C’è un momento in cui le parole non bastano più. E a Reggio Emilia quel momento sembra essere arrivato da tempo.
La fotografia pubblicata dalla stampa locale è difficile da liquidare con qualche rassicurazione: quaranta negozi sfitti lungo appena un chilometro di via Emilia, nel tratto centrale della città. Serrande abbassate, vetrine vuote, locali con i cartelli “Affittasi” e “Vendesi”.
Non siamo davanti a una previsione pessimistica dell’opposizione. Sono locali vuoti che chiunque può vedere passeggiando per il centro.
E mentre il commercio soffre, la politica continua a produrre ciò di cui sembra essere diventata una formidabile fabbrica: visioni, progetti, annunci, prospettive, rigenerazioni future.
Il problema è che una città non vive di rendering, comunicati stampa e buone intenzioni. Vive di persone, negozi aperti, residenti, sicurezza, accessibilità, parcheggi, servizi e convenienza economica per chi decide di investire.
QUARANTA SERRANDE SONO UN GIUDIZIO POLITICO – Un’attività commerciale può chiudere per mille ragioni e sarebbe scorretto attribuire ogni singola cessazione al Comune.
Ma quando il fenomeno assume queste dimensioni, la politica non può limitarsi a spiegare che esistono cause nazionali, cambiamenti nelle abitudini di consumo, commercio elettronico o difficoltà generali del settore. Tutto vero.
Ma allora bisogna porre una domanda molto semplice: che cosa è stato fatto, concretamente, per rendere il centro storico di Reggio Emilia più competitivo rispetto a queste trasformazioni?
Perché amministrare significa precisamente questo: intervenire sulle condizioni sulle quali un Comune può incidere. E i risultati, alla fine, si misurano.
Quaranta negozi vuoti in un chilometro non dimostrano da soli la responsabilità della Giunta, ma certificano certamente l’esistenza di un problema enorme che la Giunta ha il dovere politico di affrontare.
NON SERVONO ALTRE “VISIONI” – Da anni sentiamo parlare di rigenerazione, rilancio, attrattività, qualità urbana, mobilità sostenibile, valorizzazione e nuovi modelli di città. Parole bellissime. Poi però bisogna uscire dagli uffici e camminare. Bisogna percorrere la via Emilia e guardare le serrande.
Bisogna parlare con chi paga un affitto, le utenze, la Tari, i dipendenti e le tasse. Bisogna chiedere ai commercianti se percepiscono davvero quel grande rilancio che periodicamente viene raccontato nei documenti e nei comunicati.
La distanza tra la città immaginata e quella vissuta sta diventando il vero problema politico di Reggio Emilia.
Non si può rispondere a una serranda abbassata con un’altra conferenza stampa.
UN CENTRO STORICO NON È UNA SCENOGRAFIA – Il centro non può diventare semplicemente il luogo degli eventi del fine settimana.
Un concerto riempie una piazza per qualche ora. Una manifestazione porta persone per una sera. Un’iniziativa culturale può essere positiva e va sostenuta.
Ma il commerciante deve aprire sei giorni alla settimana, dodici mesi all’anno.
È questa la differenza che troppo spesso la politica dimentica.
La vera vitalità urbana non si misura contando quante persone partecipano a una festa. Si misura verificando quante persone decidono ancora di abitare, lavorare, comprare e investire stabilmente nel centro storico.
E quando le vetrine vuote diventano decine, qualcosa evidentemente non sta funzionando.

SERVONO RISPOSTE MISURABILI – La Giunta dovrebbe allora abbandonare per un momento la retorica e presentare ai cittadini qualcosa di molto più semplice: numeri, obiettivi e scadenze. Quanti locali commerciali risultano oggi vuoti nel centro storico? Quanti erano cinque anni fa? Quante attività hanno aperto e quante hanno chiuso?
Quali interventi sono stati realizzati per favorire nuove aperture?
Quali risultati hanno prodotto? Quanto denaro pubblico è stato investito e quale beneficio misurabile ne è derivato?
Sono domande amministrative, non ideologiche.
E rispondere sarebbe il modo migliore per dimostrare che dietro alle parole esiste una strategia.

IL TEMPO DEGLI ALIBI È FINITO – Reggio Emilia possiede storia, posizione geografica, patrimonio architettonico, cultura, tradizioni gastronomiche e capacità imprenditoriale sufficienti per avere un centro storico vivo.
Se progressivamente perde attività commerciali, la risposta non può essere semplicemente quella di inventare l’ennesima “visione” della città del futuro.
Occorre occuparsi della città del presente.
Accessibilità, parcheggi, sicurezza percepita e reale, pulizia, decoro, fiscalità locale, incentivi alle nuove attività, recupero dei locali sfitti e residenza devono diventare questioni concrete sulle quali assumersi responsabilità e indicare risultati verificabili.
Perché amministrare non significa raccontare continuamente quello che Reggio Emilia diventerà.
Significa rispondere di quello che Reggio Emilia è diventata. E oggi quaranta negozi sfitti in appena un chilometro della sua strada simbolo rappresentano una fotografia che nessuna narrazione può cancellare. Meno visioni. Meno autocelebrazioni. Più risultati.
Perché quando le serrande si abbassano una dopo l’altra, prima o poi deve alzarsi qualcosa che in politica sembra diventato sempre più raro: la responsabilità.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
