Il centro storico e i suoi ornamenti, i decori: tutte le fontane della città antica sono asciutte, vasche vuote che si nutrono di acqua piovana, trasformandosi al massimo in pozzanghere colme di foglie galleggianti.
Un po’ come accadeva nel Medioevo nei grandi castelli, i locali adibiti a celle frigorifere avevano un buco sul soffitto e per fare la ghiacciaia ci si affidava al meteo, aspettando che cadesse la neve a riempire la stanza.
Ora riempire le vasche non costerà milioni di euro, quindi non resta che pensare che con questi manufatti, tra l’altro costruiti di recente, ci siano problemi di manutenzione.
Veniamo al punto. Il fontanone davanti al teatro Valli non fa quasi più notizia, da quando è stato realizzato sono più le volte che non funziona rispetto a quelle che zampilla: la vasca, non avendo profondità, contribuisce a rendere omogenea la visione grigio cemento di una piazza della Vittoria in stile DDR, spoglia di qualsiasi ornamento, alberi o arredi che siano.



In piazza Gioberti, stessa cosa: la vasca è secca da tempo, così che l’obelisco (peraltro storto) appare come incastrato su una O di Giotto sfruttata dagli avventori come fosse una panchina. Proseguendo per Corso Garibaldi, si arriva in piazza del Cristo, o piazza Roversi: anche qui tutto secco. Le vasche vuote, dell’acqua nessuna traccia. Restano però gli spigoli vivi del manufatto, come quello davanti alla chiesa, più volte rotto.



Passiamo all’ex campo Tocci, oggi parco Cervi. Anche qui c’era una volta una fontana a zampilli per chi se la ricorda, proprio sotto le antiche mura. Per individuarla basta cercare una serie di tombini con grate di ferro mezze sfondate con ai lati una serie di pietroni di cemento che sembrano buttati li per caso tra il fogliame caduto e non raccolto.






Un capitolo a parte lo riserviamo allo scempio, all’ingresso dei Giardini pubblici o parco del Popolo (‘Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’), alla fontana intestata all’abate Ferrari Bonini, inaugurata nel 1885 quando il nobile Ulderico Levi decise di regalare l’acquedotto a Reggio, opera d’arte e oggi fontana finta, senz’acqua, deposito di rifiuti urbani: scatoloni, ferri vecchi, scartoffie e anche escrementi. Un vero affronto alla nostra memoria quando, bambini, ci arrampicavamo furtivamente in cima per vedere i pesci rossi sguazzare nell’acqua, attenti a eludere la sorveglianza dei vigili col fischietto che multavano chiunque calpestasse l’erba. Adesso tutto è consentito.






Per terminare questo tour in modo positivo, usciamo allora dalle mura dell’esagono percorrendo la via del Ducato Estense. E qui effettivamente, in viale Umberto Primo, le due fontane fanno quello per cui sono state progettate, spruzzano acqua.



