La terza e conclusiva puntata sulla storia di Vittorio Cantarelli, anarchico reggiano nato a Castelnovo di Sotto (RE) il 16 ottobre 1882 che fu accusato di avere attentato alla vita del Duce, Benito Mussolini.
La sua attività tuttavia cessò bruscamente il 9 febbraio 1941, quando venne arrestato dai nazisti e consegnato al Brennero alla polizia fascista. Al suo arrivo in Italia fu subito rinchiuso prima nel carcere di Reggio Emilia e poi il mese successivo, il 22 marzo, in quello di Civitavecchia (matricola n. 9717) per scontare la condanna del 1932. Durante l’interrogatorio al quale venne sottoposto in carcere dal Procuratore Generale Giuseppe Montalto, a specifica domanda dichiarò: “Non ho mai conosciuto Tarchiani Alberto né ho avuto altrimenti rapporti, neppure indiretti, con lui. Col Recchioni non ho avuto rapporti diretti se non dopo la condanna di Angelo Sbardellotto nei sensi che ora specificherò.
Il Recchioni mi scrisse a Bruxelles, ove io abitavo, da Londra una lettera nella quale mi faceva presente che nell’atto di accusa contro Sbardellotto si era affermato che esso Recchioni avrebbe mandato a me un telegramma e mi invitava, qualora io avessi ricevuto un telegramma a suo nome, di mandarglielo per dargli modo di fare una inchiesta allo scopo di accertare chi avesse abusato del suo nome. Risposi al Recchioni che non avevo ricevuto alcun telegramma suo né di altri. Il Recchioni riscontrò tale mia lettera chiedendomi di accertare presso l’ufficio telegrafico di Bruxelles se fosse pervenuto diretto a me un telegramma da Londra. Io richiesi in detto ufficio il quale mi rilasciò una dichiarazione attestante che nessun telegramma era pervenuto al mio indirizzo. Spedii tale dichiarazione al Recchioni. Non ho avuto altri rapporti col Recchioni”.
D.R…: “Ho saputo che Recchioni era chiamato “Nemo” solo in occasione della sua morte per averlo letto sulla stampa anarchica che giungeva a Bruxelles”.
D.R.: “Per quanto riguarda Sbardellotto l’ho conosciuto nel 1929-30 a Liegi, dove mi ero recato per visitare la città. Egli era assieme ad altri amici e compagni: alcuni dei quali io avevo conosciuto in Italia. Lo rividi successivamente alla Casa del Popolo di Bruxelles, ma occasionalmente. Ho scambiato con lui qualche parola e sono stato in sua compagnia e con altri più volte. Egli non mi ha mai manifestato intenzione di fare quanto poi ha fatto e cioè di attentare alla vita del Capo del Governo italiano, né di tale intenzione mi è stato parlato da altri. Tengo a precisare che almeno da sei mesi prima che egli venisse arrestato a Roma io non lo vedevo”. A conclusione dell’interrogatorio volle mettere a verbale la seguente dichiarazione: “Tutto quanto ha scritto o dichiarato lo Sbardellotto nei miei riguardi è assolutamente privo di ogni fondamento. Può darsi che lo Sbardellotto abbia accusato me per coprire qualche altra persona che avrà fatto ciò che egli ha a me attribuito”.

Per tutto quanto dichiarato in precedenza: “Mi protesto innocente di quanto mi si contesta. Ho avuto delle idee sovversive e cioè anarchiche, le ho propagandate, ho aiutato i miei compagni secondo le mie possibilità, ma non mi sono associato per commettere delitti e molto meno quello di attentato contro il Duce. Ripeto che io ho ignorato che Sbardellotto si proponesse di compiere l’attentato e non sapevo che egli fosse venuto in Italia per ciò. Io sono completamente estraneo ai fatti da lui commessi. Non ho altro da aggiungere”.
Il processo si tenne il 23 maggio 1941. Il Tribunale speciale, presieduto dal luogotenente generale della Milizia Gaetano Le Metre, con sentenza n. 130 lo condannò a 30 anni di reclusione, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla libertà vigilata, al pagamento delle spese processuali e di preventiva custodia. Nessuna notizia comparve sulla stampa.
Durante il periodo di reclusione ottenne il permesso di corrispondere con la sorella Dirce e i fratelli Artemio e Nicodemo. Non si hanno invece notizie circa i suoi rapporti con altri esponenti anarchici in libertà.
Uscì dal carcere di San Geminiano (Siena) solo dopo la fine della guerra, mostrandosi più deciso di prima a continuare la sua attività politica. Ripresi i contatti con i compagni scampati alla guerra e al carcere, militò nel gruppo della FAI (Federazione anarchica italiana) di La Spezia, partecipando come delegato al I Congresso FAI di Carrara del settembre 1945 e al Convegno nazionale di Firenze del marzo 1946. Poi Cantarelli ritornò in Belgio, la sua vera terra d’adozione, dove morì a Bruxelles nel dicembre 1957. Dei suoi ultimi dieci anni di vita non si hanno notizie certe. Una sua foto comparve nel 1947 sul numero unico libertario Olocausto. Data l’età avanzata probabilmente si ritirò a vita privata, senza per questo rinunciare a seguire le sorti del movimento. Molti compagni che avevano condiviso le sue lotte non c’erano più, la pace ritrovata proponeva nuovi scenari politici che lui a fatica riusciva a comprendere, le nuove generazioni proiettavano le loro aspirazioni in un mondo che non gli apparteneva.

Appresa la notizia della sua scomparsa, i redattori di Umanità Nova lo ricordarono così:
“Ci comunicano da Bruxelles la triste notizia della scomparsa del compagno Vittorio Cantarelli. Ne saranno afflitti gran numero di compagni, intendiamo particolarmente quelli che in Italia e per le vie dell’emigrazione lo conobbero. Era il tipo del militante instancabile, posato, calmo, penetrante nelle considerazioni delle cose politiche, pieno l’animo di quella fraternità che caratterizza il compagno capace di attrattiva operante di un gruppo in una comunità solidale di opere. Noi lo ricordiamo fino dai tempi delle lotte in Italia. Quando alla Spezia nel 1919 nella lotta contro il carovita si riuscì ad innescare un principio di insurrezione che stava dilagando in Liguria e in Toscana, Cantarelli fu scelto accanto a un socialista dal Comitato d’Azione per recarsi a Milano a chiedere di allargare il movimento. Ne tornò con un pugno di mosche. Turati…gli aveva risposto: “non fate sciocchezze”. Cantarelli in Francia prima in Belgio poi, fu quello che era stato per tanti anni a Parigi Felice Vezzani, un perno dell’attività anarchica e della croce rossa anarchica.
Alla sua memoria rivolgiamo l’animo grato per l’opera sua; l’animo ancora una volta oltraggiato dalla necessità necrologica verso uno di quelli il cui ricordo lascia tracce indelebili”.
(Immagini. Fascisti a Reggio Emilia nelle foto di Istoreco)
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Cantarelli, anarchico reggiano accusato di attentato a Mussolini (2)
Cantarelli, anarchico reggiano accusato di attentato a Mussolini (1)

Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
