Da sempre l’umanità immagina la città del futuro come un luogo ordinato, efficiente, liberato dalle storture del presente. Negli anni Venti gli architetti futuristi come Antonio Sant’Elia sognavano città verticali, strade soprelevate, trasporti veloci e razionali. Negli anni Sessanta il collettivo inglese Archigram disegnava moduli residenziali flessibili e infrastrutture capaci di adattarsi ai bisogni di chi le abita. Negli anni Ottanta, Blade Runner e Ritorno al Futuro ci promettevano auto volanti, robot domestici, servizi istantanei. Nel 2026 abbiamo la Carta d’Identità Elettronica. La chiave, ci dicono, che apre la porta della smart city. A Reggio Emilia, però, quella chiave è difficile da prenotare.
Il linguaggio che esclude
Prima di parlare di cosa sta succedendo, vale la pena soffermarsi su come se ne parla. Smart City. Hub Urbano. Digital Twin. Gemello Digitale. IT Wallet. Sono espressioni anglofone o tecnocratiche che rendono irraggiungibile, già nel nome, la comprensione di cosa si stia costruendo. Non è un dettaglio: un progetto che non riesce a farsi capire è inevitabilmente un progetto difficile da condividere, e un progetto che non si condivide non cambia davvero la vita delle persone.
Smart City, in parole povere, non è un’app né un assessorato né una visione futuristica di droni e sensori. È un approccio di governo: usare i dati e la tecnologia per prendere decisioni migliori su mobilità, energia, servizi, manutenzione, spazi pubblici. Una buca riparata prima che diventi pericolosa perché un sensore l’ha rilevata. Un permesso ZTL ottenuto in due minuti invece che allo sportello. Un albero a rischio caduta individuato da una mappatura digitale invece che dalla segnalazione del passante. Potevano chiamarla “città connessa e che funziona”, ma sarebbe stato commercialmente meno spendibile. Per Reggio Emilia, essere Smart City significa muoversi principalmente in due direzioni: innovazione tecnologica e innovazione sociale, con attenzione al legame con la comunità e alla vitalità associativa del territorio.
L’Hub Urbano è ancora più semplice. È un patto formalizzato – regolato dalla Legge Regionale dell’Emilia-Romagna n. 12 del 2023 – tra Comune, associazioni di categoria, commercianti e residenti per rivitalizzare un’area urbana. Nel caso di Reggio, il centro storico. Chi firma il patto e aderisce all’assemblea accede ai finanziamenti regionali. Chi non aderisce, resta fuori. Il meccanismo è nuovo, il concetto è antico: fare rete per non soccombere da soli.
A che punto siamo
Il percorso ha radici più lontane di quanto sembri. Nel dicembre 2017, il Comune firma un protocollo d’intesa con 36 organizzazioni locali – tra cui imprese, enti, associazioni – per costruire insieme la città intelligente: sei ambiti di intervento dichiarati, dall’ambiente alla mobilità, dalla competitività delle imprese alla qualità della vita.
Nel 2024 la Regione finanzia lo studio di fattibilità per due Hub: il centro storico e l’area sulla Via Emilia verso Modena, con oltre 26.000 euro assegnati a Reggio. Il riconoscimento ufficiale arriva a luglio 2025: la Regione certifica l’Hub Urbano del centro storico di Reggio, aprendo l’accesso ai finanziamenti regionali. A dicembre dello stesso anno si svolge la prima Assemblea: oltre 200 soggetti iscritti tra attività, associazioni e cittadini, quattro gruppi di lavoro attivi, più di 500 tra commercianti e residenti incontrati nel percorso di ascolto.
Gli investimenti sul tavolo per il biennio 2025-2026 sono cospicui: 600.000 euro per pavimentazioni, arredi, illuminazione e decoro urbano; 2,5 milioni per la riqualificazione del parcheggio Zucchi e del Parco del Popolo; un portale digitale per la gestione dei permessi ZTL.

A febbraio 2026 si riunisce la seconda Assemblea, con un bando regionale che mette a disposizione fino a 560.000 euro – più un cofinanziamento comunale del 30% – per sostegno al commercio, riqualificazione degli spazi e promozione territoriale. A livello provinciale il quadro è articolato: 13 gli Hub riconosciuti, quattro progetti già finanziati (Viano, Fabbrico, Castellarano, Bassa Reggiana) per circa 500.000 euro di contributi regionali su 754.000 euro di spesa complessiva.
Il progetto più recente, avviato a fine marzo 2026 e passato quasi inosservato, è il Gemello Digitale: una scansione millimetrica di 963 chilometri di strade con veicoli attrezzati, telecamere ad alta risoluzione, scanner specializzati e droni. L’obiettivo è costruire una replica digitale tridimensionale dell’intera città, su cui i tecnici comunali potranno monitorare strade, alberi, segnaletica e infrastrutture, censire passi carrai, simulare interventi futuri tramite intelligenza artificiale prima di realizzarli. Costo: 168.000 euro, parzialmente coperti da residui del PNRR. La mappatura durerà quattro-cinque settimane; l’elaborazione dei dati altri tre mesi.
Sul fronte dei riconoscimenti esterni, l’EY Smart City Index 2025 posiziona Reggio al nono posto nella classifica generale dei 109 capoluoghi italiani, terza tra le città di medie dimensioni. Sul solo indicatore di transizione digitale la città sale addirittura al quinto posto nazionale, dietro solo a Milano, Bologna, Roma e Torino.
La chiave che non si trova
Tutto perfetto, fino al momento di testare l’usabilità.
Dal 3 agosto 2026 la carta d’identità cartacea cessa di essere un documento valido. Non solo per chi ha il documento scaduto: per tutti, anche per chi ha una carta emessa nel 2023 con scadenza 2033. Quel pezzo di carta plastificato non sarà più legale né sul territorio nazionale né all’estero.
Al suo posto, la Carta d’Identità Elettronica – la CIE – che diventa l’unico documento di identità valido per tutti i cittadini italiani.
Vale la pena capire perché la CIE costituisca un problema se milioni di persone usano già lo SPID per accedere ai servizi della pubblica amministrazione online. La risposta è insieme tecnica e politica. SPID e CIE fanno la stessa cosa in superficie: entrambi permettono di autenticarsi sui portali della Pubblica Amministrazione, ma con una differenza strutturale. Lo SPID è gestito da fornitori privati (Poste Italiane, Aruba, InfoCert e altri) che dal 2025 hanno progressivamente introdotto canoni annuali, con Poste Italiane che a gennaio 2026 ha reso il servizio a pagamento già dal secondo anno.

La CIE è invece emessa direttamente dal Ministero dell’Interno, costa una volta sola al rilascio, e ha un livello di sicurezza tecnicamente superiore perché l’autenticazione avviene tramite il circuito fisico della carta, senza trasmettere credenziali intercettabili in internet. La direzione politica del governo nazionale è chiara: lo Stato vuole progressivamente togliere di mezzo i provider privati e accentrare la gestione dell’identità digitale, con la CIE come credenziale unica. Chi non ce l’ha sta accumulando un ritardo che tra pochi mesi diventerà un problema concreto.
E torniamo a Reggio Emilia, la quinta città italiana per digitalizzazione secondo EY. Prenotare la CIE all’anagrafe è diventato una prova di resistenza. A fine marzo 2026 circa 14.000 reggiani si sono ritrovati senza possibilità di fissare un appuntamento: le agende erano sature, il sistema non reggeva la domanda. Il responsabile dei Servizi Demografici del Comune, Alberto Bevilacqua, si è impegnato pubblicamente a trovare personale aggiuntivo; le prenotazioni sono state parzialmente riaperte solo ad aprile, con slot disponibili a maggio.
Il paradosso è tutto qui, ed è in perfetta salsa Belpaese.
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