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Sì alla visita a Reggio: i cento insegnanti non sono lo Stato d’Israele
di Massimo Gazza (*)
Sulla visita degli insegnanti e degli educatori di scuole ebraiche al Centro internazionale Loris Malaguzzi credo serva innanzitutto distinguere gli Stati dai cittadini, i governi dalle persone, le responsabilità politiche dalle appartenenze nazionali o religiose.
La posizione espressa da Reggio Children mi sembra seria e coerente con la storia educativa della nostra città. Non arriveranno rappresentanti dello Stato israeliano o emissari di un governo, ma insegnanti, educatrici ed educatori che partecipano individualmente a un percorso di formazione. E soprattutto c’è un punto che non può essere ignorato: la Carta “Per una educazione democratica e partecipata” è stata approvata da Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune di Reggio Emilia, Reggio Children e Fondazione Reggio Children, ed è stata sottoscritta anche dai membri del network internazionale di Reggio Children. Non è dunque una formula di circostanza, ma un’assunzione esplicita di responsabilità: ripudio della guerra, rifiuto della militarizzazione delle scuole, contrasto a ogni discriminazione, nel solco dei principi della nostra Costituzione.
Per questo trovo paradossale lo slogan “fuori le guerre dall’educazione”. Se significa tenere armi, propaganda militare e cultura della violenza fuori dalle scuole, lo condivido. Ma se significa che l’educazione non debba misurarsi con le guerre, con le loro cause e con l’odio, penso il contrario: dobbiamo “portare l’educazione dentro le guerre”, per disarmarle.
Significa portare pensiero critico, ascolto, conoscenza dell’altro, riconoscimento dei diritti e complessità; impedire che il conflitto politico diventi conflitto personale, scontro identitario.
E quale luogo potrebbe avere più titolo di Reggio Emilia per provarci?
Il pensiero di Loris Malaguzzi e il Reggio Emilia Approach hanno costruito un’idea di educazione fondata sui diritti dei bambini, sull’ascolto, sulla partecipazione e sul valore delle differenze.
Confondere cento insegnanti con lo Stato di Israele sarebbe non soltanto un errore politico, ma un rovesciamento dei valori che diciamo di voler difendere. Le società possono avere responsabilità politiche e storiche, e anche il consenso che sostiene un governo può e deve essere oggetto di giudizio. Ma altra cosa è introdurre una presunzione di corresponsabilità sulle singole persone solo in ragione della loro nazionalità, religione o appartenenza culturale.
Una democrazia deve saper tenere insieme entrambe le cose: la capacità di giudicare con nettezza le scelte di uno Stato e di interrogarsi sulle responsabilità della società che le accompagna, senza trasformare l’appartenenza in una prova di responsabilità individuale.
La critica più dura possibile al governo Netanyahu, alle violazioni del diritto internazionale e alla tragedia inflitta alla popolazione palestinese non perde nulla della propria forza se rifiutiamo questo automatismo. Al contrario, diventa più credibile proprio perché distingue le responsabilità politiche dalle identità delle persone.
Proprio per questo considero questa visita non un problema da eliminare, ma una possibilità da interrogare. Abbiamo l’occasione di raccontare ciò che Reggio Emilia pensa della pace, della convivenza, della dignità dei bambini e del rifiuto della guerra. Ma abbiamo anche l’occasione di ascoltare: capire come persone con storie e sensibilità differenti leggono il conflitto israelo-palestinese.
È qui che l’incontro educativo può spostarsi sul terreno del conflitto, senza trasformarsi in propaganda. Si può parlare di Gaza, del 7 ottobre, degli ostaggi, dei bambini palestinesi uccisi, dell’antisemitismo, del diritto internazionale e del riconoscimento dello Stato palestinese. Solo il confronto aiuta a crescere, i veti e le censure solitamente alimentano divisioni e odio.
Per questo penso che la visita debba potersi svolgere. Reggio Emilia dovrebbe tentare una strada diversa: fare di questa vicenda un’occasione per alzare il livello della discussione pubblica. Reggio può interrogarsi su guerra, pace, antisemitismo, diritti e responsabilità collettive senza ridurre tutto a schieramenti contrapposti. Mantenere aperto il confronto, senza scomuniche preventive, senza confondere le persone con gli Stati e senza rinunciare alla chiarezza dei propri valori.
Reggio Children collabora già con realtà israelo-palestinesi impegnate nel dialogo e nella riconciliazione e con la municipalità palestinese di Beit Jala. È una strada difficile, ben più difficile di scegliere un campo e smettere di parlare con l’altro. Ma la pace non nasce tra persone già d’accordo: nasce quando qualcuno mantiene aperto uno spazio nel quale riconoscersi ancora esseri umani.
Dobbiamo denunciare senza esitazioni ciò che accade a Gaza ed in Cisgiordania, difendere il diritto del popolo palestinese, combattere l’antisemitismo e ogni forma di disumanizzazione. Queste cose non sono alternative: stanno insieme.
E dobbiamo chiederci quale sia il contrario della radicalizzazione. Io penso che sia l’incontro. L’educazione. Gli interrogativi. La possibilità di ascoltare una storia che non coincide con la propria. La capacità di vedere nell’altro non uno Stato, un esercito, una religione o una bandiera, ma un essere umano.
Se il Reggio Emilia Approach può contribuire anche soltanto un poco a questo processo, rinunciarvi sarebbe una sconfitta.
(*) Massimo Gazza, segretario provinciale del Partito democratico di Reggio Emilia