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A Reggio si respira ammoniaca (ma le fonti green sono un tabù)
Se vi ha dato fastidio il vento di questi ultimi giorni, fatevene una ragione. E’ stata una vera e propria manna caduta da cielo, insieme alla pioggia, perché almeno per qualche giorno ha ripulito l’aria che respiriamo noi, i nostri figli, i nostri anziani genitori. Un letale miscuglio di ammoniaca e gas serra, che producono altri inquinanti, come le polveri sottili PM2.5.
Lo certifica, ultimo in ordine di tempo, il report “Padania avvelenata” – QUI il rapporto completo e QUI la mappa interattiva – diffuso da Greenpeace analizzando le emissioni generate dagli allevamenti di bovini, suini e avicoli stimati per tutti i comuni dell’eco regione padana
“Un quadro scoraggiante, in cui non si sono registrati miglioramenti sostanziali dal 2017 al 2023 in un territorio avvelenato dalle emissioni degli allevamenti intensivi che, tra ammoniaca e gas serra, contribuiscono a modificare il clima e inquinano aria, acqua e suolo”, spiega Simona Savini di Greenpeace Italia. E dove, purtroppo, proprio la provincia di Reggio Emilia spicca con dati estremamente negativi.
Se per lo studio, realizzato con il supporto delle ricercatrici dell’Università di Siena Valentina Niccolucci e Michela Marchi, del dipartimento SFTA – Scienze Fisiche Terra e Ambiente e dell’unità di ricerca Ecodynamics Group, a emettere di più sono gli allevamenti delle province di Brescia, Cremona e Mantova, con gli allevamenti del Bresciano responsabili da soli del 14,9% delle emissioni zootecniche di ammoniaca e del 15,3% di quelle di gas serra in tutta la Pianura Padana, il comune dell’ecoregione padana con le più alte emissioni di gas serra è Reggio Emilia, seguito da Fossano (Cuneo) e Parma, mentre per quanto riguarda l’ammoniaca il comune peggiore è Fossano (Cuneo), seguito da Reggio Emilia e Montichiari (Brescia).
Ma è soprattutto questa tabella, relativa alle emissioni di ammoniaca, a far riflettere.
Sono i dati relativi all’ammoniaca, prodotta dalle deiezioni animali (oltre che dall’uso di fertilizzanti azotati), che è la seconda causa di formazione di polveri sottili PM2.5 in Italia. Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, nel 2023 le PM2.5 hanno causato 43.083 morti in Italia, il numero più alto in tutta Europa, davanti a Polonia (25.268) e Germania (21.640).
A fronte di un numero di capi nemmeno eccessivo (575.916 tra bovini, suini e ovini), gli allevamenti reggiani hanno prodotto ben 5.600 tonnellate di ammoniaca. Poco più di Padova, che però ha quasi dieci volte tanto i nostri capi, 2.000 tonnellate in più di Modena, che ne ha quasi il doppio. Solo Parma e Lodi hanno rapporti estremamente negativi come il nostro.
Quello che auspica, al più presto, Greenpeace è un rafforzamento della Direttiva europea sulle emissioni industriali che paradossalmente esclude dagli obblighi gli allevamenti di bovini, lo stop a un’ulteriore espansione degli allevamenti intensivi e una riconversione del settore zootecnico “che metta al centro le aziende agricole di piccole dimensioni che adottano metodi agroecologici anziché il sistema dei grandi allevamenti, con i loro gravi impatti sull’ambiente, sul benessere animale e sulla nostra salute”.
Ma nel Reggiano, si aggiunge un ulteriore paradosso. Il continuo opporsi – da parte di amministrazioni pubbliche, comunali, provinciale e regionale – a ogni investimento “green”. Dall’impianto di biogas di Gualtieri, a quelli agrivoltaici di Sant’Ilario, Scandiano e ora Gavasseto di Reggio Emilia, nel primo caso anche con il placet del Ministero dell’Ambiente. Opposizioni che spesso e volentieri si appellano alla salvaguardia del nostro sistema agroalimentare d’eccellenza. Che produrrà anche salumi e formaggi eccellenti, ma anche ammoniaca, gas serra e polveri sottili…
Eppure, la nostra politica è bravissima a riempirsi la bocca di bei paroloni, specie in campagna elettorale: decarbonizzazione, transizione energetica, fonti rinnovabili, uso sostenibile del suolo, salvaguardia dell’ecosistema e della biodiveristà, tecnologie verdi, meglio ancora se espresse in inglese che fa ancora più figo. E allora vai di green vision e di green deal. Siamo tutti bravi perché coscienti dei mutamenti climatici, del futuro da garantire ai nostri figli, dei danni provocati da decenni di inquinamento e smodato consumismo e di uso sconsiderato del suolo e del sottosuolo.
Siamo tutti bravi, anzi bravissimi finché dai paroloni non dobbiamo passare ai fatti. La chiamano sindrome Nimby, not in my backyard (Ricucci, ai tempi dei furbetti del quartierino, coniò un’espressione ben più colorita…). Un tempo colpiva soprattutto i cittadini, ed è stato un fiorire di comitati “no qualcosa”, non tutti immotivati per carità. Ora si manifesta anche in chi – a tutti i livelli, dal più piccoli dei Comuni al Governo, passando per Province e Regioni – è stato votato per governare e gestire il bene comune. Che non significa accontentare tutti o calare le braghe dinnanzi al primo che alza la voce e si lamenta: significa valutare vantaggi e svantaggi, costi e benefici. Significa confrontarsi, spiegare, ascoltare i dubbi e le paure di tutti. Ma alla fine – vivaddio – decidere ciò che buono e giusto per la collettività: ora, ma anche per chi verrà dopo di noi. In termini di salute, ambiente, anche economici.
L’ultimo caso è quello di Giarola, un pezzo di campagna dimenticato da Dio e dagli uomini a Gavasseto, dove oggi si coltiva erba medica. Che potrà tranquillamente essere coltivata anche sotto i pannelli solari, perché questo significa agrivoltaico. Il progetto tanto discusso riguarda 13 ettari di campi. A Mazara del Vallo, in Sicilia, nel maggio 2023 è stato inaugurato il più grande parco agrivoltaico d’Italia: 120mila pannelli bifacciali di ultima generazione sotto i quali si coltivano non solo erba medica, ma anche viti, lavanda e piante aromatiche e officinali. Ma che sono anche in grado di produrre 66 MW di energia pulita e di risparmiare oltre 50mila tonnellate di emissioni di CO2 all’anno.
L’estensione del parco siciliano è di 115 ettari, più di dieci volte quello che terrorizza Gavasseto. E maggiore di Giarola è anche l’estensione del biodigestore Forsu realizzato da Iren a Gavassa: 17 ettari, molti dei quali ricoperti non da pannelli ma da colate di cemento, dove non si coltiva lavanda, ma si trattano sfalci e potature per trasformarli in compost e biometano, sui quali le amministrazioni (che di Iren sono socie) non hanno invece trovato nulla da ridire.
Certo, c’è – e va affrontato – il tema degli strumenti che devono essere garantiti agli enti locali per governare tutte queste richieste ed evitare che questo o quell’impianto venga calato dall’alto. E che in parte, stando agli stop subiti dal biogas di Gualtieri e dall’agrivoltaico di Sant’Ilario a Scandiano evidentemente ci sono. Forse più di quelli che i Comuni hanno a disposizione per governare la diffusione dei ripetitori telefonici.
Fanno bene i sindaci a insistere su questo. Che siano strumenti per governare, però: non per dire sempre e comunque no, a prescindere. Perché se davvero alla transizione energetica ci si crede, questi impianti da qualche parte vanno prima o poi fatti. Nel caso, anche nel nostro giardino…
(s.r.)