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Gli ‘angeli’ della stazione: “Anche tanti italiani ci chiedono aiuto”
di Glauco Bertani
Giuseppe Napolitano, 64 anni, pugliese di origine, ma da decenni a Reggio, dal 2018 è presidente di “Partecipazione”, un’associazione fondata nel 2012 che si occupa di problematiche sociali, consegnando generi di conforto in ‘strada’ e a una decina di famiglie nelle loro abitazioni e gestendo due case di accoglienza, una occupata da un nucleo familiare, l’altra da quattro persone, italiane e straniere. “Non abbiamo un presidio fisso, usciamo il lunedì sera in stazione per portare cibo e vestiario, come altre associazioni che svolgono la stessa nostra funzione. Rimaniamo lì per un’ora, un’ora e un quarto e ce ne andiamo”, spiega.
A Giuseppe Napolitano, Spazio Reggio ha rivolto alcune domande sulla situazione della zona della stazione storica di Reggio Emilia, sempre al centro delle notizie di cronaca nera.
Il comitato “REte REsidenti Quartiere Stazione” recentemente ha puntato il dito sul fatto che l’assistenza – come può essere portare cibo ai senzatetto o alle persone che gravitano intorno alla stazione – e i punti sanitari che sono stati aperti possono creare ulteriore disagio e tensione sociale. Cosa ne pensa Partecipazione?
“Premetto che sono assolutamente solidale con il comitato per il disagio e il degrado che vivono, ma non credo che l’attività svolta per un’ora i lunedì sera sia il presupposto che crei una un’affluenza di persone, di sbandati come vengono definiti da alcuni, o situazioni di disagio. A creare disagio è semmai il mancato controllo degli affitti in nero, la mancanza di dormitori sufficienti, nonostante il Comune abbia già tantissime persone in carico. I dati della Caritas parlavano di 500, adesso di 350 persone che non hanno dove andare a dormire. Diciamo che la risposta all’esigenza degli alloggi per i senza dimora non è ancora stata soddisfatta. E poi c’è, ovviamente, il problema del controllo della criminalità”.
Che idea vi siete fatti dal vostro punto di osservazione?
“Sappiamo tutti che la stazione è un’area di spaccio. Noi vediamo continuamente spacciare davanti ai nostri occhi quando il lunedì sera andiamo a distribuire cibo e vestiario, e non capiamo come mai non si riesca a debellare questo fenomeno. Credo che il problema principale sia proprio lo spaccio: la stazione, tra l’altro, è un’area che ha tante vie di fuga, tante stradine laterali, e se ci fosse un controllo in un punto, magari, l’attività criminale verrebbe svolta a 100 metri di distanza, appena girato l’isolato. Secondo me bisognerebbe studiare delle strategie per contenere questo fenomeno, risolvendo il problema abitativo e controllando il territorio. Per quanto sforzi ci siano, non credo ci sia un’azione adeguata rispetto al fenomeno. Poi non si deve dimenticare una cosa…”
Quale?
“Che se ci si limita a togliere, e non a risolvere, il problema dalla stazione, si rischia semplicemente di trasferirlo in un’altra area. Penso ai Giardini pubblici, dove già adesso si sta lavorando. Se non si estirpa il problema alla radice, cioè la mancanza di strutture che possano accogliere i senza tetto e uno sforzo non adeguato per combattere la criminalità, rischiamo di spostare il problema da un’altra parte provocando le lamentele di altri cittadini. Nel frattempo, noi nel nostro piccolo continueremo a fare quello che facciamo da oltre dieci anni: intervenire dove vediamo che non si interviene. Quindi se c’è una platea di persone in difficoltà che hanno bisogno di mangiare la sera o di una coperta per riscaldarsi la notte, noi portiamo cibo e coperte”.
Lei dice che, oltre al controllo del territorio, sono indispensabili strutture di accoglienza: ma come può, ad esempio un Comune, dare alloggio a persone che sono senza permesso di soggiorno?
“Francamente non so che soluzione si possa prendere, si potrebbe forse tornare indietro come quando si dava la residenza fittizia e accogliere così queste persone. Il problema, però, non è tanto questo, perché la stragrande maggioranza delle persone che incontriamo non sono senza permesso di soggiorno, sono regolari. E’ gente che il permesso ce l’ha, ma ha perso il lavoro. Ci sono anche moltissimi italiani, tanti anche anziani. Ne conosciamo uno che a settembre verrà espulso da un dormitorio, perché terminerà il ciclo di accoglienza, ed è una persona con patologie che tra qualche mese non saprà dove andare. Ci sono anche tanti italiani che scendono dai condomini e vengono a chiederci un po’ di cibo, perché sono evidentemente in difficoltà. Spesso si pensa che il problema della marginalità sia solo per chi è in strada, ma noi sappiamo benissimo che ci sono tantissime famiglie, anche italiane, che un tetto ce l’hanno, ma sono in grande difficoltà”.