Chi erano i brigatisti reggiani
(nella prima foto, da sinistra, i brigatisti reggiani Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari e Fabrizio Pelli)
«Della lotta armata cosa è rimasto oltre i morti?», si chiedeva un anonimo ex brigatista molti anni dopo quella sanguinosa stagione, una stagione riemersa alcuni fa, riportando sulle pagine dei media nazionali e locali il nome dell’ex brigatista rosso reggiano Lauro Azzolini, oggi ultraottantenne. Nel settembre 2024, è stato riaperto a Torino il processo per i fatti di Cascina Spiotta (Acqui Terme-AL), avvenuti il 5 giugno del 1975, in seguito al rapimento dell’imprenditore dello spumante Vittorio Gancia, per il quale Azzolini era stato prosciolto in istruttoria nel 1987, provvedimento revocato in seguito alla riapertura delle indagini. Ascoltati in veste di testimoni dai pm torinesi anche gli ex br reggiani Tonino Loris Paroli, Attilio Casaletti (recentemente scomparso). In quel conflitto a fuoco morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Margherita Cagol che, insieme a Renato Curcio e al reggiano Alberto Franceschini (prima foto, scomparso l’11 aprile 2025), aveva costituito a Milano, nel 1970, le Br, nate dal Collettivo politico metropolitano (Cpm) divenuto nel frattempo Sinistra proletaria.
Ma chi sono i brigatisti reggiani? Sono operai-studenti, provenienti «da famiglie laboriose», un estremismo che non proviene da aree di disperazione sociale, bensì sarebbe «una conseguenza della profondità della crisi del Paese», cerca di spiegare la nota citata.
E la loro provenienza politica? Azzolini, Franco Bonisoli, Casaletti, Franceschini, Gallinari, Paroli, vengono dal Partito comunista o dalla Fgci (Paroli di origine cattolica entra prima nel Pci poi passa all’estremismo), Fabrizio Pelli in un primo tempo simpatizza per la destra neofascista, poi passa su posizioni estremiste (Pelli si definisce anarchico); Roberto Ognibene, «lo studente modello», aderisce per un certo tempo a One Way.

A parte Franceschini e Paroli, tutti gli altri commisero delitti e ferimenti. Bonisoli e Gallinari, ad esempio, fecero parte del commando che rapì Aldo Moro e che uccise i cinque agenti della scorta. E Gallinari si autoaccusò dell’omicidio del politico democristiano. Una versione controversa, perché se una serie di testimonianze di brigatisti fatte nel corso del processo svoltosi a Roma nel 1982 conferma la versione di Gallinari, Mario Moretti, dirigente di primo piano delle Br e capo del commando che rapì Moro, ha dichiarato nel libro-intervista Brigate rosse: una storia italiana di essere stato lui l’esecutore materiale dell’omicidio del presidente della Democrazia cristiana il 9 maggio 1978. Le ricostruzioni degli imputati principali del sequestro Moro «sono costellate di contraddizioni e incongruenze, se non di vere e proprie bugie». Sono parole di Alberto Franceschini che toccano una problema reale sulla vicenda Moro riguardo anche chi sia stato il reale esecutore del suo assassinio.
Dall’Appartamento al convegno di fondazione delle Brigate rosse, agosto 1970
I componenti del Collettivo politico operai studenti (Cpos), formatosi nell’autunno del 1969, identificato dal Pci reggiano come il “Gruppo dell’appartamento”, erano circa una cinquantina. Nell’Appartamento non si parlava solo di marxismo-leninismo, del rivoluzionarismo di Ernesto Che Guevara (ucciso in Bolivia nell’ottobre del 1967), della rivoluzione culturale maoista (1966) ma circolavano le aperture teologiche-ecclesiastiche avviate dal Concilio vaticano II riecheggiate, in qualche misura, sulla rivista reggiana “Alternative” (il primo numero è del novembre 1967), nel cui comitato redazionale figurava anche Franceschini.

Questa vivacità del Gruppo dell’appartamento attirò in città figure come Lucio Magri e Luciana Castellina (radiati, nel novembre 1969, dal Partito comunista per frazionismo in seguito alla costituzione del Manifesto). A Reggio vennero anche Renato Curcio, Margherita Cagol e Corrado Simioni (sul quale ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte e uomo, secondo Franceschini, dalle mille ombre come Mario Moretti, il regista del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro) del Cpm.
I due collettivi organizzarono, nell’agosto 1970, in un ristorante di Costaferrata, piccolo borgo del comune di Casina nell’appennino reggiano, il convegno che pianificò il passaggio alla lotta armata con la nascita delle Brigate rosse, preceduta dalla denominazione di Sinistra proletaria, che era anche il nome di una rivista. Ma perché fu scelto il ristorante “Da Gianni”, aperto in un piccolo borgo dell’Appennino? Intanto perché era un luogo defilato e, in più, Paroli, nativo di Casina, contattò il proprietario suo conoscente, raccontandogli che sarebbe stato un seminario di studi sul movimento operaio con invitati provenienti da tutta Italia. Lì mangiarono e lì dormirono suddivisi in diverse abitazioni della frazione. Fu “Da Gianni” che si decise per l’avanguardia armata. Non tutti aderirono. Prima Franceschini e, poco dopo, Gallinari si trasferirono a Milano perché, afferma il primo in un’intervista: «Non si poteva fare la rivoluzione a Reggio Emilia».

L’Italia di allora era intrisa di sangue: tutto era iniziato nel 1969 con la strage neofascista di piazza Fontana del 12 dicembre, avvenuta dopo le forti lotte sindacali nelle fabbriche e nelle scuole dei mesi precedenti (l’Autunno caldo).
Perché le Br a Reggio Emilia?
A questa domanda aveva provato a rispondere Otello Montanari, subito dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, con una lunga «indagine-studio», che partiva dal 1968-69 e arrivava ai giorni del sequestro dell’esponente democristiano. Gli articoli furono pubblicati dal periodico locale “TR Canale 40” a partire dal n. 4, maggio-giugno 1978.
Montanari nega che tutta la spiegazione della vicenda sia un fatto «interno» al Pci reggiano, perché ci sarebbe «una responsabilità di chi ha governato», pur riconoscendo, almeno a parole, «un ritardo del Pci e del movimento operaio a comprendere il pericolo dell’estremismo». E rispedisce al mittente, cioè a Rossana Rossanda, l’affermazione secondo la quale, per comprendere il fenomeno brigatista, come la giornalista e dirigente comunista aveva scritto sul “manifesto” del 28 marzo 1978, la sinistra avrebbe dovuto guardare nel proprio «album di famiglia».
Qui, facciamo un passo indietro per tornare al 21 dicembre 1977, quando si era riunito il Comitato federale del Pci di Reggio Emilia, una sorta di parlamentino composto da dirigenti e quadri intermedi locali, per discutere “L’impegno dei comunisti nella lotta per la democrazia, contro la minaccia eversiva e terroristica”, relatore Antonio Bernardi.
Per il Pci, ma anche alla sua sinistra, fino ad allora, le brigate non erano rosse ma nere, cioè neofasciste. Una valutazione che Ugo Pecchioli, responsabile dell’organizzazione del Partito comunista, sfatò in un’intervista rilasciata all’“Unità” il 12 dicembre 1977: i terroristi rossi e i terroristi fascisti non sono la medesima cosa. Bernardi, condividendo quella lettura, riflette sugli anni 1968-70 e punta il dito verso quegli «interstizi» presenti nel partito ancora legati al mito della Resistenza tradita e a quello di Stalin, nonostante la destalinizzazione del Partito comunista reggiano fosse stata ufficializzata con la conferenza regionale emiliano romagnola del 1959. In altre parole “prassi e teoria” erano asincrone. E si interroga sul perché delle Brigate rosse a Reggio. Ammette «che i brigatisti rossi – e questo significa la vicenda reggiana – nascono anche al nostro interno da un processo di crisi e di rottura del rapporto di alcuni giovani con la linea generale del partito, con la storia del partito, con l’organizzazione del partito». Anche se poi cerca di minimizzare: «Tuttavia nella storia delle Br non va enfatizzato il ruolo di Reggio Emilia», perché altre città «ben più della nostra sono state coinvolte», portando come esempio il fatto che qui «non ci sono mai stati attentati armati».
In Italia siamo nel pieno degli «Anni di piombo» e anche a Reggio accadono alcuni fatti che la relazione denuncia. Il «Gynnasio Nihilista», un gruppo eterogeneo composto da anarchici, estremisti vari, “drogati” ecc., occupa gli ex Artigianelli; alcuni iscritti alla Fgci, in solidarietà con le lavoratrici della Max Mara, forzano l’ingresso di un palazzo di proprietà di Maramotti in piazza Prampolini e altri iscritti a circoli della Fgci diffondono, il 4 novembre, un volantino contro le forze armate «utilizzando un linguaggio pre prima guerra mondiale». Il segretario comunista, stigmatizzando questi episodi, fa anche una breve analisi dell’estremismo presente in città e dei collegamenti esistenti fra alcune fabbriche reggiane e i terroristi, in particolare quelli di Prima linea.
Interessante, infine, sottolineare, l’attenzione prestata nella relazione al linguaggio usato dai brigatisti, che può ricollegarsi all’articolo di Rossanda già richiamato e che Montanari invece nega. Il linguaggio delle Br riporta al Partito comunista degli anni Cinquanta, «sembra di sfogliare l’album di famiglia – scrive l’ex dirigente comunista – ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov… su cui si innesta una conclusione che invece veterocomunista non è, e cioè la guerriglia…».
I comunisti reggiani hanno discusso con molte, troppe reticenze al proprio interno della nascita delle Br a Reggio Emilia. Forse proprio per questo tale confronto non è mai diventato un “discorso” pubblico, nonostante il segretario comunista invitasse nella sua relazione a «rispondere ad un interrogativo che vari studiosi del fenomeno delle Br ci hanno proposto: se il nostro presunto essere “totalizzanti” nella società provinciale non sia tale che per i dissenzienti o per certe aree di dissenzienti non rimanga altro spazio che la disperazione». E nel mese di gennaio 1978 inizierà le trasmissioni Radio Tupac, voce dell’estremismo rosso reggiano e non solo.
Se non sbagliamo, l’unico seminario di studi sul tema “Violenza politica e lotta armata negli anni Settanta”, promosso da Istoreco e dall’Istituto storico della Resistenza in Toscana, si è tenuto soltanto il 21 e 22 ottobre 2010 a Reggio Emilia.
