Otello Montanari e il ‘Chi sa, parli’
Otello Montanari, ex partigiano, parlamentare, dirigente comunista reggiano e presidente dell’Istituto “A. Cervi”, nell’articolo“Rigore sugli atti di ‘Eros’ e Nizzoli”, pubblicato sul “Resto del Carlino Reggio” il 29 agosto 1990 – che si chiude con l’appello divenuto celebre “Chi sa, parli” – ricostruisce le vicende dei delitti che insanguinarono il Reggiano tra il 1945 e il 1947, in particolarequello dell’ingegnere Arnaldo Vischi, direttore tecnico delle Officine Reggiane, e delle responsabilità che li permisero o li tollerarono.
Il 31 agosto 1990 sarebbero stati esattamente quarantacinque anni dall’assassinio dell’ingegnere Vischi, «Il primo e più grave delitto del dopoguerra». Il cadavere fu rinvenuto la mattina del 1° settembre 1945.
Montanari infranse un primo tabù: il delitto Vischi non fu un delitto fascista come dichiarò l’allora segretario comunista Arrigo Nizzoli, ma fu commesso da «persone iscritte al Pci». Un argomento, la violenza, che il periodico di allora dei partigiani, il “Volontario della Libertà”, non aveva neppure sfiorato e che anche successivamente affronterà con molta cautela. Solo Osvaldo Salvarani, comandante delle Brigate partigiane reggiane, in un articolo pubblicato dal periodico dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, intitolato significativamente “Tradimento” (7 ott. 1945), condannava senza appello le violenze e gli omicidi compiuti da partigiani.
La lettera
La lettera di Otello Montanari avalla, più o meno indirettamente, la tesi che all’interno del Pc reggiano ci fossero due linee, una democratico-riformista e l’altra stalinista e violenta, che non aveva abbandonato i metodi della lotta armata. «Per quel delitto [dell’ing. Vischi] – scrive Montanari – che innescò la spirale dell’odio e delle connivenze, per gli incredibili risvolti connessi ai sequestri Donelli e Riccò, furono inquisiti e processati Arrigo Nizzoli, già segretario della Federazione comunista reggiana fino all’inizio del 1947, Ferrari Didimo “Eros”, già Commissario delle formazioni partigiane della montagna, segretario provinciale dell’Anpi, ed altri ex dirigenti della lotta di liberazione, agenti i quali, anziché regolarsi secondo le leggi vigenti per la funzione di polizia accettarono di comportarsi come gli suggerivano “Eros” o Nizzoli che erano dirigenti politici. Ci furono certamente strumentalizzazioni contro il Pci e contro la Resistenza, questo non va mai dimenticato, ma ci furono pure reticenze e coperture da parte di alcuni dirigenti del Pci … Non fu tagliato, sin dal primo momento, quel cordone ombelicale che poteva tirare nuovi delitti, nonostante la fermissima ripetuta condanna, fatta anche a Reggio Emilia il 25 settembre 1946, dallo stesso Palmiro Togliatti».

«La discussione sul ruolo di “Eros” e Nizzoli – prosegue Montanari – va riaperta con rigore anche se può dispiacere perché furono antifascisti che pagarono con anni di carenze e sofferenze,ma procurarono con alcuni atti conseguenze e ferite molto gravi alla democrazia, al consorzio umano, al Pci. Si trattava certamente di personalità che portavano avanti la “doppia linea”. … Larga parte del gruppo dirigente reggiano nel Pci non fu però sufficientemente coerente e risoluto nello sradicare ogni forma di eversione».
La lettera dell’ex partigiano al “Carlino Reggio” fu la miccia che diede il “la” a una polemica violentissima, sul ruolo del Pci nella Resistenza e nella storia dell’Italia repubblicana. Il tema non otterrà il giorno immediatamente successivo le prime pagine di giornali e televisioni locali e nazionali ma una volta conquistata la manterrà per parecchi giorni, continuando poi a “bruciare” per buona parte del mese di settembre. L’acme fu raggiunto nei primi dieci giorni di settembre.In realtà, data la materia altamente infiammabile, periodicamente e in coincidenza di ricorrenze storiche e/o avvenimenti particolari, i temi legati al periodo che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 e all’immediato dopoguerra, protagonista il Pci, tornano agli onori della cronaca storico-politica, venata di “nera”.
Il settembre 90, invece, andò ben al di là dell’ambito locale, coinvolgendo i mass media nazionali.
Perché il “Chi sa, parli!”?
Il “Chi sa, parli!” dell’on. Otello Montanari del settembre 1990 potrebbe essere interpretato e iscritto come uno dei passaggi obbligati del nuovo partito in fieri (la Cosa) per diventare, a tutti gli effetti, forza post-comunista, socialdemocratica, laburista che sia, forse non proprio esattamente come quella di oggi, ma non è il tema di questo articolo.
Di altro avviso la destra reggiana. “Il ‘Chi sa parli’ “fu un’operazione interna alla sinistra per riabilitare Germano Nicolini per il caso dell’omicidio di don Umberto Pessina, quando ormai tutti a Correggio sapevano già com’erano andati realmente i fatti. Nella nostra vicenda sulla ricerca degli scomparsi da restituire alle loro famiglie, non cambiò e non spostò nulla” è quanto afferma Marco Eboli, allora esponente del Msi, in un’intervista rilasciata recentemente al nostro direttore Ferruccio Del Bue.

La spiegazione che invece dà Montanari, il 31 agosto 1990, al giornalista dell’Unità Stefano Morselli, è che il ‘Chi sa, parli’ avrebbe risposto all’esigenza di “fare chiarezza e di affermare i valori che da tempo ci ispirano” nel momento in cui “ci prepariamo a costituire una nuova forza politica che raccolga e sviluppi il meglio di quei valori”. E quella di Fausto Giovanelli, ultimo segretario del Pci reggiano: “C’è in tutto questo una lezione utile per il vecchio e ancor di più per il nuovo partito: convenienza politica e senso della storia non possono scavalcare giustizia e verità», parole che esprimono la nuova etica e la nuova morale del partito ‘in costruzione’”. E sempre Giovanelli, in una recente memoria, afferma: “Il PCI reggiano aveva nelle sue matrici sia Onder Boni che Valdo Magnani, (segretari di Federazione che rappresentavano anime diversissime ma entrambe molto forti) Ma sempre più si riconosceva nel secondo. Con l’89 il rischio di una più grande deflagrazione tra tradizione e uno nuovo scenario era ed è stato molto alto. Tutta la vicenda del ‘Chi sa parli’ – depurata da tutti gli aspetti personalistici, di cronaca e mediatici – di fondo è stata questo. Non un “giallo” ma una vicenda politica a tutto tondo. E in parte iscritta nella storia delle cose. Così andrebbe interpretata”.
Per gli avversari del Pci e della Resistenza si è presentata una ghiotta occasione per cecare di regolare i conti una volta per tutte.
(per approfondire: G. Bertani, “La lente dei media. Settembre 1990: ‘operazione verità? La ‘Repubblica nata dalla Resistenza’ tra storiografia, politica e mass media”, in RS-Ricerche Storiche n. 93/2002, p. 11).
