Abbiamo “incontrato” la fotografa reggiana Simona Ghizzoni, 49 anni, attraverso le sue fotografie esposte nell’edizione 2026 di Fotografia europea, nella sala al piano terra dei chiostri di San Pietro, “Milk Wood”(come il titolo dell’ultima opera di Dylan Thomas, le chiederemo lumi in proposito).
Una lanterna fotografata di viale IV Novembre (zona stazione) da rossa diventa di un grigio-azzurro traslucido. Fantasma cinese. Con essa, dentro un box onirico, ci sono altri scatti con scorci altrettanto sfuggenti della zona stazione. Nell’ultima sala sono in mostra gigantografie di ritratti di persone di provenienza geografica diversa. Non sono fantasmi.
Per entrare nel suo lavoro e per conoscerla meglio la intervistiamo, superando una sua prima diffidenza. La stazione storica è un luogo molto “caldo”, letto da diversi punti di vista, a seconda dei quali vengono dati giudizi e soluzioni diverse.
Simona a noi interessa sapere, invece, perché la zona della stazione storica è diventato un suo laboratorio fotografico?
È stata la commissione di FE 2026 ad assegnarmi come area di ricerca il quartiere della vecchia stazione. Manco da tanti anni da Reggio Emilia e devo ammettere che durante i primi sopralluoghi ho trovato una realtà molto diversa da quella dei miei ricordi. Mi sono detta che non avrebbe avuto senso raccontare il quartiere da esterna, ma che fosse necessario provare a farlo raccontare, attraverso fotografia e parola, a chi quei luoghi li vive quotidianamente, chi li abita, chi ci lavora e chi gestisce i servizi alla comunità.
Il suo obiettivo che cosa ha colto in mezzo a una a realtà, diciamo in sintesi multietnica, spesso in rotta di collisione, per i timori che suscita, a volte anche reali, con chi quel quartiere lo abita o semplicemente lo attraversa?
La parte più complessa di un lavoro collettivo è creare un punto di incontro, che permetta ai partecipanti di sentirsi coinvolti nel progetto e non giudicati. Quindi anzitutto uno spazio fisico, che per noi è stato il Binario 49, su via Turri, in cui si sono svolti la gran parte dei ritratti e del lavoro laboratoriale. Poi uno spazio concettuale aperto. Prima ancora delle immagini, ho lavorato sulle parole usate per descrivere il quartiere da parte dei media e da quelle invece usate da chi lo frequenta abitualmente, a volte in forte antitesi. Le parole hanno funzionato da suggestione per le fotografie, una sorta di punto di partenza, da cui sono scaturite sia le immagini architettoniche che le immagini del verde urbano. La dicotomia di visione sul quartiere esiste, si manifesta anche nelle fotografie, ma il compito delle immagini è quello di rendere palese ciò che spesso viene tralasciato, come “il giardino di Raisa”, una signora di origini moldave che da vent’anni si prende cura dell’aiuola davanti al suo palazzo in via Paradisi e che con le sue cure è diventato un piccolo gioiello di fioriture.
Nel video la performance della fotografa Simona Ghizzoni
Ci ha colpiti il forte contrasto fra il box “onirico” e la fisicità dei ritratti esposti nella seconda sala. Ho avuto dei dubbi. Sono ritornato il giorno dopo… così ho potuto attribuirglieli. I primi travisano la realtà, i secondi la scolpiscono… sbagliamo?
Nessuna delle sale pretende di raccontare un reale assoluto, ciascuna a modo suo interpreta un capitolo differente, un modo differente di guardare a ciò che abbiamo attorno. Nella prima sala, il box, si vedono scorci architettonici stampati in cianotipia, una tecnica antica che riproduce i negativi in stampe bianco e blu. L’oniricità del blu è stemperata dal video che raccoglie le parole cui accennavo sopra che descrivono il quartiere, spesso in maniera impietosa. Le stampe sono state realizzate in collaborazione con gli utenti di “Open day”, presidio sociosanitario di via Paradisi. La seconda sala, quella dei ritratti, raccoglie i volti delle donne che si sono rese disponibili a partecipare. Appositamente non ambientati, ma sul medesimo fondo nero, i ritratti senza nome si spogliano di qualsiasi categoria di appartenenza e mirano a restituire un’orizzontalità percettiva. L’ultima sala infine torna all’immaginario, in una sorta di giardino condiviso che mette in luce quanto sia importante la bellezza come spazio di serenità per chi vive in contesti complessi. Le gigantografie ancora una volta sono state colorate a mano dalle partecipanti di “Parole tra Donne”, un affiatato gruppo che si ritrova il mercoledì a studiare l’italiano al Binario 49, grazie al lavoro volontario di Mara e Annalisa, maestre in pensione.
Ha titolato la raccolta di foto “Milk Wood”, ultima opera di Dylan Thomas, che cosa c’entra il poeta gallese con la stazione di Reggio Emilia?
Milk Wood è un libro che ho molto amato e racconta di una piccola comunità di persone stravaganti. È un testo pensato per la radio, l’ultimo scritto di Dylan Thomas, che suona come un invito a fermarsi ed ascoltare prima di giudicare. Ugualmente è un invito a chi ha fruito della mostra a lasciare da parte, per un momento, i propri preconcetti. We are not wholly bad or good / Who live our lives under Milk Wood, / And Thou, I know, wilt be the first / To see our best side, not our worst. Non siamo interamente cattivi o buoni, noi che viviamo all’ombra del bosco di latte e Tu, lo so, sarai il primo a vedere il nostro lato migliore, non il peggiore.






Glielo chiedo alla fine. Ci racconti un po’ di lei. Perché è diventata fotografa? È la sua attività principale?
Bella domanda, perché? Fin dal liceo l’arte è sempre stata il mio salvagente. Mi sono interessata di musica e di scrittura, poi l’incontro, un po’ per caso, coi libri di fotografia alla Panizzi. Mi fa sorridere sempre ricordare che li prendevo in prestito e fotocopiavo le immagini che mi colpivano di più, per tenerle con me. Faldoni di fotocopie che sfogliavo e che mi hanno fatto venire voglia di raccontare la vita, all’inizio la mia e quella dei miei amici più stretti. Dopo gli studi sono partita per Sarajevo con una vecchia macchinetta a pellicola, ho vinto un primo concorso per emergenti e in sostanza non ho più smesso. La fotografia è diventata la mia professione da quasi 20 anni, ha mutato forma più volte, ma rimane lo strumento che mi permette di trovare pace nel mio essere inquieta.
Biografia

Simona Ghizzoni (1977) è fotografa e attivista visuale per i diritti delle donne. La sua produzione ruota attorno a due grandi filoni, che spesso si intersecano: la dimensione sociale della donna e la dimensione privata dell’autoritratto. Due volte insignita del World Press Photo, il suo lavoro è stato ampiamente presentato in mostre personali e collettive, tra cui il Nobel Peace Center di Oslo, Paris Photo, PhotoEspana, Palazzo Braschi, Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzo delle Esposizioni, oltre ad essere presente in diverse collezioni private e pubbliche, tra cui la Collezione Donata Pizzi e l’Istituto Centrale per la Grafica. Nel 2022 è stata presidente di giuria per l’Europa al World Press Photo. In Italia è rappresentata da MLB Gallery
