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Storie di toponomastica: via Ceva, il chimico che si suicidò per la falsa accusa di strage
Alla stazione storica di Reggio Emilia, una zona schiacciata tra percezione e realtà, la toponomastica ha battezzato la prima laterale sinistra di via Eritrea, procedendo in direzione di viale Isonzo, a un antifascista pavese, Umberto Ceva, dirigente industriale e chimico che, nel 1929, aderii al movimento di “Giustizia e Libertà”, fondato dai fratelli Carlo e Nello Rosselli assassinati da sicari fascisti, il 9 giugno 1937, in Francia, in un bosco nei pressi di Bagnoles-de-l’Orne, una località termale della Normandia.
Nella storia del movimento antifascista “Giustizia e Libertà” il suicidio di Umberto Ceva – avvenuto nella cella numero 440 del IV braccio del carcere romano la notte di Natale del 1930 – prima dell’uccisione dei Rosselli, è l’episodio più tragico.
Umberto Ceva è arrestato dall’Ovra, la polizia segreta fascista, accusato, ingiustamente, dell’attentato dinamitardo avvenuto, nel 1928, vicino alla Fiera campionaria di Milano, in piazzale Giulio Cesare, appena prima del passaggio del corteo reale, con una ventina di morti e numerosi feriti.
La polizia fascista arrestò indiscriminatamente circa 560 tra anarchici, comunisti e antifascisti, senza riuscire a trovare prove concrete.
L’arresto di Ceva, in seguito all’organizzazione di un attentato, non compiuto, in coincidenza dell’anniversario della marcia su Roma, offrì al regime il capro espiatorio. Finalmente il colpevole! Ceva era un chimico, sapeva costruire ordigni esplosivi, e con il suo gruppo non potevano che essere loro gli esecutori dell’attentato di due anni prima.
La messa a punto degli ordigni incendiari destinati alle ricevitorie delle imposte di diverse città italiane, da collocare in orari di chiusura dei locali, risulta più complicata del previsto. I timer sono portati dalla Svizzera dall’avvocato Del Re, che si rivelerà il traditore del gruppo. Ceva riguardo gli attentati programmati è «tormentato da gravi dubbi», sui percoli di possibili danni collaterali che avrebbero potuto provocare gli ordigni. Decide di liberarsi delle bombe «gettandole in un fiume». Ma grazie all’infiltrato la polizia le trova e da lì la costruzione delle false accuse riguardo l’attentato di Miano in piazzale Giulio Cesare.
Ceva, convinto di non potersi difendere e dimostrare la propria innocenza, si uccide. La macchinazione operata dalla polizia nei suoi confronti emergerà nel 1955: «Ernesto Rossi, che era tra i compagni arrestati con lui, chiarisce il ruolo nefasto di Del Re nel libro che esce per Feltrinelli Una spia del regime».
La storia di Umberto Ceva è raccontata nel libro di Fiorella Imprimenti I Ceva: una famiglia antifascista e repubblicana. Vite di Bianca, Adele, Umberto ed Elena, Viella, Roma, 2025.
E molte delle informazioni citate sono pescate dalla recensione di Mariolina Bertini pubblicata dall’“Indice dei Libri” di febbraio 2026.