SpazioReggio ha “intervistato” Pesha Kletenik, preside della Manhattan Day School, una dei cento educatori americani che avrebbero dovuto visitare gli asili reggiani, ma che all’ultimo momento hanno rinunciato al viaggio a causa delle polemiche esplose in città in questi ultimi giorni e alla richiesta di abiura nei confronti del governo Netanyahu.
Abbiamo “intervistato” tra virgolette, perché in realtà abbiamo trasformato in intervista – in maniera perfettamente fedele – le parole di Pesha Kletenik, così come sono state riportate da sua madre Rivy Poupko Kletenik (a sua volta apprezzata insegnante e dirigente scolastica ebraica negli Stati Uniti) nel blog che cura per il sito The Times of Israel. Nel blog – oltre a ribadire che la missione a Reggio degli educatori ebraici è saltata perché “la loro partecipazione non era più gradita, a meno che non avessero firmato un documento in cui rinnegavano ogni legame con Israele e con le politiche israeliane” – esprime profondo dolore per il trattamento riservato alla figlia. “Mia figlia – nipote di una giovane donna coraggiosa che viaggiò su un vagone bestiame da Satmar, in Romania, fino ad Auschwitz, che vide la madre e le sorelle assassinate sotto i propri occhi durante la selezione e sopravvisse a un trattamento da schiava, privata della sua dignità umana – stava ora sperimentando, ottantadue anni dopo e in America, un assaggio di quella stessa disumanizzazione”.
Le parole delle due donne, confermano un altro aspetto oscuro di questa brutta vicenda. Ovvero l’operazione di “intelligence social” a cui gli educatori ebraici sono stati sottoposti nelle scorse settimane. Proprio Pesha Kletenik è stata infatti indicata dagli oppositori reggiani al viaggio, come una sorta di “falco guerrafondaio” andando a ripescare iniziative promosse dalle scuole risalenti addirittura al 2009 e un suo intervento pubblicato nel novembre 2024 nel blog che cura sul Jewis Press. In realtà sono complessivamente una dozzina gli articoli scritti dalla preside, tutti a carattere teologico ed incentrati sulla Torah, sulle tradizioni, le liturgie e i precetti ebraici. Anche in quello di novembre finito nel mirino dell’ “intelligence” reggiana si parla principalmente di Targum Yonatan, Mishkan, Birchat HaKohanim, Beit HaMikdash e Mareh Kohen, paragonando in effetti “i coraggiosi membri dell’IDF, che hanno dovuto rinunciare a tanto tempo con le loro famiglie per compiere il sacro compito di difendere lo Stato di Israele” ai “Leviti sacrificarono il tempo da dedicare alla famiglia per rappresentare il popolo ebraico nella casa di Hashem e servire Dio”. L’articolo si conclude con un auspicio di pace e un invito “a oltre un anno dallo scoppio della guerra, a continuare a pregare affinché, in virtù del loro sacrificio — e attraverso le parole di preghiera di una tribù che comprende cosa significhi sacrificarsi — possiamo giungere allo shalom, alla pace, in Israele e alla conclusione di questo difficile capitolo”.
Al di là del fatto che quella stessa Costituzione italiana citata dalla Carta di Reggio children prevede anche la libertà di manifestazione del pensiero (articolo 21), resta da capire se – in tutti questi anni – qualcuno è andato a scandagliare anche i pensieri espressi, per dire, da educatori ungheresi o cinesi magari venuti in visita a Reggio per verificare l’eventuale presenza di frasi di condanna per la scarcerazione di Ilaria Salis attraverso l’immunità parlamentare o per l’insurrezione di piazza Tienanmen.
Questa l’ “intervista” a Pesha Kletenik
Perché la visita a Reggio – sua, e di un altro centinaio di educatori di scuole ebraiche americane – è saltata a pochi giorni dalla vostra partenza?
Purtroppo la città si è opposta alla visita del nostro gruppo a Reggio Children e alle sue scuole dell’infanzia a causa della nostra identità di sionisti. È stata indetta un’assemblea cittadina con la partecipazione di centinaia di persone, accompagnata da una grande manifestazione di protesta fuori dal centro Malaguzzi. La nostra identità è stata resa pubblica e i nostri profili social, sia personali che istituzionali, sono stati esaminati e interpretati come prova del nostro sostegno a Israele e all’IDF, l’esercito israeliano. Una conferenza in preparazione da mesi. E hanno scelto proprio un giorno particolare per comunicarlo ai partecipanti.
Una coincidenza?
Non credo proprio. Il 7 ottobre sembra essere diventato il giorno in cui le narrazioni vengono ribaltate e il dolore delle vittime cancellato. C’è spazio per ogni tipo di sofferenza, tranne che per quella ebraica.
Lei ha già avuto modo di conoscere il Reggio Emilia Approach?
Sono un’educatrice ebraica profondamente trasformata dall’esperienza di Reggio Emilia. Il solo nominarla mi riporta a un mondo fatto di conferenze, workshop, visite scolastiche e libri. Ho accolto con tutto il cuore questo approccio illuminato ed entusiasmante dedicato ai più piccoli. È stato un percorso meraviglioso.
E ora?
Ora dobbiamo affrontare il rifiuto proprio da parte di quegli esperti che avevamo idealizzato collettivamente: i custodi di quelle visioni del mondo e di quegli insegnamenti delicati a cui avevamo affidato la crescita dei nostri bambini più piccoli. Di quegli approcci che abbiamo fatto nostri, adottato e messo in pratica. Di fronte a questo schiaffo in pieno viso, dobbiamo forse implorare comprensione e accettazione?
Questi i pensieri originali espressi da Pesha Kletenik, così come riportati – nel suo blog – dalla madre.
Unfortunately, the town has opposed our group’s visit to the center and its preschools because of our identities as Zionists. A town meeting was convened with several hundred people in attendance, along with a large protest outside the center. Our identities were made public, and our personal and institutional social media profiles were reviewed and characterized as demonstrating our support for Israel and the IDF.
A conference months in the making. And they picked quite the day to notify participants. Accident? I think not. October 7 seems to be the day that narratives are flipped and victim’s pain is erased. There is space made for all suffering – except for Jewish suffering.
I am a Jewish educator forever changed by Reggio Emilia. Just the mention of it catapults me back to a world of conferences, workshops, school visits, and books. I wholeheartedly embraced this enlightened, thrilling approach for our youngest learners. It was a sweet journey.
Now what? How are we to navigate rejection by the very experts we collectively idealized—the gatekeepers of the sensitive worldviews and teachings we trusted to nurture our most tender children? Whose approaches – we have espoused, adopted and implemented? Slapped in the face – do we beg for understanding and acceptance?
