del tutto involontaria da parte dei partecipanti – della croce celtica con il Campo Hobbit è non solo arbitraria, ma assurda.
Ma la cosa veramente interessante in tutto questo discorso è che nel decennio precedente, gli anni
Sessanta, Tolkien era divenuta una sorta di mito e punto di riferimento per i contestatori americani: i sostenitori dei diritti civili per i neri, gli studenti universitari che stavano per scendere in piazza contestando, contemporaneamente, la società dei consumi, l’ipocrisia della società americana e la guerra del Vietnam con tutta la politica estera USA di sostegno alle dittature militare in America latina. Si trattava di un movimento così forte che anche la Rusconi, notoriamente casa editrice di destra, per arrivare al maggior numero di lettori possibili di un successo che stava diventando mondiale non esitò a mettere sulla prima ristampa tascabile del Signore degli Anelli (1977) una fascetta con la dicitura «la bibbia degli hippies».
Il risultato di tutto ciò fu che l’Italia divenne l’unico paese al mondo in cui si cercava di introdurre nella nuova cultura neofascista uno scrittore conservatore che aveva sempre trovato disgustosi e ripugnanti sia il fascismo che il nazismo. A questo proposito, ci sono due lettere, divenute famose, entrambe scritte il 25 luglio del 1938. La prima è indirizzata a Stanley Unwin (l’editore del Lo Hobbit): “Non considero affatto la (probabile) assenza di sangue ebreo come necessariamente onorevole; e ho molti amici ebrei, e dovrei rammaricarmi di avere prestato fede all’affermazione che ho sottoscritto, della completa perniciosità e non-scientificità della dottrina della razza”. La seconda è in realtà un allegato alla prima, la bozza della lettera che Tolkien intendeva inviare all’editore tedesco che voleva tradurre Lo Hobbit:
“Temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se Voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato… Non posso tuttavia trattenermi dall’osservare che se indagini così impertinenti e irrilevanti dovessero diventare la regola nelle questioni di letteratura, allora manca poco al giorno in cui un nome germanico non sarà più motivo di orgoglio”.
Il che dimostra come, a volte, ironia, cultura e civiltà possano disintegrare in poche righe il razzismo meglio di ogni accalorata indignazione.
Marco Tarchi, probabilmente nel tentativo di individuare una sintesi tra posizioni così divergenti, propose una lettura del testo molto diversa da quella di Zolla: Il Signore degli Anelli andava interpretato come una sorta di “breviario dei ribelli, dei disperati, degli emarginati, che in esso ritrovano una “altra dimensione” dell’esperienza intellettuale, capace di fondere l’elemento mitico e i richiami dell’attualità. Delusi dalle contraddizioni del progresso, giovani di destra e di sinistra, anarchici d’ogni segno, contestatori, vi trovano una profonda aspirazione ideale al cambiamento, alla costruzione di un mondo diverso”. Tarchi, divenuto poi studioso di alto profilo intellettuale e culturale, molto probabilmente interpretò almeno alcuni aspetti dell’opera in modo più intelligente di Zolla: l’istanza anticonsumistica ed il genuino orrore tolkieniano per l’industrialismo distruttore dell’ambiente, la difesa di una natura “premoderna”.
E qui scatta un ricordo personale che, per quanto un po’ sfumato, ho ben radicato nella memoria: nel 1978 (o ’79) esce in Italia il film d’animazione di Ralph Bakshi Il Signore degli anelli. Il film era orrendo, ma avendo letto, anzi divorato da pochissimo il Signore degli Anelli, mi ci precipitai subito. Bene, davanti al cinema, c’erano dei giovani del, credo, Fronte della Gioventù che con la massima serietà distribuivano volantini che accusavano la “cultura di sinistra” di falsare e dare una rappresentazione fuorviante, appunto “da sinistra”, dell’opera. Naturalmente, all’epoca ero completamente ignaro dell’importanza che già alla fine degli anni Settanta il testo di Tolkien aveva per i giovani dell’estrema destra.
(1 continua)
*Roberto Tassoni è stato docente di Storia e Filosofia al Liceo “A. Moro” di Reggio Emilia fino al 2024. Ha scritto numerosi articoli riguardanti la filosofia, la storia e problemi di storiografia. Con la casa editrice SEI ha pubblicato, assieme a Stefano Giudici, un manuale di Storia per le scuole superiori, Mondi. Ha pubblicato anche un romanzo storico/fantapolitico “Tennis e Nuvole”, con Mario Coloretti, nel 2008 presso la Cairo Editore.
