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Il 23 giugno di 82 anni fa la strage della Bettola: uccisi in 32
Il 23 giugno 1944, alla Bettola di Vezzano s/C si consumò la seconda strage, dopo Cervarolo, compiuta dai nazisti, supportati dai fascisti della Rsi. La sera del 22 giugno era avvenuto uno scontro a fuoco tra partigiani e tedeschi, che subirono la perdita di tre soldati. Per rappresaglia i tedeschi uccisero 32 persone fra cui un bambino.
Vogliamo ricordare quella notte di 82anni fa con alcuni stralci della testimonianza del maggiore Tullio De Prato, allora collaudatore delle Reggiane, che all’epoca era proprietario di un piccolo podere in località Cuccagna, poco sopra la Bettola, dove era sfollato con la famiglia. Dalla sua casa passarono i partigiani sia il giorno precedente il fallito attacco al ponte sia la notte della strage durante la loro fuga.
«Tre ragazzi, vestiti in modo disuguale e provvisti di una coccarda tricolore al bavero, bussarono alla mia porta. I tre giovani, studenti dall’aspetto e dall’eloquio, rimasero a mangiare un boccone in mia compagnia parlandomi dei loro programmi che, data l’età e l’inesperienza, mi parvero azzardati. Poi, nel buio fitto, scesero verso la sottostante Bettola promettendomi una nuova visita l’indomani. Di due rammento la fisionomie: li rividi, poche ore dopo, uccisi. Uno era biondino, aveva i capelli ondulati e indossava una pseudo-uniforme; l’altro più alto, bruno e robusto, calzava stivali rigidi, neri. La Bettola, una località che sorge nella strettura dove un breve ponte supera il Crostolo, era diventato un posto di «sfollamento».
Foto 1) Edificio incendiato alla Bettola (Vezzano sul Crostolo). Foto 2) Edifici incendiati in seguito alla rappreseglia nazi-fascista alla Bettola. Foto 3) Resti carbonizzati di alcune delle vittime alla Bettola. Foto 4) Resti carbonizzati delle persone uccise. Foto 5) Alcune persone cercano tra le macerie della strage. 6) Ritratti di alcune delle vittime.
(Foto Archivio Istoreco, Provenienza: ANPI di Reggio Emilia Data acquisizione: 1967).
Il casone, adibito a luogo di sosta per i viandanti, era occupato da cittadini di Reggio che vi si erano sistemati per sottrarsi ai bombardamenti della città. Fra l’altro, i tre ragazzi mi avevano dichiarato che, prima o poi, avrebbero fatto saltare il ponte ed è da supporre che la loro puntata verso il fiume, fosse legata a quel piano. Stavo andandomene a letto allorché, dalla Bettola, ripresero a sentirsi spa- ri; questa volta più nutriti e raffiche. Le scariche durarono una mezz’ora, poi tornò il silenzio. Un silenzio lugubre, interrotto da crepitii e grida. Il cielo, tenebroso e illune, si andava tingendo di rosso: il casone stava bruciando. Subito, assieme al mio mezzadro Nearco, mi avventurai giù per lo scosceso sentiero e, fatti pochi passi, inciampammo nel corpo senza vita del giovane senza stivali. Sotto di noi, scoppiettando, il casone continuava ad ardere; ne sentivamo il calore. Sarebbe stato indispensabile nascondere il ragazzo morto per evitare che eventuali inseguitori coinvolgessero anche la nostra casa in una azione di rappresaglia. Ma c’era anche un ferito e corremmo da lui. Aveva la mandibola a penzoloni e ci raccontò, a gesti, più che a parole, la sua avventura. Da lui apprendemmo le proporzioni della tragedia…» (tratto da Tullio De Prato, «Rimasi solo in un silenzio agghiacciante». La memoria di un testimone della strage della Bettola, “RS-Ricerche Storiche”, 118/2014).
g.b.