Il caro vita non abita più soltanto sugli scaffali dei supermercati. Entra nelle bollette, nelle tasse locali, nei servizi e nelle spese quotidiane. E alla fine del mese il conto arriva sempre alla stessa persona: il cittadino.
A Reggio Emilia parlare oggi di costo della vita significa mettere insieme tanti pezzi che, presi singolarmente, possono sembrare sopportabili, ma sommati diventano un macigno per famiglie, pensionati, lavoratori e piccoli commercianti.
C’è innanzitutto la spesa alimentare. Basta entrare in un supermercato con cinquanta euro in tasca per rendersi conto di quanto sia cambiato il valore reale del denaro. Pasta, pane, carne, pesce, frutta, verdura, latte, formaggi, olio, prodotti per la casa: riempire il carrello senza guardare continuamente il prezzo è diventato per molti un lusso.
Non servono sofisticate analisi economiche per comprenderlo. Basta osservare le persone davanti agli scaffali. Si confrontano i prezzi, si cercano le offerte, si cambiano marche, si rinuncia a qualcosa. Quello che fino a qualche anno fa era un acquisto normale oggi viene valutato con attenzione. Ma il problema vero comincia quando si esce dal supermercato.
Perché il cittadino reggiano non vive soltanto di pane e pasta. Deve pagare l’acqua, l’energia elettrica, il gas, i rifiuti, i trasporti, l’automobile, l’assicurazione, le spese condominiali. Deve sostenere il costo della casa e, se è proprietario, affrontare manutenzioni e imposte; se è in affitto, deve fare i conti con un mercato immobiliare sempre più difficile. Poi arriva la fiscalità locale.
Per il 2026 il Comune di Reggio Emilia ha portato l’addizionale comunale IRPEF a un’aliquota unica dello 0,8%, mantenendo l’esenzione per i redditi imponibili fino a 15.000 euro. Secondo lo stesso Comune, per i contribuenti non esenti l’incremento comporta un maggiore esborso compreso indicativamente tra 17 e 32 euro, a seconda della fascia di reddito, e dovrebbe produrre circa 2,8 milioni di euro di maggiori entrate. (Comune di Reggio Emilia)
Si potrà obiettare che qualche decina di euro all’anno non cambia la vita. È proprio questo, però, il punto. Preso da solo, quasi nessun aumento sembra devastante. Il problema è la somma.
Venti euro qui, cinquanta là. Qualche euro in più sulla spesa settimanale. La bolletta. Il pieno dell’auto. Una visita medica. I farmaci. L’assicurazione. La manutenzione della macchina. La TARI. L’acqua. Le spese scolastiche. Un elettrodomestico che si rompe.
Alla fine non esiste più il “piccolo aumento”. Esiste un reddito familiare che viene eroso un pezzo alla volta. Anche sulla TARI il tema merita attenzione. Nel luglio 2026 il Comune ha ampliato le agevolazioni: secondo i dati ufficiali, le famiglie interessate dal bonus sociale sulla tariffa rifiuti dovrebbero passare da circa 2.000 a circa 8.000, con una riduzione del 25% per gli aventi diritto. È una misura positiva per chi rientra nei requisiti. (Comune di Reggio Emilia)
Ma c’è una domanda politica che rimane sul tavolo: come stanno tutti gli altri? Come sta la famiglia che supera di poco una soglia ISEE e non può accedere a determinate agevolazioni? Come sta il pensionato che non viene classificato come povero, ma deve contare gli euro negli ultimi dieci giorni del mese? Come sta il lavoratore dipendente che prende uno stipendio apparentemente dignitoso, ma tra mutuo, bollette, automobile e figli vede scomparire quasi tutto?
È questa la nuova fascia sociale che la politica rischia di non vedere: quelli che sulla carta stanno ancora bene e nella realtà fanno sempre più fatica. E poi c’è l’acqua.
Anche l’acqua ormai deve essere considerata all’interno del bilancio complessivo delle utenze domestiche. Il cittadino non ragiona per competenze amministrative, gestori, autorità, quote fisse e quote variabili. Il cittadino apre la cassetta della posta, guarda le bollette e deve pagarle. Punto.
Ed è curioso come la politica riesca spesso a spiegare perfettamente perché un determinato costo sia necessario, perché una tariffa sia tecnicamente corretta, perché un’imposta debba finanziare un servizio. Tutto probabilmente vero.
Ma alla fine chi paga deve fare i conti con il proprio stipendio o con la propria pensione. E quelli, purtroppo, non aumentano automaticamente ogni volta che aumenta una bolletta.
Il Comune sottolinea che nel bilancio 2026 non sono stati previsti aumenti delle tariffe dei servizi a domanda individuale e che le maggiori entrate derivanti dall’addizionale IRPEF finanzieranno servizi educativi, welfare, sicurezza urbana, mobilità e agevolazioni sociali. È corretto ricordarlo. (Comune di Reggio Emilia)
Ma è altrettanto corretto chiedere alla politica locale di guardare il problema dalla parte opposta della scrivania.
Non dal bilancio del Comune. Dal bilancio della famiglia. Perché il bilancio familiare non ha assessori, dirigenti, capitoli di spesa o variazioni di bilancio. Ha semplicemente due colonne: quanto entra e quanto esce. E sempre più spesso la seconda colonna sta diventando troppo lunga. Il rischio è quello di costruire una società nella quale le agevolazioni intervengono giustamente sui redditi più bassi, mentre una parte enorme del ceto medio rimane schiacciata nel mezzo: troppo “ricca” per essere aiutata e troppo povera per vivere senza preoccupazioni. È il lavoratore da 1.500 o 1.700 euro al mese.
È la coppia che lavora ma paga un affitto importante. È il pensionato che ha una pensione dignitosa ma deve sostenere casa, utenze e spese sanitarie. È il piccolo commerciante che prima di portare a casa un euro deve pagare fornitori, energia, affitto, imposte e contributi. Sono persone che non chiedono assistenza. Chiedono semplicemente che il proprio reddito conservi un valore. E qui arriviamo al punto politico.
A Reggio Emilia si discute molto di progetti, riqualificazioni, mobilità, eventi, attrattività, rigenerazione urbana. Tutte questioni legittime. Ma la prima forma di qualità della vita dovrebbe essere permettere alle persone di vivere dignitosamente nella propria città. Una città non è attrattiva perché possiede una bella piazza se poi chi vive intorno a quella piazza deve fare i conti per arrivare alla fine del mese. Non è inclusiva soltanto perché produce documenti sulla sostenibilità. Non è sociale soltanto perché distribuisce bonus. Una città è davvero sociale quando si domanda continuamente quanto sta costando vivere ai propri cittadini. Quanto costa fare la spesa? Quanto costa avere una casa? Quanto costa produrre rifiuti e smaltirli? Quanto costa l’acqua? Quanto costa spostarsi? Quanto rimane in tasca dopo imposte e utenze?
Sono domande semplicissime. Forse proprio per questo sono terribilmente politiche. Perché dietro ogni percentuale c’è una persona. Dietro ogni tariffa c’è una famiglia. Dietro ogni bolletta c’è qualcuno che deve decidere da quale parte prendere i soldi. E dietro il termine apparentemente astratto di “caro vita” ci sono migliaia di piccoli sacrifici quotidiani che nessuna statistica riesce a raccontare completamente. La politica dovrebbe partire da qui.

Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
