Marco Eboli*, volto noto della vita civile e politica cittadina (e non solo), ripercorre in tappe la storia della destra reggiana dal dopoguerra sino ai nostri giorni.
65 anni, una vita divisa tra il lavoro in banca, la sede del partito in via Roma e l’impegno tra i banchi della Sala del Tricolore, Eboli oggi ha in tasca la tessera di Fratelli d’Italia, ma si è ritirato dalla politica attiva. E’ presidente dell’associazione Balder, con la quale promuove eventi culturali. Nel 1985, all’età di 24 anni, venne eletto per la prima volta in Consiglio comunale con il Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante. Dopo qualche seduta, Sergio Masini, intellettuale di area social democratica, scrisse in un fondo su Critica Sociale: “In Sala del Tricolore c’è un giovane missino che non parla di nostalgia, ma dei problemi della città”.
Partiamo dal dopoguerra. La battaglia a Reggio Emilia fu molto aspra, dura. Lei, ovviamente, per ragioni anagrafiche, non è stato protagonista di quella stagione della destra reggiana, ma cosa ricorda dalle testimonianze, dai racconti. Vale per la nostra terra quello che scrisse lo storico Claudio Pavone: ci furono ben tre guerre nella lotta di liberazione, una patriottica contro i tedeschi, la guerra civile, combattuta tra italiani, e una guerra di classe, il cui scopo era la rivoluzione sociale?
Non ho vissuto direttamente quel periodo storico e di solito preferisco parlare da protagonista diretto dei fatti ai quali ho partecipato, piuttosto che raccontare de relato. Posso dire che il 26 dicembre del 1946, il Movimento sociale italiano (Msi), è nato con l’idea di ricostruire una casa e di rimettere assieme una comunità umana e politica che si era dispersa. Il partito non partecipò dunque alle prime amministrative del dopoguerra a Reggio Emilia del marzo 1946, ma nel 1951 furono eletti per la prima volta in Consiglio comunale due consiglieri del Msi: Francesco Ovi ed Enrico Valerio.
Ricorderà però i volti e i racconti dei più significativi esponenti della destra reggiana, che poi nel corso della sua carriera politica ha certamente conosciuto a fondo.
Certo. Ricordo Antonio Zampetti, funzionario del Banco San Geminiano e San Prospero, che fu per anni il segretario provinciale del Movimento sociale italiano a Reggio Emilia, e poi, una volta in pensione, fu sindacalista di destra, nella Cisnal. Voglio citare anche un’altra segretaria storica dell’Msi, Mariangela Gasparini, professoressa di lettere a Guastalla. Poi la segretaria amministrativa del partito, Anna Codeluppi, e anche chi l’aveva preceduta in quel ruolo, il maresciallo lanciere Olindo Giglietti, un tempo di stanza alla Caserma Zucchi. A parte quest’ultimo, gli altri durante la guerra erano tutti dei ragazzini e al massimo avevano fatto parte di qualche associazione giovanile del fascismo.
Una guerra così dura porta con sè rancori e a volte una voglia di rivalsa che non basta spegnere una luce per cancellare tutto d’un colpo. Ci sono storie che le hanno raccontato e che l’hanno colpita di quel periodo?
Ricordo che Anna Codeluppi raccontò a noi gruppo di giovani missini come alla fine della guerra fosse stata rastrellata durante una perlustrazione di una pattuglia di partigiani. Lei abitava in campagna, in una delle Ville che circondano la città. Venne rasata in testa e in seguito portata a Villa Cucchi, in via Franchetti, a Reggio Emilia (noto già quale luogo di tortura dei fascisti sui partigiani e dissidenti ndr), e li fu stirata. Ci fece vedere le abrasioni. Non amava parlare di certe cose, ma una volta con noi lo fece.
Qui parliamo della storia dei vinti. Ecco, chi aveva preso parte al vecchio regime o chi fece la scelta di stare a destra nei primi anni del dopoguerra, viveva quella scelta con l’animo sereno o nutriva invece dei timori, anche per l’incolumità personale, per via di quelle ferite che nella società civile erano ancora aperte?
Chi aveva fatto la scelta di stare apertamente a destra non aveva paura. Era tutto sotto la luce del sole, gente che militava e lavorava per un partito, non c’era nulla da nascondere. Era piuttosto quella classe media di simpatizzanti meno coinvolti nella politica attiva ad avere problemi a chiudere con il passato. Racconto una storia senza fare nomi. In centro storico, nella zona di via Toschi, un barista sapeva chi era stato ad ammazzargli il padre. Tutte le mattine, il figlio di questo partigiano, probabilmente all’oscuro della vicenda, un personaggio pubblico che ebbe ruoli istituzionali nel Pci, poi nei Ds e infine nel Pd, da palazzo Masdoni scendeva di sotto nel suo bar per bere il caffè. Erano questi i segreti con i quali si doveva convivere. Questo episodio me lo ha raccontato un amico, il figlio di quel barista.

Facendo un balzo in avanti nel tempo arrivò il momento in cui questo passato che sembrava ormai sepolto, ritornò invece d’attualità. Erano gli anni Novanta.
Il marzo del 1990, per la precisione. Ero in via Roma al numero 34, nella sede del Movimento sociale. Eravamo in tre: io, la prof Mariangela Gasparini, segretaria provinciale, e la segretaria amministrativa, Anna Codeluppi. Squillò il telefono, era una chiamata anonima e una voce dall’altro capo del ricevitore, disse: “C’è una croce in legno sopra la Fornace di Campagnola, proprio li sotto troverete dei corpi di scomparsi”. Fu la scoperta del Cavòn”.
E voi cosa faceste?
Per prima cosa, chiamammo la Procura della Repubblica e chiedemmo di parlare con il procuratore capo, che era allora Elio Bevilacqua. Il procuratore nei giorni seguenti parlò con la stampa e aggiunse anche che avrebbe dato l’ordine di scavare a Campagnola. Fu così che scoppiò il caso. E se posso aggiungere una cosa, non era certo quella l’unica croce che spuntò per segnalare la presenza di persone scomparse: ne vennero altre lungo l’argine del Crostolo e poi disseminate qua e là in tutta la provincia reggiana. Poi anche oltre, per tutta l’Emilia. Giorgio Pisanò, con il fratello Paolo, aveva già battuto le campagne per raccogliere testimonianze di desaparecidos in tutta la regione, per poi dare alle stampe il “Triangolo della morte”. La mappa era già chiara da tempo.
Qualche mese dopo, il 31 agosto del 1990, Otello Montanari scrisse una lettera al Carlino sul delitto del direttore delle Officine reggiane Arnaldo Vischi dove parlava del coinvolgimento di alcuni esponenti del Pci. Scoppiò il ‘Chi sa parli’.
Il ‘Chi sa parli’ fu un’operazione interna alla sinistra per riabilitare Germano Nicolini (il comandante Diavolo ndr) per il caso dell’omicidio di don Umberto Pessina, quando ormai tutti a Correggio sapevano già com’erano andati realmente i fatti. Nella nostra vicenda sulla ricerca degli scomparsi da restituire alle loro famiglie, non cambiò e non spostò nulla.

Lei liquida il ‘Chi sa parli’, ma Otello Montanari per quelle posizioni fu allontanato dall’istituto Cervi, espulso dall’Anpi, considerato un traditore. Vincenzo Bertolini fu messo ai margini dal Pci. Per non parlare di altri che vennero bollati per quella stessa vicenda.
Bertolini voleva salvare il suocero Germano Nicolini. Il sindaco di Reggio Emilia, Giulio Fantuzzi, era anche lui di Correggio. Bertolini lo aveva voluto primo cittadino per far fuori il monocolore di Ugo Benassi, facendo l’accordo con il Psi guidato da Mauro Del Bue e i socialdemocratici della Mariani Cerati in Terenziani. Otello Montanari, anche lui confluito da poco nel gruppo dei miglioristi, nel suo partito era poco più che tollerato già da prima del Chi sa parli, accusato di soffrire di un forte narcisismo politico e personale.
Quindi per lei il Chi sa parli non fu un’operazione verità.
Io ho semplicemente aggiunto una considerazione politica che è poi un dato di fatto. Oltre alla riabilitazione e al rimborso di 1 miliardo di lire da parte dello Stato a Germano Nicolini, non un desaparecidos degli omicidi dei partigiani comunisti è stato trovato con il Chi sa parli. Basta leggere il libro di Bertolini e l’intervista che rilasciò a Reggioreport per capire come andarono davvero i fatti.
Voglio aggiungere che con Otello Montanari ho sempre avuto un buon rapporto. Nel 2009, con Gianfranco Fini ospite per il 7 gennaio festa del Tricolore, mi chiese di aiutarlo a fermare il presidente della Camera. Ebbene, Fini, come richiesto da Montanari, dopo la Sala del Tricolore e prima di recarsi al Valli, si prestò a scoprire la lapide, ancora presente peraltro, accanto ai bagni pubblici, dove il Comitato Primo Tricolore aveva fatto incidere i nomi di tutti i deputati che diedero vita alla Repubblica Cispadana e al Primo Tricolore.






Nelle foto il convegno all’hotel Posta (pubblico e relatori) e il corteo dei manifestanti di sinistra che contestavano l’iniziativa
Parliamo del convegno nazionale all’hotel Posta dell’8 settembre 1990.
Quella data, la ricorrenza dell’armistizio, non fu scelta per caso. In quel convegno di portata nazionale, non ci fu nessuna strumentalizzazione riguardo la nostra vicenda. Da anni, ormai, Giorgio Almirante aveva coniato lo slogan: “Non restaurare, non rinnegare”. Nessuno pensava di riportare le lancette all’indietro nel tempo. La nostra intenzione era molto chiara. Cercare di chiudere quelle ferite legate all’ultimo periodo della Repubblica sociale riportando alle famiglie i resti di chi era scomparso senza lasciare alcuna traccia. Dopo 35 anni, anche se con un’operazione tardiva, speravamo si potesse chiudere una pagina oscura e dolorosa del passato.
Che clima si respirava in città con il ghota della destra nazionale riunito nella Sala del Capitano del Popolo?
C’era tensione, la piazza blindata. Nel centro storico le manifestazioni della sinistra che contestava il convegno. Ci sono le foto a testimoniarlo. Ma alla fine non ricordo nessun particolare incidente”.
Pensa che se il Pci fosse stato ancora il Pci e non la Cosa si sarebbe aperto il dibattito sul dopoguerra reggiano?
Non credo. Il Partito comunista aveva nascosto la questione per molti anni. E non sarebbero cambiate le cose. Anzi, direi assolutamente no. Restano ancora i loro scheletri nell’armadio che non vogliono in alcun modo vengano scoperti.
(1, continua)
Nella foto di apertura incontro tra Marco Eboli e Giorgio Almirante al bar dell’hotel Posta nel 1987. Ultima visita del leader del Msi a Reggio Emilia, morirà l’anno dopo, nel 1988.
(*) Nato a Reggio Emilia il 17 gennaio, 1961, fin da ragazzo influenzato dalle letture del filoso Julius Evola, Marco Eboli entra in contatto con giovani del Fronte della gioventù (organizzazione giovanile Msi), e si iscrive, iniziando la sua militanza politica. Da studente, sui banchi dell’Istituto tecnico Gaspare Scaruffi, crea la lista Alternativa studentesca.
Nel 1978 viene nominato dal Msi consigliere di circoscrizione nel quartiere Rosta Nuova. Nel 1980 si candida in Consiglio comunale a Reggio Emilia e alla circoscrizione centro storico, dove viene eletto. Sempre nel 1980 diventa segretario provinciale del Fronte della gioventù.
Nel 1982 si dimette dal consiglio di circoscrizione centro storico e da segretario provinciale del Fronte della gioventù per aderire e diventare responsabile per la provincia di Reggio del movimento culturale Nuova Destra fondato da Marco Tarchi. Nel dicembre del 1984, in seguito alle dimissioni di Luca Bergamini, gli subentra in Sala del Tricolore a Reggio Emilia, essendo nel frattempo giunta al termine l’esperienza della Nuova Destra.
Nelle elezioni amministrative del 1985, viene eletto in Sala del Tricolore, dove sarà confermato consecutivamente nel mandato sino al 2014, quando deciderà di non candidarsi più.
In questi anni è stato capogruppo del Msi, di Alleanza nazionale e consigliere comunale Pdl. E poi, nel 2012, alla nascita di Fdi, anche di quest’ultimo partito.
Dal 1985 al 1995 è stato inoltre componente del Comitato centrale del Msi. Nel 1996 eletto primo presidente di Alleanza nazionale a Reggio Emilia, sino al 2007.
Dal 1996 al 2007 nell’Assemblea nazionale di Alleanza nazionale. Dal 2001 al 2006 consigliere per l’Agroalimentare in Emilia-Romagna, su nomina del ministro delle Politiche Agricole e Forestali, Gianni Alemanno, leader della destra sociale, a cui Marco Eboli aderì sin dai tempi del Msi, con l’allora segretario Pino Rauti.
Nel 2020 ha costituito il Circolo territoriale di Reggio Emilia di Fratelli d’Italia (intitolato a Marzio Tremaglia), mentre viene nominato coordinatore comunale del partito di Giorgia Meloni a Reggio Emilia.
Nel settembre del 2023 si dimette per una scelta di vita privata da tutte le cariche ricoperte in Fdi, pur restandone iscritto sino a oggi. Già dal 2020 aveva fondato l’Associazione culturale Balder, con la quale organizza e promuove tutt’ora eventi culturali.
