Il centro storico di Reggio Emilia è da anni oggetto di una trasformazione profonda: lo analizziamo anche oggi in un approfondimento. Ma abbiamo anche voluto dare voce ai commercianti, per raccogliere il loro punto di vista sulla competizione tra le attività di via Emilia e gli esercenti digitali. Dietro ai dati e alle statistiche ci sono persone che il centro lo attraversano ogni giorno, lo tengono aperto, ci lavorano.
Provenendo da porta San Pietro, ci fermiamo dapprima da Tosi Dischi 2.0, dove lavora Daniele Carretti. Insieme ad altri dipendenti ha rilevato lo storico marchio del 1971 dopo la chiusura del negozio originario.

Daniele, quanto i player digitali hanno influito sull’evoluzione del vostro mercato?
«Negli ultimi 10 anni, non più di tanto perché noi ne avevamo già risentito con la condivisione illegale della musica dal 2000. Adesso i giovani stanno tornando a comprare dischi. Abbiamo anche un mercato particolare, di nicchia, di gente che viene a comprare prodotti mirati».
Dallo spostamento di sede avete visto cambiare il cliente tipo?
«Negli anni sì: i soliti clienti li abbiamo sempre, ma il target sta ringiovanendo. Si torna ad un formato meno immateriale, e alcuni compratori stanno spostandosi dal CD al vinile».
Le differenze più sensibili tra ieri e oggi?
«Per ascoltare la musica dovevi comprarla, poi magari doppiavi i CD o le cassette. Noi ci rivolgiamo agli appassionati. Ed un appassionato non ascolta musica solo in digitale. Chi ascolta musica solo in digitale, non è un appassionato. In questo senso però sono cambiate anche le spese, la disponibilità economica della gente, le problematiche legate al potere d’acquisto. Rispetto a venticinque anni fa ci sono spese diverse che non esistevano: gli abbonamenti internet, le piattaforme digitali e di streaming, gli abbonamenti telefonici, il cellulare nuovo ogni due-tre anni. Un tempo l’acquisto di dischi o di videocassette era il modo più naturale per rispondere alle esigenze dell’intrattenimento. Secondo me questi costi seriali 25 anni fa erano limitati».
Almeno l’attitudine all’acquisto è rimasta?
«La gente negli ultimi anni si è appesantita. Non ha voglia di girare, vuole la merce consegnata a casa. E’ un grosso ostacolo, perché se la gente fosse meno pigra molto probabilmente ci sarebbero anche meno negozi sfitti in centro. Credo sia anche sbagliato dare la colpa ai prezzi ed è semplicistico dire che in un punto vendita il costo è più alto che su internet».
Non c’è coscienza dei costi d’esercizio?
«Un negozio devi mantenerlo, su internet ci sono venditori che il più delle volte non pagano le tasse nel nostro paese, con l’intermediazione di multinazionali. Come fai a fargli concorrenza? Bisogna sforzarsi di capire che per un acquisto in centro, il servizio è diverso, anche in termini di ricadute. Lamentarsi dei negozi sfitti in centro quando poi si è i primi a non andare nei negozi a fare acquisti… Non parlo solo dei dischi, anche dei vestiti, del cibo. Comprare online, venire in centro due volte l’anno e voler trovare le vetrine illuminate è improbabile e merita una riflessione».
Più in là, a pochi passi dal Mercato Coperto, Monica Valentini e Paolo Scorticati, che dal 1995 gestiscono Bacchino, marchio storico della città da sessant’anni. Due prodotti diversi, due generazioni di commercio diverse, ma una lettura per certi versi sorprendentemente simile sul tipo di offerta che sta resistendo.

Quanto ha influito il commercio elettronico sul vostro mercato di riferimento?
Monica: «La situazione non è cambiata tantissimo perché noi abbiamo una clientela abbastanza matura che generalmente non va su internet. Ci sono marchi che si trovano online, ma gli articoli più classici – le persone anziane non li comprano su internet. Non siamo molto social o esposti su internet. Raramente pubblico dei contenuti, ma con scarsa attenzione da parte pubblico perché l’80% di chi viene da noi non compra online o non accede ai social».
Siete qui da 31 anni con questa gestione. Vi conoscono tutti pur non avendo abbracciato l’era digitale. Come si spiega?
Monica: «Siamo un negozio storico che esiste da 60 anni, forse uno dei più storici di Reggio».
Paolo: «Prima di noi c’è stata una gestione durata 16 anni, e prima ancora c’era Bacchino, che era poi Bartoli Rino che ha fondato il negozio quando si è separato da “Bacchino e Mussini”. Si trovavano in via Toschi, dove oggi c’è la Dolciaria. Mussini è rimasto là».
Monica: «Come noi, altri negozi storici sono Floris, La Buccia, Iotti e Corradini, Pancaldi, Bottazzi che vendeva le pentole. Sono tutti posti che ci sono da una vita e si tramandano da generazioni».
Quindi dalla concorrenza dell’ecommerce, vi salva l’avviamento?
Paolo: «Conta ancora, ma non c’è continuità nell’attività. Anche noi, quando decideremo di smettere, non potremo vendere».
Monica: «Una volta quando mettevi in vendita l’attività, te la compravano subito».
Paolo: «Negozi come Tiziano, Battaglia, hanno chiuso senza riuscire a cedere l’attività. Perché nessuno vuole fare più questo mestiere, che è complicato».
Che opinione vi siete fatti su questa difficoltà di passare il testimone?
Monica: «I ragazzi giovani non lo vogliono più fare. Io stessa non mi sentirei di consigliare a mio figlio questo lavoro se avesse scelto un’altra strada».
Paolo: «E poi qui un tempo c’erano cinque dipendenti quando abbiamo rilevato l’attività nel 95, cinque donne. E il ruolo femminile è fondamentale per il tipo di clientela a cui vendiamo».
Monica: «Tra l’altro, siamo rimasti in pochi, con un pubblico specifico, e se una persona anziana vuole un capo di quelli di una volta, non trova risposta dai tipici marchi commerciali, tantomeno su internet».
Nella vostra natura commerciale, diventate anche una sorta di servizio sociale…
Monica: «La clientela che viene da noi, o dai negozi storici in genere, predilige un rapporto umano. Su internet non c’è. Poi se compri online qualcosa, e sbagli una taglia, il materiale… Se non hai una persona giovane che ti aiuti, non puoi rimediare. Alcuni prodotti, se non li tocchi con mano non puoi renderti conto di cosa acquisti, e questo ha un valore per il nostro tipo di cliente. Con cui abbiamo un rapporto umano: ci raccontano cosa succede nella loro vita».
Paolo: «Per esempio, se vai al Mercato Coperto, giri e ti prendi da solo i prodotti che ti interessano. Non si crea alcun legame: se chiedi ti rispondono a malapena. Il contrario che da noi».
Monica: «Che proponiamo lo stesso rapporto che un tempo offrivano tutti i negozianti».
