All’inizio fu un semplice post, uno dei tanti, di Cosimo Pederzoli, noto attivista proPal, già segretario provinciale di Sinistra italiana, ora con Avs, mancato consigliere comunale alle ultime amministrative con la lista “Sinistra in comune” che per un pugno di voti non ottenne il seggio (sarebbe comunque andato a Federica Zambelli, che a sorpresa lo surclassò nonostante lui fosse capolista). Erano le 16.14 di giovedì 1 ottobre: ed è in quel preciso istante che nasce il Reggiochildrengate, il caso internazionale che ha riportato all’attenzione del mondo (ma stavolta in negativo) gli asili reggiani dopo i fasti iniziati nel 1991 grazie alla copertina di Newsweek e proseguiti fino a pochi mesi fa, con la regal visita della principessa Kate.
Un caso iniziato – come spesso accade – dapprima a livello locale, poi tracimato sulle pagine dei quotidiani di tutta Italia, fino a valicare l’Oceano. E che oggi vale la pena ripercorrere per provare a riannodare i fili di una matassa che si è sempre più intricata tra paradossi, solite accuse di fake news che fake non sono, dilettantismo allo sbaraglio, sbracamenti dichiaratori. Con lo sconsolante risultato di aver messo fortemente in imbarazzo una delle rare eccellenze di questa comunità, quel sistema educativo – poi divenuto Reggio Emilia Approach®, con tanto di marchio registrato – creato dalla genialità di Loris Malaguzzi e a lungo preservato da Carla Rinaldi.
Tutto inizia, dunque, l’1 ottobre, con questo post.
Dopo aver scandagliato le attività delle società e degli istituti ebraici americani che stanno programmando la missione di un centinaio di educatori negli asili reggiani (evidenziando più di una attività a sostegno dell’IDF, l’esercito israeliano), Pederzoli cita la Carta di valori a cui Reggiochildren sta lavorando e si domanda: “Come possono essere compatibili le attuali connessioni tra la delegazione ebraica-americana, il sostegno all’IDF e il documento di ReggioChildren? Conosciamo i profili dei partecipanti? Possiamo escludere con certezza di fornire servizi a personale educativo vincolato ad una pedagogia militare sionista?”.
E qui iniziano i primi problemi e i primi paradossi. Il problema è che non risulta che tale opera di “intelligence” (verifiche di attività svolte anche 15 anni prima, ricerche sui profili dei singoli partecipanti) sia mai stata svolta in passato nei confronti di educatori di altra religione o provenienti da altri Stati. Il paradosso, uno dei tanti, è che lo stesso Pederzoli – dopo aver setacciato le attività delle scuole ebraiche e aver invitato ad analizzare i profili dei partecipanti – finirà a sua volta per essere monitorato e schedato sul sito del Ministero degli Affari della Diaspora e per la Lotta all’Antisemitismo di Israele.
Ma torniamo al post di Pederzoli dell’1 ottobre. Che, in quest’epoca in cui tutti a tutti i livelli stanno con lo smartphone in mano a guardare cosa si posta sui social, evidentemente non sfugge al segretario della provinciale Cgil, Cristian Sesena. Dopo un paio di giorni, il principale sindacato decide così di preoccuparsi – oltre che delle crisi aziendali che stanno purtroppo mettendo in difficoltà tanti lavoratori reggiani – anche delle delagazioni di educatori in visita ai nostri asili. Lo fa, il 3 ottobre, con un comunicato diffuso anche attraverso i social.
La richiesta è ancora più esplicita rispetto al post di Pederzoli: questa visita non s’ha da fare. “Al di là del merito e dei contenuti della partnership, esiste un tema di opportunità e di coerenza con la posizione che Reggio Emilia ha assunto con grande chiarezza nell’ultimo anno – scrive la Cgil provinciale – Di fronte a decine di migliaia di vittime innocenti, tra cui un numero drammaticamente elevato di bambini, non possono esistere zone franche. Chi si rende responsabile di violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario deve essere isolato. Se non si riesce a farlo sul piano politico ed economico, occorre interrogarsi anche sulle responsabilità e sulle relazioni sul piano culturale, diplomatico e istituzionale. Chiediamo quindi che questa visita venga annullata”.
Con questo clima si arriva alla sera del 6 ottobre, quando al Centro internazionale Loris Malaguzzi Reggio Children presenta alla Consulta Infanzia Città, l’organismo in cui si incontrano i consigli di tutte le scuole e i nidi di Reggio, la Carta dei valori a cui sta lavorando, da far sottoscrivere a tutti coloro che intendono collaborare con l’istituzione reggiana. Fuori dal centro Malaguzzi, va in scena un presidio di protesta: sventolano bandiere dell’Italia, della Palestina, di Rifondazione comunista, del Partito comunista dei lavoratori, ma i 25.000 reggiani in piazza evocati dalla Cgil nel post del 3 ottobre, sono in realtà poco più di un centinaio di persone.
Alle 12 dell’indomani, 7 ottobre, l’ufficio stampa di Reggio Children invia agli organi di informazione il comunicato che dà conto della presentazione della sera prima della Carta “Per una educazione democratica e partecipata”, elaborata in oltre un anno di lavoro da Istituzione scuole e nidi d’infanzia del Comune di Reggio Emilia, Reggio Children e Fondazione Reggio Children. La Carta – “condivisa con il network internazionale, la rete di 33 Paesi con cui Reggio Children ha le relazioni più stabili e durature”- non viene riportata integralmente, ma se ne citano i valori principali: “Il testo chiede a partner, gruppi di studio e singole persone che entrano in contatto con il Reggio Emilia Approach® di difendere i diritti umani, di contrastare ogni discriminazione, compresa quella per appartenenza religiosa e provenienza geografica, di ripudiare la guerra, di “condannare ogni forma di genocidio, crimine di diritto internazionale che, in tempo di pace come in tempo di guerra, gli Stati si impegnano a prevenire e a punire”, secondo gli articoli I e II della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, e di condannare “ogni forma di militarizzazione delle scuole, di ogni ordine e grado e in ogni Paese”.
E fin qui tutto bene, se non fosse per l’ultima frase che precede le dichiarazioni di Marwa Mahmoud, assessora all’Educazione del Comune di Reggio Emilia; Federico Ruozzi, presidente dell’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia e Maddalena Tedeschi, presidente di Reggio Children: “Al gruppo di insegnanti ed educatori di scuole ebraiche atteso a Reggio Emilia dal 12 al 16 ottobre, che partecipa a titolo personale, è stata chiesta, in risposta alle preoccupazioni emerse in città, un’ulteriore presa di distanza, esplicita, dalle politiche del governo Netanyahu“. La frase è inequivocabile e non può certo essere smentita da chi, in questi giorni, ha provato a parlare di fake news.
Il comunicato-stampa integrale è questo.
Skip to PDF contentE’ la famosa abiura nei confronti del governo Netanyahu (governo, sia chiaro, indifendibile, per i massacri che da anni avvengono a Gaza, al pari di Hamas per i crimini del 7 ottobre, ndr) che poi porterà le scuole ebraiche americane a rinunciare alla visita e a far scoppiare il Reggiochildrengate. Non la semplice sottoscrizione della Carta per una educazione partecipata (che non cita mai, in effetti, Gaza e Netanyahu: ma questo nessuno lo ha mai scritto o detto), però una “ulteriore” dichiarazione chiesta esplicitamente “al gruppo di insegnanti ed educatori di scuole ebraiche atteso a Reggio Emilia”, in risposta a non meglio precisate “preoccupazioni emerse in città”. E siccome a Reggiochildren lavora da tempo una giornalista con oltre trent’anni di esperienza (merce rara e preziosa di questi tempi in cui negli uffici-stampa pubblici si vede di ogni…), questa frase non se l’è sicuramente inventata. In ogni caso – riportando tre loro lunghi virgolettati – quel comunicato non può che essere stato licenziato dopo essere stato visionato da Marwa Mahmoud, assessora all’Educazione del Comune di Reggio Emilia; Federico Ruozzi, presidente dell’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia e Maddalena Tedeschi, presidente di Reggio Children.
L’unico dubbio rimane in quali termini e modi si sarebbe dovuta esplicitare questa abiura. Lo svela l’8 ottobre – il giorno stesso in cui Reggio children comunica che gli insegnanti delle scuole ebraiche americane hanno rinunciato al viaggio (ma non i 25 educatori israeliani, altro paradosso…) – il Jewish Insider, testata giornalistica digitale fondata nel 2015 a Washington D.C., legata alla comunità ebraica. Come SpazioReggio riferisce per primo in Italia, il Jewish Insider – citando uno screenshot ottenuto dalla giornalista Haley Cohen – scrive: “Prima della partenza, ai partecipanti è stato chiesto di firmare una dichiarazione in cui si affermava: “Prendo le distanze dall’occupazione di Gaza e dalla violazione dei diritti dei bambini e degli esseri umani nei territori occupati, così come in ogni altro luogo del mondo”, secondo quanto riportato in uno screenshot ottenuto da Jewish Insider“.
La stessa Cohen riporta anche le dichiarazioni di due presidi di scuole ebraiche americane, tra cui Pesha Kletenik, che tra l’altro lamenta le attività di ‘spionaggio’ nei confronti dei suoi profili social personali e istituzionali.
La valanga si è ormai messa in moto e il Reggiochildrengate finisce sui giornali nazionali e sul Tg1…
