Il prossimo anno l’Annibale Franzini SpA traslocherà dalla storica sede di via Fabio Filzi a Reggio Emilia. Con essa verranno perse, perché probabilmente demolite, le vecchie case comprese fra i civici 27-33 (nel video anche villa Cucchi, dove il dirigente comunista e partigiano venne torturato).
Il n. 29 di via Filzi è memoria di un episodio accaduto il 2 dicembre 1944. Paolo Davoli, Sertorio, dirigente comunista e partigiano, rientrato da alcuni anni dall’esilio parigino, dopo l’8 settembre 1943, aveva continuato a svolgere, presso la sartoria dello zio Ennio Agnosi, in via Filzi 29 – sempre proseguendo nell’attività antifascista – il proprio lavoro di sarto.
«Una sera di novembre – racconta Gianfranco Romani – si presentò a casa con i baffi rasati allo scopo di darsi una fisionomia diversa; sapendo quanto significato avessero i baffi per il figlio, la madre Giulia capì quanto fosse pericoloso il momento. Nelle settimane seguenti, per cercare di non essere identificato, durante gli spostamenti in bicicletta, si copriva il viso con una sciarpa che, grazie, alla fredda temperatura poteva non suscitare sospetti; e sempre allo stesso scopo indossava capotto o tabarro e cappelli diversi. Le precauzioni, purtroppo, servirono solo per un certo periodo: elementi della brigata nera o agenti in borghese della questura, dopo ripetuti appostamenti, lo localizzarono nella casa di via Fabio Filzi al civico 29, la sartoria gestita dallo zio Ennio.
Per precauzione, la moglie Adele, sorella di Giulia e le altre due o tre lavoranti, sapevano che dovevano aprire la porta solo a persone conosciute e non sospette. Lo zio, conscio della posizione critica del nipote, lo faceva lavorare unicamente nella stanza sul retro e la zia Adele, sotto ad una delle due finestre della stanza che dava sul retro dove Paolo lavorava, aveva messo abbondanti avanzi di sartoria per attutire la caduta in caso di necessità di fuga.
Vittorina, testimone delle circostanze relative alla cattura, mi raccontò che la sfavorevole circostanza fu senz’altro dovuta ad un cliente della sartoria che nell’uscire non aveva chiuso bene la porta. Uno dei due militi appostati in strada, quello più vicino alla casa, non udendo il solito scatto meccanico di chiusura della serratura, fece un cenno al collega che gli si avvicinò e i due, attraversato il cancello, raggiunsero la porta d’ingresso entrando rapidi. L’irruzione, col trambusto che ne seguì, spaventò le ragazze e ammutolì gli zii.
Paolo fu colto con ancora l’ago in mano. Alle grida di zia Adele, i due fascisti non aprirono bocca mentre trascinavano fuori Davoli, confuso e impietrito. Era il 2 dicembre 1944.
Dopo la cattura, Paolo non vide più la libertà ed è nota la tragica conclusione della sua vita. Venne rinchiuso a villa Cucchi dove subì pesanti torture. Si ruppe una gamba nel tentativo fuggire da una finestra; l’arto mai curato, venne amputato alla caserma Muti (ora sede di un Liceo, nella piazzettta cardinale Pignedoli) e da qui trasferito ai «Servi» ove venne prelevato per essere fucilato il 28 febbraio 1945» (RS-Ricerche Storiche, 114/2012).
Paolo Davoli (partigiano Sertorio)
Paolo Davoli, nato a Villa Cavazzoli (Reggio Emilia) nel 1900, aderì alla federazione giovanile socialista poi, fin dalla sua fondazione, al PCd’I. Perseguitato dai fascisti, nel 1924, dovette emigrare in Francia, dove continuò la sua attività all’interno delle organizzazione politiche degli esuli, mentre lavorava come sarto. Rientrato in Italia nell’estate del 1936, approfittando di un’amnistia per i “fuorisciti incensurati”, vi rimase solo 15 giorni. Rientrò nuovamente in Italia, nel 1941, su incarico del partito comunista per i riorganizzare il partito dopo il “processone” del 1939. Dall’ottobre 1942, abbandonato il mestiere di sarto, entrò come manovale alla Lombardini. In seguito a delazione, fu arrestato nell’aprile del 1943 e, ancora in stato di detenzione, deferito al Tribunale speciale. Liberato dopo il 25 luglio ’43 entrò subito in contatto con il suo partito. Dopo l’8 settembre 1943, fu tra i primi organizzatori della Resistenza nel Reggiano, con il nome di copertura Sertorio, dirigente del CLN e Intendente del Comando piazza.
Il 2 dicembre 1944 fu catturato, assieme agli altri membri del Comando piazza, venne rinchiuso a villa Cucchi, in via Franchetti a Reggio Emilia, e sottoposto a tortura. Approfittando di una breve distrazione dei suoi aguzzini si gettò da una finestra fratturandosi una gamba. Lasciato per 48 ore senza cure, fu poi condotto alla caserma della “Muti”, dove un chirurgo gli amputò l’arto ferito. Dopo una ventina di giorni i fascisti lo riportarono in via dei Servi, il carcere della Brigata nera, e ripresero a torturarlo.
Tre mesi dopo, il 28 febbraio 1945, venne fucilato nei pressi del cimitero di Cadelbosco Sotto inieme ad altri 9 ostaggi: Luigi Rigolli, Amedeo Rossi, Salvatore Garilli, Andrea Garilli e Tito Da Parma di Piacenza; Medardo Pagliani e Fermo Pedrazzoli di Correggio; Ferruccio Ferrari ed Erio Benassi di Reggio Emilia. Coloro che gli diedero sepoltura constatarono le orribile mutilazioni provocate dalle torture fasciste.
A Paolo Davoli è stata conferita la medaglia d’argento al valor militare alla memoria.
Villa Cucchi
via Franchetti, Reggio Emilia
Negli ultimi giorni di settembre del 1944, il comando provinciale della GNR occupa la villa dell’avv. Sandro Cucchi e della consorte Evangelina Molina. Il 14 ottobre il Capo della provincia Almo Vandelli ordina la requisizione. Gli uomini dell’UPI volevano dei luoghi appartati, per poter incrudire il sistema della tortura con 1a massima discrezione.
Bisognerà attendere il marzo del 1945, perché una commissione composta da un amministratore della famiglia Cucchi e un rappresentante dell’UPI e del Comune di Reggio Emilia, sottoscrivano un atto di consegna e di consistenza dei valori presenti nella villa.
Dopo la Liberazione nel corso di un accertamento dello stato della villa, a seguito dell’occupazione da parte dell’UPI, ai rappresentanti del comune e della famiglia non resta che prendere atto dei danni irreparabili che l’immobile aveva subito.
La villa era un luogo di tortura dove tutto intorno, in un perimetro abbastanza ristretto, era insedia il sinistro e sanguinario potere del fascismo repubblicano.
L’11 ottobre del ’44 era stato requisito l’Istituto ciechi, in via Franchetti, compresa l’attigua villetta, per alloggiarvi reparti della GNR addetti all’ordine pubblico. In Corso Cairoli, 6 c’era la sede del PFR (e prima del PNF), la Caserma “Carmana”, che dal maggio 1944 divenne sede della GNR, e poi la caserma Zucchi.
Come abbiamo accennato all’interno della GNR operava l’Ufficio politico investigativo (UPI), sigla che si renderà sinistramente nota in tutte le province controllate dal regime di Salò.
L’UPI di Reggio Emilia era già attiva nel novembre-dicembre del 1943. Gli uffici avevano sede in viale Timavo, 79 – presso la caserma “Mussolini” (oggi sede della Polizia Stradale) – e disponevano, per compiere gli interrogatori, anche della caserma dei Servi (vedi).
L’attività dell’ufficio politico iniziò subito e non si limitava al solo lavoro investigativo, ma si occupava anche di attività militari. La prima azione nota è l’assalto alla casa dei Cervi. Alla guida dell’impresa c’erano il capitano Cesare Pilati e Cagliari, detto “Cavallino Bianco”.
In seguito, il medesimo ufficio prenderà parte ad altre operazioni di rastrellamento e assassinii. L’UPI organizzò un’efficiente rete di spie. Il 28 novembre 1944, arrestò Angelo Zanti, il 30 il capitano Oliva e Luigi Ferrari; il 2 dicembre il conte Calvi, Gino Prandi e Paolo Davoli, sottoposto a tortura a Villa Cucchi, dove furono rinchiusi tanti partigiani. Tutti membri del Comando piazza clandestino.
Dopo l’autunno del 1944, la direzione dell’UPI fu affidata al maggiore Attilios.
