Fu lui, nel 1997, a portare gli U2 al Campovolo per un concerto entrato a pieno titolo nella storia del rock. Nel corso della sua carriera, iniziata nel 1980, ha collaborato anche con Paul Simon, Simple Minds, Nina Simone, Bruce Springsteen, Sting e Dizzy Gillespie, con gli italiani Patty Pravo, Roberto Benigni, Ivano Fossati e Vasco Rossi e per oltre vent’anni ha accompagnato Miriam Makeba in una lunga stagione di concerti, progetti culturali e iniziative legate ai diritti civili e alla cultura africana. Nella nostra città ha anche ideato il Mirabello Aria Aperta Festival e il Lime Theater, due belle esperienze nate con l’obiettivo di creare spazi nuovi per la musica, lo spettacolo e la contaminazione culturale sfruttando aree in disuso (il vecchio stadio nel cuore della città, allora non ancora valorizzato dal rugby e le fallite Fiere, tuttora abbandonate dopo lo stop al progetto maramottiano del polo della moda).
Il manager e produttore reggiano Roberto A. Meglioli ha accettato di parlare con SpazioReggio della finora negativa esperienza della Rcf Arena e anche di ricordare alcune delle sue passate esperienze, a partire dal mitico concerto degli U2.
Quattro anni di bilanci costantemente in perdita per quella che è stata presentata come l’arena all’aperto più grande e più bella d’Europa: dove sta l’errore principale?
Probabilmente nell’aver immaginato che bastasse costruire una grande arena perché automaticamente diventasse sostenibile. Ma il settore dello spettacolo dal vivo non funziona così. Non basta avere una struttura importante: servono competenze artistiche e organizzative, continuità, relazioni internazionali, una programmazione costruita negli anni e soprattutto una identità chiara. Inoltre oggi i grandi tour europei sono sempre più concentrati in poche mani e in pochi circuiti. Entrare stabilmente in quel sistema richiede esperienza, indipendenza, credibilità e una strategia molto precisa. Non basta il denaro.
Un’arena da 103mila posti è forse troppo grande per essere redditizia? Un impianto coperto – da 15/20mila posti, ma sfruttabile tutto l’anno e a Reggio in grado anche di risolvere il problema del palasport in pieno centro per altro troppo basso per la pallavolo – come l’Unipol Arena di Casalecchio o il Forum di Assago lo sarebbe di più?
Un’arena da oltre centomila persone è straordinaria proprio perchè fuori dall’ordinario. Serve per eventi eccezionali, ma inevitabilmente vive di grandi numeri e di poche date. Non può avere una continuità quotidiana per diverse ragioni. Ne cito due: la prima é la enorme competizione che c’è sui grandi eventi, essendo una risorsa iperscarsa; la seconda è la qualità con cui si possono fruire gli spettacoli.
Con il denaro speso in questi anni in aggiustamenti cosmetici al Palabigi si sarebbe potuto costruire un impianto moderno e polifunzionale, finalmente costruito anche per la musica e lo spettacolo. Un impianto coperto da 15-20mila posti probabilmente avrebbe una sostenibilità più semplice perché utilizzabile tutto l’anno: concerti, sport, convention, televisione, eventi aziendali. Ed effettivamente a Reggio Emilia potrebbe anche contribuire a risolvere il tema di un palasport moderno, adeguato agli standard internazionali della pallavolo e dei grandi eventi indoor.
Le grandi strutture funzionano quando diventano parte di un ecosistema vivo e continuo, non quando dipendono solo da pochi appuntamenti eccezionali.

E’ vero che l’ambiente di promoter e produttori di concerti è così ostico per chi vi si avvicina per la prima volta? E che lo è ancora di più dopo la concentrazione in grandi gruppi, su tutti Live Nation e CTS Eventim, che posseggono anche Ticketmaster e TicketOne, oltre ai due principali impianti al coperto di Milano?
Non è ostico. È un ambiente, anzi un’industria, ad altissima specializzazione e professionalità. Chi pensa di accedervi imponendosi per censo inevitabilmente fallisce. Poi sì, è un ambiente molto difficile. Lo è sempre stato, perché dietro un concerto ci sono investimenti enormi, rischi altissimi, professionalità acquisite con sacrifici inimmaginabili e rapporti costruiti in decenni. Non è un mestiere che si improvvisa da un giorno all`altro.
Negli ultimi anni poi il mercato si è ulteriormente concentrato appunto attorno a grandi gruppi internazionali come Live Nation e CTS Eventim, che controllano non solo tour e artisti, ma anche ticketing e venue strategiche in Italia come all’estero. Questo rende tutto più complesso per gli operatori indipendenti o per chi prova ad affacciarsi oggi sul mercato. Ma attenzione: non significa che sia impossibile. Significa però che servono competenze vere, relazioni internazionali e una visione di lungo periodo.
Cosa servirebbe alla Rcf Arena per decollare definitivamente?
Serve soprattutto un management competente e una maggiore capacità di ascolto e di confronto con chi questo mestiere lo fa da decenni. Non può vivere soltanto di uno o due grandi eventi l’anno. Deve diventare una piattaforma stabile dentro ai circuiti europei dei live. Mi scuserà se non entro nei dettagli, ma come diceva uno dei principali promoter e manager italiani e mio mentore “…nel rock’n’roll é stato inventato tutto. Sono qui per essere consultato.” Detto questo, i dettagli operativi li lascio a chi di dovere.
E poi serve una filiera locale forte: istituzioni, promoter, operatori, logistica, hospitality, comunicazione. Le grandi strutture internazionali funzionano quando attorno c’è un sistema compatto che lavora nella stessa direzione. Reggio Emilia ha grandi potenzialità. Ha posizione geografica, capacità organizzativa e una storia importante nei grandi eventi. Però il settore dello spettacolo dal vivo richiede tempo: la credibilità non si compra, si costruisce negli anni, mattone dopo mattone…

Lei qualche anno fa portò nei capannoni abbandonati delle Fiere il Lime Theater, poi bruscamente chiuso a causa della controversia con la cooperativa sociale ‘bianca’ La Bussola. Il Comune – allora guidato dal sindaco Vecchi – avrebbe potuto fare di più per salvare quella bella esperienza?
Il Lime Theater fu una esperienza molto interessante perché cercava di dare nuova vita a uno spazio abbandonato attraverso cultura, spettacolo e aggregazione. Probabilmente il Comune – e il suo sindaco pro tempore – avrebbe potuto accompagnare maggiormente quella esperienza, soprattutto nel tentativo di trovare una mediazione che evitasse una chiusura così brusca, determinata anche da logiche molto miopi e da dinamiche di piccola politica, rigorosamente con la “p” minuscola. Di fatto da allora e sino ad ora alle Fiere non è accaduto nulla di nulla. A novembre saranno 10 anni dall’inaugurazione del Lime Theater. Esempio più unico che raro di recupero industriale e di resilienza, patrimonio della città e dei suoi abitanti. Bisognerebbe riflettere su quanto la scelta sciagurata di allora ha tolto alla vita sociale, culturale ed economica di Reggio. Quando nascono progetti culturali innovativi bisognerebbe proteggerli un po’ di più, perché creare spazi vivi è molto difficile, mentre chiuderli è facilissimo. Quando, insieme all’incompetenza, prevalgono miopia, interessi di piccolo cabotaggio, inconsapevolezza e incapacità di visione, una città rischia di perdere occasioni importanti. Resta il rammarico per qualcosa che avrebbe potuto crescere ulteriormente e diventare un punto di riferimento importante per la città e per tutta la regione.
Prima ancora, nel 1997, portò gli U2 e 150.000 spettatori al Campovolo durante la Festa dell’Unità, anche senza venue e boulevard. Che ricordo ha di quel concerto-record?
Rimane uno dei ricordi più straordinari della mia vita professionale. Centocinquantamila persone, un aeroporto trasformato per una notte in una città per la musica, con la dignità e i problemi di una città vera. Un evento che ebbe risonanza mondiale: le prime canzoni di quell’eccezionale concerto vennero trasmesse in diretta da MTV in tutto il mondo. E dovemmo inventarci tutto perché allora non c’era alcun riferimento per eventi simili, non esisteva ancora nulla di ciò che oggi consideriamo indispensabile: non c’erano viali, non c’era un luogo strutturato, non c’era l’arena. C’era però una grande capacità organizzativa e soprattutto il coraggio di immaginare e realizzare qualcosa che sembrava impossibile. Nonostante la forte richiesta decidemmo di smettere di vendere biglietti a fine luglio, due mesi prima dello show.
Quella notte dimostrò che Reggio Emilia poteva stare sulla mappa internazionale dei grandi concerti. E credo che quella intuizione, ancora oggi, abbia lasciato dei segni molto forti. L’arena é uno di questi. (g.b. – f.m.)
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