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Monopattini: 193 multe in 2 mesi. Ma sotto i portici il Far West continua
di Giacomo Scillia
I numeri fanno notizia, ma non raccontano tutta la realtà. Quante sanzioni saranno davvero pagate? E perché nelle zone più frequentate del centro la presenza dei vigili continua a essere così poco visibile?
Centonovantatré multe in due mesi per le violazioni commesse da chi utilizza i monopattini elettrici. Il dato può apparire importante e potrebbe persino essere presentato come la dimostrazione di un’intensa attività di controllo. Ma siamo sinceri e onesti: che a Reggio Emilia molti monopattini circolino senza rispettare le regole non è affatto una novità. Lo sanno tutti, soprattutto coloro che ogni giorno attraversano il centro storico.
Basta fare una passeggiata sotto i portici per rendersi conto della situazione. Monopattini che arrivano all’improvviso, spesso a velocità sostenuta, guidati da persone senza casco e talvolta con un passeggero a bordo. Mezzi che fanno lo slalom tra anziani, bambini, famiglie e persone con difficoltà motorie, come se i portici fossero diventati una pista privata. Il pedone, invece di sentirsi protetto, è costretto a guardarsi continuamente alle spalle.
Non si tratta di essere contrari alla mobilità moderna o ai mezzi elettrici. Il monopattino può essere utile, economico e pratico, soprattutto per gli spostamenti brevi. Ma la libertà di circolare non può trasformarsi nella libertà di ignorare qualsiasi regola. Una città civile deve tutelare chi utilizza questi mezzi, ma prima di tutto deve difendere chi cammina e occupa legittimamente gli spazi pedonali.
Il problema è che, proprio nei luoghi dove le violazioni appaiono più frequenti, la presenza della Polizia locale è spesso poco visibile. Sotto i portici e nelle vie più frequentate del centro si vedono monopattini passare indisturbati, ma di vigili, in certi momenti, non se ne trova uno neppure a pagarlo. E quando manca una presenza costante sul territorio, le regole finiscono inevitabilmente per essere percepite come semplici raccomandazioni.
Le 193 multe rappresentano certamente un segnale, ma il dato da solo non basta. Bisognerebbe sapere dove sono state elevate, in quali orari, per quali violazioni e soprattutto quale seguito avranno. Quanti verbali verranno realmente notificati? Quante sanzioni saranno effettivamente pagate? Quante, invece, resteranno per mesi o per anni sulla carta?
È questa la domanda che molti cittadini si pongono. Perché fare una multa che poi non viene riscossa significa produrre soltanto un numero da inserire in una statistica. La vera efficacia di una sanzione non dipende dalla sua presenza in un comunicato, ma dalla certezza che il trasgressore venga identificato e sia chiamato realmente a risponderne.
Dobbiamo dirlo senza ipocrisie: se passa l’idea che tanto le multe non si pagano, il valore deterrente della sanzione scompare. Chi rispetta le regole continuerà a farlo per senso civico, mentre chi abitualmente le ignora si sentirà ancora più autorizzato a comportarsi come vuole. Sarebbe un risultato profondamente ingiusto, perché ancora una volta i cittadini corretti verrebbero penalizzati e i furbi resterebbero sostanzialmente indisturbati.
La certezza della sanzione è più importante della sua severità. Non servono necessariamente multe astronomiche: serve la consapevolezza che chi viola una norma verrà fermato, identificato e dovrà pagare davvero. Senza questa certezza, l’attività di controllo rischia di ridursi a un’operazione occasionale, magari utile per produrre un titolo sui giornali, ma incapace di modificare i comportamenti quotidiani.
Il tema, inoltre, non riguarda soltanto il casco. Esistono monopattini modificati per raggiungere velocità superiori a quelle consentite, mezzi abbandonati in modo disordinato sui marciapiedi, passaggi nelle aree pedonali e comportamenti pericolosi. C’è persino chi circola senza una copertura assicurativa adeguata. Sono situazioni che non possono essere affrontate con qualche giornata straordinaria di controlli: occorre un presidio continuativo, organizzato e riconoscibile.
Il Comune dovrebbe spiegare con chiarezza quale strategia intende adottare. Non basta comunicare il numero delle contravvenzioni. I cittadini hanno il diritto di conoscere i risultati concreti: quante sanzioni sono state riscosse, quanti mezzi sono stati sottoposti a fermo o sequestro, quante persone sono state controllate più volte e quali sono le zone maggiormente interessate dal fenomeno.
Sarebbe inoltre opportuno concentrare maggiormente la presenza degli agenti nei luoghi e negli orari in cui il problema è più evidente. I controlli devono essere effettuati quando le strade e i portici sono maggiormente frequentati, non soltanto in operazioni programmate che durano qualche ora. La prevenzione nasce anche dalla semplice presenza della divisa: vedere un agente induce molti a rallentare, scendere dal mezzo e rispettare le regole.
Occorre poi intervenire sul comportamento delle società di noleggio, affinché collaborino realmente nell’identificazione degli utilizzatori e nella gestione ordinata dei mezzi. Ma sarebbe sbagliato scaricare tutta la responsabilità sulle aziende. Esistono anche monopattini privati e, in ogni caso, il rispetto delle norme deve essere garantito dall’autorità pubblica.
Non bisogna aspettare un incidente grave per accorgersi che il problema esiste. Un anziano urtato sotto un portico può subire conseguenze pesantissime. Una persona con disabilità può trovarsi in seria difficoltà davanti a un monopattino lasciato di traverso. Una madre con un bambino non dovrebbe essere costretta a spostarsi improvvisamente perché qualcuno arriva alle sue spalle a tutta velocità.
Per questo le 193 multe non devono rappresentare un punto d’arrivo, ma soltanto l’inizio di un’attività molto più seria. Bisogna passare dalla politica degli annunci a quella della presenza sul territorio, dalla statistica alla sicurezza reale, dal verbale scritto alla sanzione effettivamente riscossa.
Reggio Emilia non può accettare che sotto i suoi portici continui il Far West. I portici sono fatti per camminare, incontrarsi e vivere la città, non per essere attraversati da mezzi lanciati tra la gente. Non si chiede una persecuzione contro chi usa il monopattino, ma il rispetto delle stesse regole che valgono per tutti.
Meno celebrazioni per il numero dei verbali e più controlli quotidiani. Meno comunicati e più vigili nelle strade. E soprattutto, multe che vengano davvero pagate. Altrimenti resteranno soltanto pezzi di carta, mentre chi non rispetta le regole continuerà tranquillamente a farla franca.
Giacomo Scillia, per 20 anni segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.