Cento anni fa nasceva a Reggio Emilia Otello Montanari, figura storica della vita pubblica reggiana, comunista scomodo che sfidò il silenzio sugli omicidi commessi da alcuni ex partigiani. Otello, noto in tutto il mondo come l’uomo del ‘Chi sa parli’, a tal punto da finire con tanto di foto sulle Parole Crociate, nacque infatti il 10 maggio del 1926 a Reggio Emilia. Studente di ragioneria e alunno della professoressa Nilde Iotti (poi compagna del Migliore, Palmiro Togliatti, e storica presidente della Camera dei deputati), forse anche per quell’influenza si iscrisse molto giovane al Pci.
Il ragazzo Montanari prese parte alla guerra di Liberazione, fu partigiano e militò nelle fila delle Gap (Gruppi d’azione patriottica), rimanendo ferito in azione in modo grave, durante un conflitto a fuoco con i fascisti sulla via Emilia, alle porte di Reggio. I proiettili che gli si conficcarono nelle gambe, lo resero claudicante per tutto il resto della sua vita.
Terminata la guerra, la strada di Otello fu quella della politica, negli anni Ottanta eletto deputato, frequentò i banchi di Montecitorio. Fu poi presidente dell’Istituto Alcide Cervi e dirigente dell’Anpi. Molti anni dopo, appassionato di comitati, tra i tanti, fondò anche quello del Primo Tricolore, sulle origini della bandiera nazionale, piantandole orgogliosamente a Reggio Emilia.

Poi il corso della vita pubblica di Montanari svoltò nel tempo di un amen. Il 30 agosto del 1990 scrisse una una lettera alla redazione reggiana del Carlino. Fu in quel momento che Otello, da gran cerimoniere dell’ortodossia comunista quale era sempre stato (lo stesso che negli anni Settanta scriveva note informative sul deviazionismo dei giovani rossi espulsi dal Pci e che poi confluirono nelle Brigate Rosse), iniziò la sua trasformazione nel sinistro eretico e poi nel traditore.
Ma cosa svelò di così clamoroso Otello? In realtà non molto che non si sapesse già. Ammise le responsabilità di qualche dirigente comunista che aveva ricoperto incarichi di primo piano nella vita politica reggiana per l’omicidio del direttore delle Officine Reggiane, l’ingegner Arnaldo Vischi, assassinio che si consumò il 31 agosto del 1945. Otello non avrebbe mai pensato in cuor suo di sollevare un tale polverone. Per quella vicenda, il segretario provinciale dell’Anpi, Didimo Ferrari (partigiano Eros), era già stato condannato a 8 anni nel 1951 al processo di Ancona, il segretario del Pci del dopoguerra, Arrigo Nizzoli (Lino), si vide rifilare dalla stessa corte 4 anni, mentre 8 toccarono al comunista Renzo Caffarri, all’epoca del delitto tenente in Questura.
Tra l’altro lo scritto di Otello era stato in larga parte ripreso dal libro “Reggio bandiera rossa”, autore don Wilson Pignagnoli, edito nel 1961.

Tuttavia, l’ammissione di Montanari, forse perché fu la prima col sigillo dell’ufficialità comunista sui crimini del Partito nel dopoguerra reggiano, e venne proprio pochi mesi dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci, fece un roboante clamore. Il nome di Montanari finì sui rotocalchi di tutto il globo, persino sulla “Kolmoskovskaya Pravda”, giornale della gioventù comunista. Tanto si scrisse e parlò di lui, che pure l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, volle conoscerlo e lo chiamò al telefono.
Dal canto suo il partito di Montanari da subito appoggiò il suo ‘Chi sa parli’, che nel frattempo si era trasformato in una vicenda che non riguardava più solo l’omicidio di Arnaldo Vischi, ma ormai tutti i delitti del dopoguerra.
Vincenzo Bertolini (segretario del Pci dal 1983 al 1989), aveva da sempre appoggiato le istanze di non colpevolezza di Germano Nicolini ed Egidio Baraldi, i due comunisti innocenti, condannati ingiustamente senza essere difesi dal Partito, per gli omicidi del prete don Umberto Pessina (freddato a San Martino Piccolo di Correggio) e del capitano Ferdinando Mirotti, ammazzato sull’uscio di casa a Campagnola. Mentre Fausto Giovanelli (segretario del Pci nel 1989) aveva preso una posizione pubblica che fece clamore sulla richiesta di dare sepoltura ai morti nel cavon di Campagnola.
Strada facendo però il gioco si fece più duro, i toni della polemica sempre più aspri. I missini si unirono per cavalcare la tigre, mentre i giornali si contendevano le notizie da sparare sulla carta stampata a getto continuo, trasformando di fatto la storia di delitti consumati 40 anni prima in fatti di cronaca quotidiana urlati come scoop.
Giancarlo Pajetta disse che Otello Montanari “avrebbe fatto bene a pensarci su prima di uscire di casa”. Mentre Giampaolo Pansa lo definì il “fesso d’oro” (entrambi nel tempo si scusarono per quelle frasi).

Otello fu ‘spernacchiato’ e denfestrato da tutti gli incarichi che ricopriva: sia nell’Anpi sia nell’Istituto Cervi. Ostracismo che durò per oltre un ventennio. Almeno, grazie alla sua longevità, Montanari ha fatto in tempo a vivere abbastanza perché gli venissero riconosciute le sue ragioni, e perché coloro che lo avevano radiato o espulso ne riabilitassero il nome.
Per quanto riguarda il Chi sa parli, grazie a quella vicenda, Germano Nicolini ed Egidio Baraldi, dopo lunghe battaglie giudiziarie, negli anni Novanta vennero riconosciuti innocenti. In fondo, senza l’Otello ‘bistrattato’, i due innocenti sarebbero ancora ritenuti i mandanti dell’omicidio di un curato di campagna e di un capitano dell’esercito, delitti che invece erano stati ordinati e commessi da altri.
