Giugno 1946, Reggio Emilia si prepara al grande appuntamento.
“Finalmente anche a Reggio nella sua veste variopinta di manifesti, si è destata questa mattina [2 giugno, ndr], ilare e serena, con il suo consueto volto bonario, ed è corsa alle urne. Nessun cipiglio armato di odio: ma volti tranquilli, all’intorno è un affannarsi entusiastico e simpatico di giovani che prestano il loro aiuto disinteressato e premuroso a vecchi e a profani delle elezioni”. È l’apertura del fondo di “Reggio Democratica”, La grande giornata, di lunedì 3 giugno 1946. Fotografa una città solidale e consapevole non solo della “bellezza” del libero voto, dopo la dittatura fascista, ma soprattutto della posta in gioco: Repubblica o Monarchia? Il “popol giôst” fa festa, racconta il giornale in un altro articolo, e nelle Ville, nelle campagne: “Si percepiva ancor più nettamente che in città la sensazione di festa, di festa grande: a gruppi partendo a piedi i più poveri, in cavallo o in bicicletta i più agiati”.
Ovunque calma e regolarità, scrive ancora “Reggio Democratica”. Nel rione di Santo Stefano “le vie, i caffè, i ritrovi, i viali avevano un loro volto che non è di tutti i giorni. Gente ce n’era dappertutto là in viale Timavo, come in viale Piave, in viale Isonzo come in via Fratelli Rosselli, ma aveva un volto più composto, più pacato degli altri giorni. Si conservava sottovoce”. E i tutori dell’ordine, in un clima così sereno, ma allo stesso tempo carico di significato, non potevano fare altro che rigirarsi pollici per far passare il tempo.
E le donne, al loro secondo appuntamento elettorale dopo quelle del marzo precedente?

Chi ha visto il film, del 2023, di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”, ha sicuramente davanti agli occhi le ultime scene del film che fissano nei loro fotogrammi quello che avviene a Roma, simile a ciò che avviene nel Reggiano raccontato da “Reggio Democratica” di quel lunedì 3 giugno 1946.
“Stavolta le donne erano un po’ più franche dopo la prova generale della amministrative, ma le teneva un po’ in soggezione l’importanza dell’atto che stavano per compiere. E molte si sono presentate senza rossetto per non lasciare traccia sul lembo gommato, cosa che avrebbe fatto annullare il voto”.
A proposito del voto delle donne Flavia Steno, nome d’arte di Amelia Cottini Osta, giornalista e scrittrice di origine svizzera, il 9 giugno 1946, nell’articolo “Politica e sentimento” uscito sul “Giornale dell’Emilia” (alias “Il Resto del Carino”), il 9 giugno 1946, racconta – lei “femminista di destra” – del significato dell’alta partecipazione delle donne al referendum e alle elezioni per la composizione dell’l’Assemblea costituente del 2 giugno 1946.
“Come già era avvenuto per le amministrative [marzo 1946, NdR] anche queste elezioni politiche hanno provato quanto la donna abbia preso sul serio il privilegio conferitole con la scheda e come lo abbia subito tradotto in dovere recandosi a votare in una proporzione così imponente”.
Una partecipazione non dettata dalla semplice novità perché la “donna ha votato sul serio, con deliberata coscienza, con determinata volontà di voler partecipare alla direzione della cosa pubblica con la persuasione (cioè qualcosa più della speranza anche se meno della certezza) di riuscire a ‘far andare un po’ meglio le cose'”.
I voti al Referendum
Provincia di Reggio Emilia:
Repubblica: 177.184 voti
Monarchia: 44.127 voti
Comune di Reggio nell’Emilia:
Repubblica: 50.214 voti
Monarchia: 12.752 voti
I voti alla Costituente
Elettori 255.607
Votanti 239.551 93,72 %
Schede Bianche 4.102
Non valide (bianche incl.) 7.645
PCI 105.587 45,53%
DC 61.534 26,53%
PSIUP 58.689 25,31%
L’esito del referendum nel resto d’Italia
Se a Reggio i giorni successivi il referendum costituzionale non registrano incidenti di nota, non così fu nel resto d’Italia. I giorni successivi il 2 giugno 1946 furono contrassegnati da violenze che provocarono morti e feriti. La vittoria della Repubblica (12.717.923 voti pari al 54,2 percento) sulla Monarchia (10.719.284 voti pari al 45,8 percento) rivelò una profonda spaccatura tra il nord e il sud d’Italia.
Se a Reggio la percentuale a favore della repubblica arrivò all’80 per cento, a Napoli, ad esempio, le parti erano quasi invertite.





E a ragione, Manlio Rossi Doria, vent’anni dopo, affermerà che “insieme ai contadini trentini cattolici, che seguirono De Gasperi furono i “cafoni” di Basilicata e Calabria a darci quei pochi milioni di voti in più per i quali siamo oggi retti a Repubblica anziché a monarchia”.
La vittoria repubblicana fu duramente contestata dai monarchici, che denunciavano brogli, e i giorni successivi al 2 giugno furono contrassegnati da scontri sanguinosi, in particolare al Sud. A Napoli vi furono sette morti e numerosi feriti. Il re Umberto II, succeduto al padre Vittorio Emanuele III all’inizio del maggio 1946, non riconobbe subito la sconfitta innescando timori di un colpo di Stato.
Il re insisteva, infondatamente, sul fatto che il “calcolo dei risultati sul referendum si dovesse fare sulla base degli elettori votanti, tenendo cioè conto anche delle schede bianche e nulle”. La parola fine fu apposta dalla Corte di Cassazione, per legge deputata a convalidare i risultati elettorali, il 18 giugno 1946: “Con tale verbale la Corte dà atto che, sentite le conclusioni del Procuratore generale, ha emesso giudizio definitivo sulle contestazioni, sulle proteste e sui reclami concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al “referendum”. […] Premesso che la Corte ha ritenuto che per maggioranza degli elettori votanti […] deve intendersi la maggioranza degli elettori che hanno espresso voti validi… […] e che pertanto la maggioranza degli elettori votanti si è pronunciata a favore della Repubblica”.

“Così la monarchia – scrive il “Giornale dell’Emilia del 19 giugno ’46 – vede definitivamente tramontare quelle ultime speranze che ancora poteva avere in un verdetto della Cassazione favorevole alla interpretazione letterale dell’art. 2 della legge [d.l. 16 marzo 1946 n. 98]. Non è stato letto il numero complessivo dei votanti che perde comunque ogni importanza e che è tuttavia facilmente ricavabile sommando i voti attribuiti ai due contrassegni più quelli nulli. Il totale e di 24.935.343. La maggioranza è superata dai voti attribuiti alla repubblica per 250.000 voti e quindi nell’ipotesi, non verificatasi, di un’interpretazione letterale la vittoria sarebbe stata perfettamente legale”.
Il Re di Maggio con tutta la dinastia sabauda, intanto, era già salito sull’aeroplano che lo portava in esilio. Esilio decaduto non tanto tempo fa.
