Nei prossimi 25 anni l’Italia perderà 6,7 milioni di persone in età lavorativa per la graduale uscita dei baby boomer dal mondo del lavoro. Reggio Emilia ne risentirà meno della media: secondo l’ufficio studi di Lapam Confartigianato, la popolazione in età lavorativa della provincia calerà dell’11,9%, contro il 19,8% nazionale, e gli under 35 del 12,1%, contro il 19,1% del resto del Paese.
Sono proiezioni a lungo termine, confermate anche da ulteriori elaborazioni del Sole 24 Ore su dati Istat, diffuse a giugno: Reggio si colloca tra i pochi territori italiani in cui gli under 35 oggi sono in crescita. Ma cosa accadrà nei prossimi decenni?
Il territorio parte da una posizione forte: siamo ottavi in Italia nell’indice Confartigianato Youth Friendly 2025 che identifica le province più “amiche dei giovani”, grazie ai servizi per le nuove famiglie (ad esempio, gli asili), al rapporto tra redditi e costo della vita, alla qualità della formazione e alle opportunità d’impiego. Ma lo stesso studio evidenzia l’elevata età media dei lavoratori e la bassa imprenditorialità giovanile che minacciano il ricambio generazionale del tessuto produttivo. Tra gli ostacoli indicati dai giovani imprenditori ci sono i costi di avvio e gestione, la mancanza di reti di contatti e la conoscenza del settore.
Ne abbiamo parlato con Elena Manicardi, presidente del Movimento Giovani di Lapam Confartigianato.

I giovani riescono a rimpiazzare i lavoratori di età elevata, o il mercato si sta svuotando dal basso?
«L’inverno demografico è, purtroppo, un tema che riguarda tutti gli aspetti della società e tocca inevitabilmente anche il mondo del lavoro. La denatalità è un fenomeno che si riflette in una mancanza di manodopera e questo mette a rischio la continuità aziendale. La domanda del mercato lavorativo è presente, ma ciò che riscontrano anche le nostre realtà produttive è una mancanza di candidati sia, per il motivo di cui prima, per una denatalità sempre crescente, sia perché gli studenti negli ultimi anni hanno optato sempre meno per percorsi di studio professionalizzanti, che insegnassero un mestiere, di cui ad oggi c’è enorme bisogno».
Quali mestieri fanno più fatica a trovare qualcuno che li impari?
«Non c’è solo un tipo di mestiere che sta sparendo, ma tutti i lavori manuali stanno via via perdendo appeal tra i giovani: lo riscontriamo, secondo i nostri studi, sia tra i meccanici che tra i fornai, passando per impiantisti e falegnami. La difficoltà nel reperire manodopera è trasversale e tocca quasi tutti i settori».
Quando un giovane dice che vorrebbe mettersi in proprio, cosa lo frena? E cosa lo convince a farlo?
«Certamente la burocrazia e la pressione fiscale sono tra i primi aspetti che frenano la volontà di aprire una propria realtà. Noi come Lapam Confartigianato realizziamo annualmente tantissimi percorsi diversi tra le scuole del territorio di ogni ordine e grado e anche all’interno delle università perché la nostra mission principale è quella di promuovere la cultura del lavoro autonomo. Come associazione garantiamo una consulenza a 360 gradi a tutti coloro che vogliono aprire una loro attività, seguendoli passo dopo passo in ogni step per affiancarli e accompagnarli in questo percorso».
Chi sono oggi i nuovi artigiani e che tendenza registrate nel rapporto tra giovani e lavoro manuale?
«Dal nostro punto di vista, i nuovi artigiani sono giovani che stanno riscoprendo il valore del saper fare, ma che lo interpretano in modo diverso rispetto al passato. Sono ragazzi e ragazze che uniscono competenze tecniche, creatività, capacità di utilizzare le nuove tecnologie e attenzione alla qualità del prodotto e del servizio. L’artigiano di oggi non è soltanto colui che lavora con le mani: è anche un imprenditore che progetta, innova, comunica, gestisce un’impresa e costruisce relazioni con i clienti. Osserviamo un interesse crescente verso mestieri concreti, ma questo interesse non si traduce automaticamente in una scelta professionale. Esiste ancora un problema di percezione».

Dal vostro punto di osservazione, cosa servirebbe per dare impulso all’imprenditorialità giovanile, e a chi spetterebbe farlo?
«Per dare impulso all’imprenditorialità giovanile, ma all’imprenditorialità in generale, servono meno ostacoli all’ingresso, più accompagnamento e una maggiore capacità di fare sistema. Aprire un’impresa artigiana oggi significa affrontare investimenti iniziali, costi di gestione, adempimenti burocratici, difficoltà di accesso al credito e la necessità di acquisire competenze che vanno ben oltre quelle strettamente professionali. Non c’è un solo soggetto responsabile di aiutare i giovani ad avviare una nuova attività, ma è un lavoro di squadra tra tutti gli attori del territorio: istituzioni, associazioni, scuole e università. Non dobbiamo occuparci soltanto di chi vuole aprire una nuova impresa, ma anche di chi può raccogliere il testimone di un’impresa esistente per evitare che un patrimonio economico e culturale rischi di andare perduto».
Se le proiezioni rincuorano, confermando Reggio come uno dei territori che reggono meglio al calo della popolazione in età lavorativa, preoccupa la fuga dei cervelli. Sempre lo studio di Lapam Confartigianato rivela che in dieci anni 145mila giovani laureati italiani hanno lasciato il Paese, circa 40 al giorno. Nel solo 2024, anno dell’ultimo dato disponibile, l’Emilia-Romagna ha avuto un saldo negativo di 1.613 laureati verso l’estero, ma ne sono giunti 3.592 da altre regioni: per l’ufficio studi, un segnale che il territorio ha molto da offrire a giovani altamente qualificati.
Le parole di Manicardi mettono a fuoco un’altra questione chiave: non basta che i giovani restino, serve che qualcuno rilevi le imprese esistenti, e che il lavoro manuale torni a essere una scelta possibile. Se quel testimone passerà di mano è la domanda cruciale su cui si giocherà il ricambio del tessuto produttivo reggiano.
