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Reggio e la sicurezza, tra percezione e realtà
di Giacomo Scillia
Uno lancia sassi contro le automobili in zona stazione. Un altro, secondo la cronaca, ubriaco per strada, aggredisce gli agenti e danneggia una volante. Due episodi diversi, una domanda molto semplice: il cittadino che cosa deve fare? Uscire di casa con il casco, cambiare marciapiede o raccomandarsi alla fortuna?
Perché il punto è proprio questo. Dietro ogni notizia ci sono persone che possono essere colpite, spaventate, danneggiate. C’è chi va al lavoro, chi torna a casa, chi accompagna un figlio, chi apre un negozio. Gente che non ha scelto di partecipare a una rissa, né di diventare il bersaglio della rabbia altrui. Eppure può ritrovarsi coinvolta mentre sta semplicemente vivendo la propria giornata.
Leggendo queste notizie, provo soprattutto rabbia per questa normalità messa sotto pressione. Possibile che il diritto di camminare tranquilli debba sembrare una pretesa esagerata? Possibile che chi chiede sicurezza debba sempre cominciare giustificandosi, come se desiderare strade vivibili fosse una posizione politica sospetta?
Il cittadino paga le tasse, rispetta le scadenze, deve stare attento a dove parcheggia, a quale varco attraversa, a ogni adempimento. Le sue responsabilità sono precise. Anche la protezione che gli viene garantita dovrebbe esserlo. Altrimenti il rapporto con le istituzioni diventa squilibrato: rigoroso quando bisogna chiedere, vago quando bisogna rispondere.
Nella notizia sui sassi si parla di un giovane con problemi psichici. È un elemento che merita attenzione seria. Una persona in difficoltà ha diritto a essere assistita, curata e seguita. Ma insieme a quel diritto esiste quello di chi passa per strada a non essere ferito. Le due esigenze devono trovare una risposta concreta. Lasciare che il rischio ricada sui passanti non risolve il problema di nessuno.
La compassione, per essere credibile, deve diventare organizzazione. Servizi che comunicano, interventi tempestivi, percorsi di assistenza, attenzione alle situazioni di pericolo. Se resta una parola buona da pronunciare dopo un episodio violento, serve poco alla persona fragile e ancora meno a chi si trova sulla traiettoria di un sasso.
E nell’altro episodio? La cronaca riferisce di un uomo ubriaco che avrebbe aggredito gli agenti e danneggiato la vettura della polizia. Anche qui la mia domanda riguarda chi subisce. Quanto devono rischiare gli operatori chiamati a intervenire? E quanto deve sentirsi esposto un cittadino che si trova accanto a una situazione del genere?
Agli agenti va il rispetto. Sono loro a dover affrontare materialmente l’emergenza, avvicinarsi a chi ha perso il controllo, cercare di fermarlo e proteggere le persone presenti. È un lavoro difficile, che può comportare rischi e richiede equilibrio. Meritano strumenti, sostegno e condizioni adeguate per svolgerlo.
Però non possiamo caricare tutto sulle loro spalle. Se la risposta pubblica si esaurisce nell’arrivo di una pattuglia, quando il pericolo si è già manifestato, resta aperta la questione della prevenzione. L’intervento è indispensabile. Il compito delle istituzioni comprende anche ciò che viene prima e ciò che deve accadere dopo.
Chi amministra la città, chi ha responsabilità sull’ordine pubblico e chi organizza i servizi sanitari e sociali deve dare risposte per la propria parte. Le competenze sono diverse, certamente. Ma il cittadino non può diventare l’esperto incaricato di districarle mentre cerca di capire se può attraversare una strada senza paura.
Non gli si può chiedere di accontentarsi del rimbalzo tra uffici, delle spiegazioni sulle competenze, delle formule prudenti che lasciano tutto sospeso. Il coordinamento dovrebbe essere un lavoro delle istituzioni. La tranquillità dovrebbe essere il risultato percepibile da chi abita la città.
E parliamo anche dei danni. Un’automobile colpita appartiene a qualcuno che magari ne ha bisogno per lavorare. Una volante danneggiata è un mezzo pubblico sottratto, almeno per il tempo necessario a ripararlo, al suo servizio. Dietro la parola “danneggiamento” ci sono spese, disagi, tempo perso. Il conto non scompare quando termina l’articolo di giornale.
Poi c’è un costo che non entra facilmente in una fattura: la paura. Quella che fa cambiare percorso, rinunciare a una passeggiata, telefonare a un familiare per farsi accompagnare. Il rischio è che una parte della città diventi un luogo da attraversare in fretta, con gli occhi bassi e l’attenzione sempre accesa. È questa la normalità che vogliamo accettare?
Penso anche a chi tiene aperta un’attività. A un commerciante non basta augurare buon lavoro. Ha bisogno di un contesto nel quale i clienti possano arrivare serenamente e lui possa aprire e chiudere senza sentirsi esposto. La vivibilità di una strada si misura anche così: dalle persone che la frequentano e dalla fiducia con cui lo fanno.
La sicurezza riguarda la libertà quotidiana. La libertà di un anziano di uscire, di una donna di rientrare, di un ragazzo di aspettare un autobus, di un lavoratore di raggiungere la stazione. Ridurre tutto a uno scontro tra schieramenti significa perdere di vista queste persone. Le loro esigenze restano, qualunque sia il colore di chi governa.
A chi ha responsabilità pubbliche chiedo dunque qualcosa di verificabile: come si individuano le situazioni pericolose? Come collaborano i servizi? Come vengono seguite le persone dopo un intervento? Quale protezione si garantisce a residenti, commercianti e passanti? Quali risultati ci si propone di ottenere, e come si controlla che arrivino?
Sono domande legittime. Non richiedono proclami roboanti, ma lavoro e risposte comprensibili. Nessuna città può promettere che non accadrà mai più un episodio violento. Può però dimostrare di aver preso sul serio il problema e di fare tutto ciò che rientra nelle proprie responsabilità per ridurre i rischi.
Non pretendo che un sindaco sostituisca un medico, un magistrato o un agente. Pretendo che ciascuno faccia la propria parte e che, dove serve collaborazione, questa funzioni. Il cittadino ha il diritto di chiedere conto dei risultati senza essere trattato come un fastidio, un allarmista o un avversario da liquidare.
La fiducia nelle istituzioni cresce quando le persone si sentono ascoltate e protette. Si consuma quando hanno l’impressione che la loro paura venga considerata un problema di immagine. Prima di preoccuparsi di come appare una città, bisognerebbe preoccuparsi di come ci vive chi la abita.
“È andata bene”, si potrà dire quando nessuno viene colpito. Ma andare bene per fortuna è una consolazione fragile. La buona amministrazione deve cercare di ridurre lo spazio lasciato alla fortuna, soprattutto quando in gioco ci sono l’incolumità delle persone e il lavoro di chi interviene per difenderle.
E allora sì, “ottimo lavoro”, viene da dire con amara ironia a chi dovesse ritenere sufficiente questa situazione. Il cittadino paga le tasse, teme per la propria auto, cambia strada e spera di tornare a casa intero. Magari dovrebbe pure mostrarsi soddisfatto.
Io soddisfatto non sono. Voglio una Reggio nella quale la fragilità trovi assistenza, la violenza trovi un argine e le persone possano vivere con serenità. Una città in cui uscire di casa sia un gesto normale. Perché pagare anche la paura, dopo tutto il resto, è davvero un conto che i cittadini non meritano.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.