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Ecco la Carta contro la guerra di Reggio Children (ma per gli insegnanti ebraici non basta)
Ieri sera, martedì, al Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia, è stata presentata alla Consulta delle scuole e dei nidi d’infanzia la carta “Per una educazione democratica e partecipata”, elaborata in oltre un anno di lavoro da Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune di Reggio Emilia, Reggio Children e Fondazione Reggio Children.
Il testo chiede a partner, gruppi di studio e singole persone che entrano in contatto con il Reggio Emilia Approach® di difendere i diritti umani, di contrastare ogni discriminazione, compresa quella per appartenenza religiosa e provenienza geografica, di ripudiare la guerra, di “condannare ogni forma di genocidio, crimine di diritto internazionale che, in tempo di pace come in tempo di guerra, gli Stati si impegnano a prevenire e a punire”, secondo gli articoli I e II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, e di condannare “ogni forma di militarizzazione delle scuole, di ogni ordine e grado e in ogni Paese”.
La carta è rivolta a tutti coloro che, a diverso titolo, entrano in contatto con il sistema educativo reggiano. A ciascuno chiede un’assunzione di responsabilità condivisa, la stessa che Istituzione, Reggio Children e Fondazione Reggio Children si prendono per prime. Dovrà essere dunque sottoscritta anche dagli insegnanti di scuole ebraiche attesi nei prossimi giorni (se arriveranno davvero dopo le polemiche di questi giorni) in visita agli asili reggiani. Ma – per loro – non basterà. “Al gruppo di insegnanti ed educatori di scuole ebraiche atteso a Reggio Emilia dall’12 al 16 ottobre, che partecipa a titolo personale, è stata chiesta, in risposta alle preoccupazioni emerse in città, un’ulteriore presa di distanza, esplicita, dalle politiche del governo Netanyahu“, precisa una nota di Reggio Children. In pratica una sorta di abiura nei confronti del governo israeliano, che appare anche sconfessare il segretario provinciale del Pd, Massimo Gazza, che proprio poche ore prima si era detto favorevole alla visita degli insegnanti ebraici, invitando a “mantenere aperto il confronto, senza scomuniche preventive, senza confondere le persone con gli Stati e senza rinunciare alla chiarezza dei propri valori”.
La carta è stata condivisa con il network internazionale, la rete di 33 Paesi con cui Reggio Children ha le relazioni più stabili e durature. È un testo aperto, in continuo aggiornamento anche grazie al contributo che stanno dando le famiglie nel percorso verso l’elezione dei prossimi Consigli Infanzia Città. Alla serata, presieduta dal presidente dell’Istituzione Federico Ruozzi, sono intervenuti il direttore Nando Rinaldi, la presidente di Reggio Children Maddalena Tedeschi, l’assessora all’Educazione del Comune di Reggio Emilia Marwa Mahmoud e le pedagogiste Annalisa Rabotti ed Elena Corte La Consulta è stata molto partecipata e ha registrato numerosi interventi, espressione anche di posizioni distanti tra loro.
La carta si fonda sul Regolamento delle Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune di Reggio Emilia, che definisce l’educazione un “terreno di incontro dove si pratica la libertà, la democrazia, la solidarietà e si promuove il valore della pace”, e richiama la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, la Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 11 della Costituzione. A chi la condivide chiede di sostenere una società aperta e pluralista, di educare alla nonviolenza “superando la cultura del nemico” e di considerare le situazioni conflittuali della vita quotidiana un’occasione di confronto e di dialogo.
Istituzione, Reggio Children e Fondazione Reggio Children, che della carta sono gli autori, si assumono a loro volta tre impegni: fare delle proprie scuole luoghi di libertà di espressione e di ascolto delle differenze, diffondere le pratiche della democrazia partecipata, promuovere dibattiti pubblici con i partner nei diversi paesi.
Il testo è stato discusso e rivisto in più passaggi: è stato condiviso con lo staff di presidenza di Fondazione Reggio Children, gli staff di Istituzione e Reggio Children, la commissione paritetica dell’Istituzione, il gruppo della convenzione tra Istituzione e Reggio Children, il personale delle scuole e dei nidi, la segreteria dei Consigli Infanzia Città. È infine approdato alla Consulta nella sua ultima stesura, che ha recepito alcune delle osservazioni raccolte in queste settimane, e il lavoro di aggiornamento continuerà nei prossimi mesi.
La Consulta è il luogo in cui si coordinano i Consigli Infanzia Città, presenti in ogni nido e scuola dell’infanzia comunale e convenzionato ed eletti ogni tre anni da genitori, educatori, pedagogisti e cittadini. Ne fanno parte i loro rappresentanti, Reggio Children, Fondazione Reggio Children, gli organi dell’Istituzione e l’assessora competente. Svolge funzioni consultive e propositive sulle principali scelte educative della città.
Le dichiarazioni
Marwa Mahmoud, assessora all’Educazione del Comune di Reggio Emilia.
«Ho piena fiducia nel lavoro di Reggio Children. Reggio Emilia ha costruito la propria storia educativa sull’inclusione e sull’apertura, anche verso contesti molto lontani dal nostro, e lo ha fatto guardando alle persone per ciò che fanno, non per ciò che sono. La mia posizione sul governo israeliano e su Netanyahu è nota da tempo, e i rapporti istituzionali con quel governo sono interrotti. Ma c’è una differenza importante tra i rapporti tra istituzioni e quelli tra persone. Chi viene a studiare nelle nostre scuole condivide una carta che rifiuta il genocidio e si assume l’impegno di costruire la pace. È questo il perimetro di valori in cui la carta si inscrive: contribuire ad abbattere i muri e promuovere una cultura dei diritti di tutti.
Quella di ieri sera è stata una discussione vivace, con posizioni anche molto diverse tra loro. È esattamente ciò per cui esistono la Consulta e i Consigli Infanzia Città: luoghi in cui genitori, insegnanti e cittadini discutono le scelte che riguardano le scuole, le mettono in discussione quando serve e contribuiscono a darle forma. La partecipazione non garantisce l’unanimità, e non deve garantirla. Garantisce che una decisione sia passata per le voci di chi ne vivrà gli effetti. Una città capace di discutere a viso aperto dei temi più difficili sta già praticando ciò che questa carta chiede alle sue scuole.»
Federico Ruozzi, presidente dell’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia
«Come sistema educativo abbiamo una responsabilità: contribuire a un’educazione di qualità, e per farlo lo scambio è fondamentale. Nel recente incontro con il sindaco di Beit Jala, Vladimir Kharoufeh, abbiamo condiviso la necessità di smontare la cultura del nemico. È un compito a cui non possiamo sottrarci, se vogliamo mettere al centro i diritti dei bambini anche quando sembra impossibile. La cultura del nemico si costruisce anche a scuola, a partire dai libri di testo, in ogni paese. Nel nostro piccolo possiamo raggiungere quegli insegnanti che, nelle loro scuole, possono contrastarla. Se riusciremo a dare anche a uno solo di loro gli strumenti per farlo, sarà già un risultato. Per questo la carta non si ferma a parole come dialogo e pace, che da sole lasciano margini di interpretazione che non possiamo permetterci: chiede impegni precisi, a cominciare da quello di tenere le scuole fuori da ogni forma di militarizzazione.»
Maddalena Tedeschi, presidente di Reggio Children
«Da questo confronto _ riferita al dibattito alla Consulta – emerge con chiarezza che le scuole appartengono alla città, e sono nate da una visione che mette al centro il dialogo. Questo incontro mi porta alla mente le discussioni di anni fa, quando gli argomenti erano altri, la passione e la partecipazione la stessa. Discutere questa carta con il network non ha voluto dire tradurre un testo in altre lingue. Abbiamo scoperto che le stesse parole, pace, conflitto, nemico, perfino scuola, cambiano peso a seconda del luogo in cui vengono pronunciate. Una frase che a Reggio Emilia suona ovvia, in un altro paese può chiedere coraggio a chi la sottoscrive. un testo come questo ha dovuto fare i conti con i linguaggi degli adulti, con i loro codici e con i loro silenzi. È lì che il dialogo smette di essere una parola generica e diventa un lavoro. Nelle nostre scuole i bambini lo imparano presto: lo stesso oggetto cambia forma a seconda del punto da cui lo si guarda, e capire il punto di vista dell’altro non obbliga a rinunciare al proprio. Agli adulti chiediamo la stessa fatica. Ascoltare un altro codice culturale non indebolisce i principi: li obbliga a essere detti con più precisione. Il gruppo di insegnanti di scuole ebraiche avrebbe dovuto venire a Reggio Emilia lo scorso anno. Abbiamo scelto di rinviare la visita per avviare con il network una serie di azioni concrete che creassero le condizioni per accoglierlo, e nello stesso tempo abbiamo interrotto alcune relazioni appena avviate con realtà che non ci davano le assicurazioni necessarie. Accogliere, per noi, significa anche chiedere un’assunzione di responsabilità precisa, quella che questa carta formalizza e che ci ha impegnati per mesi, con fatica; non è stato facile, è stato ed è un esercizio difficile. Per questo gruppo, che ancora non sappiamo se verrà, la referente del network si è fatta garante di ciascuno degli e delle insegnanti, a ciascun partecipante abbiamo chiesto un impegno personale ed esplicito sul rifiuto della violenza e della guerra.
Questa sera non ci siamo trovati tutti d’accordo su tutto, e non era questo lo scopo. Torno a casa con la soddisfazione di aver trovato, insieme a voi, un modo di continuare a parlarci. Per una città che ha costruito le sue scuole sulla partecipazione, non è un risultato da poco.»