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Basta: questa non è più una democrazia fiscale, ma un sistema che spreme
di Giacomo Scillia
Non siamo più dentro una democrazia fiscale. Siamo dentro un meccanismo stanco, logoro, ripetitivo, dove a pagare sono sempre gli stessi e a ricevere sono sempre altri.
La chiamano solidarietà. La chiamano bonus. La chiamano sostegno. La chiamano attenzione alle fragilità. Belle parole, pulite, istituzionali, pronte per i comunicati stampa. Ma poi arriva la bolletta, arriva la tassa, arriva la TARI, arriva l’ennesimo aumento, e chi deve mettere mano al portafoglio è sempre lo stesso cittadino: quello che lavora, dichiara, possiede qualcosa, non evade, non urla, non occupa, non pretende, non minaccia.
Sempre lui.
La Costituzione italiana non parla di questo. Non dice che una parte del Paese deve essere spremuta fino all’ultima goccia per mantenere in piedi un sistema di bonus, sconti, agevolazioni e prebende distribuite a pioggia. L’articolo 53 parla di capacità contributiva e di progressività. Due parole serie. Due parole alte. Due parole che dovrebbero significare giustizia, equilibrio, proporzione.
Invece siamo arrivati al paradosso: non più progressività, ma punizione. Non più equità, ma accanimento. Non più contribuzione secondo le possibilità, ma prelievo costante su chi è visibile, tracciabile, censito, proprietario, pensionato, lavoratore, piccolo commerciante, artigiano, famiglia normale.
La TARI a Reggio Emilia è un esempio perfetto di questa malattia amministrativa. Si paga per i rifiuti, si paga per un servizio, si paga perché il Comune deve coprire costi, gestioni, meccanismi, aumenti, adeguamenti. Poi però scopriamo che dentro quel sistema ci sono sconti, bonus, quote, agevolazioni, contributi, compensazioni. E chi tiene in piedi il banco? Sempre gli stessi.
Non è cattiveria dire basta. È dignità civile.
Nessuno contesta l’aiuto a chi è davvero povero, a chi è fragile, a chi è malato, a chi non ce la fa. Una comunità seria non abbandona nessuno. Ma una comunità seria deve anche avere il coraggio di dire che la solidarietà non può diventare una rendita permanente per alcuni e una condanna fiscale per altri.
Perché qui il punto è proprio questo: chi controlla? Chi verifica? Chi distingue davvero tra bisogno reale e furbizia? Chi tutela il cittadino che paga sempre e non riceve mai nulla? Chi difende il pensionato che ha una casa, magari comprata con quarant’anni di sacrifici, e per questo viene trattato come un ricco da spremere? Chi difende il piccolo proprietario che paga IMU, TARI, manutenzioni, lavori, certificazioni, imposte, balzelli, e poi deve pure sentirsi in colpa?
Basta con questa morale rovesciata.
A Reggio Emilia, come altrove, il cittadino normale non chiede privilegi. Chiede rispetto. Chiede che il Comune non lo consideri un bancomat. Chiede che ogni aumento venga spiegato con chiarezza, prima e non dopo. Chiede che ogni bonus abbia coperture vere, controlli veri, limiti veri. Chiede che la parola “progressività” non venga usata solo quando conviene, mentre nella pratica il peso cade sempre sulle stesse spalle.
C’è una fascia enorme di cittadini che non è povera abbastanza per ricevere aiuti e non è ricca abbastanza per sopportare tutto. È la fascia dimenticata. È la fascia che lavora, paga, tace e si arrangia. È quella che non finisce nei manifesti elettorali, non riempie le conferenze stampa, non fa notizia. Ma è quella che manda avanti il Paese.
E allora diciamolo chiaramente: un sistema che distribuisce bonus senza alleggerire chi li finanzia non è giustizia sociale. È solo trasferimento di fatica. È prendere sangue sempre dallo stesso braccio.
La democrazia non è solo votare ogni cinque anni. La democrazia è anche sapere che lo Stato e il Comune non ti trattano da suddito fiscale. La democrazia è equilibrio tra diritti e doveri. La democrazia è pretendere che chi riceve abbia davvero bisogno, e che chi paga non venga umiliato, ignorato, colpevolizzato.
Oggi invece il messaggio è brutale: se sei corretto, paghi; se hai qualcosa, paghi; se dichiari, paghi; se non protesti, paghi; se non rientri nelle categorie protette, paghi. E quando hai finito di pagare, ti spiegano pure che devi essere contento perché hai contribuito al bene comune.
No. Basta.
Il bene comune non può essere costruito sulla stanchezza dei soliti. La solidarietà non può essere caricata sempre sugli stessi contribuenti. La progressività non può diventare una parola ornamentale buona per i convegni e dimenticata nelle bollette.
Reggio Emilia deve aprire una discussione seria sulla TARI, sui costi, sugli aumenti, sulle agevolazioni e sulla reale distribuzione dei pesi. Non servono slogan. Servono numeri chiari, controlli severi e rispetto per chi paga.
Perché i cittadini non sono mucche da mungere. Non sono sudditi. Non sono portafogli ambulanti.
Sono persone.
E sono stanche.
Stanche di pagare per tutti.
Stanche di sentirsi dire che è sempre necessario.
Stanche di vedere i soliti godere e i soliti pagare.
Stanche di donare sangue a un sistema che non dice mai grazie.
La Costituzione parlava di giustizia.
Noi oggi vediamo solo un conto da pagare.
E quel conto, guarda caso, arriva sempre agli stessi.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario aggiunto di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.