Lo sforzo di Prampolini di approntare, dopo l’avventura de “Lo Scamiciato” gli strumenti dell’azione politica caratterizzata da principi e valori evoluzionisti e legalitari, gli attirò l’ostilità di una parte consistente di anarchici individualisti, che lo consideravano un acerrimo nemico dell’azione diretta.
Nel dicembre del 1888 la sede de La Giustizia e le case di diversi socialisti, compresa quella di Prampolini, furono perquisite dalla polizia alla ricerca di un opuscolo anarchico intitolato Memento dai toni particolarmente violenti, che il giornale socialista condannò come “una cosa stupida, grottescamente sanguinaria e feroce”, provocando l’ira di parte anarchica.
Già alla fine di dicembre inoltre La Giustizia si era unita a due giornali anarchici, Il sol dell’avvenire di Mirandola, diretto dal socialista-anarchico Celso Ceretti (fratello dell’anarchico intransigente Arturo Ceretti, già collaboratore de Lo Scamiciato) e al foglio La rivendicazione di Forlì, diretto dall’anarchico moderato Germanico Piselli, nella condanna di un manifesto anonimo stampato a Parigi di denigrazione nei confronti di Amilcare Cipriani, detenuto a Portolongone, perché impegnato a sostenere “La Lega dei popoli latini” per rinsaldare i legami di alleanza tra i popoli italiano e francese, esacerbò ulteriormente gli animi ed alimentò il desiderio di vendetta.
Prampolini non diede importanza alla notizia pervenuta da un amico che Vittorio Pini e Luigi Parmeggiani, due degli anarchici espropriatori che avevano firmato una precedente lettera di minaccia recapitata allo stesso Prampolini, erano tornati in Italia. Da quel momento la vendetta degli anarchici individualisti cominciò a prendere forma.

Nel febbraio 1889, Celso Ceretti fu pugnalato da Pini, seppur non mortalmente, a Mirandola. Non paghi, il 15 febbraio i due raggiunsero Reggio per attentare alla vita di Prampolini. In particolare Parmeggiani si recò presso la tipografia de La Giustizia, in via del Cristo, convincendolo a uscire con il pretesto di vedere un amico. Raggiunta la più buia via Sant’Agostino, fu avvicinato da Pini, che conosceva Prampolini per aver lavorato nella tipografia socialista, deciso a colpirlo mortalmente con il suo pugnale. E qui accadde l’imprevisto.
L’attentato infatti venne fortunatamente sventato dal dottor Genesio Marzucchi, cugino di Pini essendo figlio di una sorella di suo padre, che venuto a conoscenza da un comune amico di quanto accaduto a Ceretti, si mise subito in cerca di Prampolini per avvertirlo del pericolo che stava correndo. Appena lo vide in compagnia sospetta fece in modo di avvicinarlo e allontanarlo dai i due estranei. Questi ultimi infatti vistesi scoperti si diedero a una precipitosa fuga.
In seguito si seppe che erano riusciti a sfuggire alla polizia e tornare in Francia. Inutile dire che Prampolini ricevette numerose attestazioni di stima e di augurio per lo scampato pericolo. Tra queste quella dell’anarchico reggiano e amico Angelo Canovi, che venne subito erroneamente arrestato, ma poi essere liberato anche grazie alla testimonianza dello stesso Prampolini.
Pini e Parmeggiani erano due giovani reggiani poverissimi che si rifugiarono in Francia per cercare di rifarsi una vita nella capitale della Belle Epoque. Spinti da ideali rivoluzionari e dal desiderio d’accelerare la rivoluzione sociale, si diedero all’esproprio proletario per finanziare il movimento. Dichiarandosi anarchici individualisti predicarono a gran voce la liceità del furto a favore del popolo.

La loro fu una storia complicata, avventurosa e disperata, maturata tra furti, spionaggi e tentati omicidi politici contro Prampolini e Ceretti.
Ebbero però destini assolutamente diversi. Mentre Pini, il più convinto seguace delle idee teorizzate e praticate da Stirner e Duval, rimase sconosciuto ai più, finendo i suoi giorni nel 1903 nella lontana Cayenna, Parmeggiani fece ritorno nella sua città, donandole un’importante galleria d’arte. In particolare Pini, nato nel 1859, di professione tipografo, si trasferì a Milano e venne assunto nel corpo dei vigili del fuoco, per esser licenziato nel 1885.

Raggiunto dalla madre e dalla sorella, si diede al commercio di vini aprendo un’osteria in via Pinamonte, che però non ebbe fortuna e dovette chiudere i battenti.
Nel 1886 scoperto a votare due volte (prima con la propria scheda e poi con quella di un amico) fu condannato a tre mesi di reclusione. Fuggito in Francia entrò in un gruppo anarchico intransigente finanziato grazie alle sue rapine. Nel 1889 tornò in Italia per attentare alla vita di Ceretti e Prampolini. Condannato con Parmeggiani a trent’anni in contumacia dai tribunali italiani e a dieci da quelli belgi, infine arrestato in Francia e inviato in Nuova Caledonia, dove morì nel dicembre del 1903.
Parmeggiani invece nacque a Reggio nel 1860. Lasciò l’Italia per non sottostare alla leva. In Francia fece il calzolaio e si accompagnò con Maria Carronis. Dal 1886 abitarono a Parigi, dove la loro casa diventò presto il ritrovo di anarchici estremisti ed ex comunardi. Nel 1887 Parmeggiani e Pini furono coinvolti nella pubblicazione del manifesto “Vigliacchi e traditori” con il quale attaccano violentemente Prampolini. Espulso dalla Francia riparò in Belgio e a Londra. Nel gennaio del 1889 partì per l’Italia con Pini per attentare alla vita di Ceretti e Prampolini. Tornati in Francia rivendicarono la paternità degli attentati e si diedero agli espropri. In quel periodo si cominciò a sospettare di suoi rapporti con la polizia e altri delatori. Piano piano emerse l’anima commerciale dell’uomo. A Londra incontrò la moglie di Louis Escosura, che aveva ereditato dal padre una galleria d’arte. Nel 1895 abbandonò definitivamente l’attività politica per darsi completamente al commercio di mobili, quadri e oggetti d’antiquariato, spesso falsi.
Nel 1903, l’anno della morte di Pini, sposò Anna, la figlia della sorella della sua amante e del pittore Cesare Detti. Con la morte di Escosura, Parmeggiani, che da tempo si presentava come Luis Marcy, con il cognome cioè dell’amante, divenne il proprietario della galleria parigina. La collezione Escosura venne trasportata a Reggio nel 1924. La palazzina in stile gotico e il suo tesoro venne ceduta alla amministrazione fascista del comune, che garantì a Parmeggiani il suo diritto di residenza nella galleria fino alla morte, avvenuta nel 1945.

Su Parmeggiani cominciarono a circolare voci, testimonianze che lo dipinsero ora come un commerciante senza scrupoli, ora come donnaiolo impenitente, ora come il probabile confidente della polizia nella cattura di Pini. Il dubbio, in mancanza di prove certe permane ancora oggi. Una cosa comunque è certa. Fra Prampolini, Ceretti e Pini chi visse a lungo nell’agiatezza nel cuore della città tra fascisti, antifascisti, guerra mondiale e lotta di liberazione fu proprio lui.

Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.
