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Il calcio italiano senza coraggio alla periferia dell’impero
di Alessandro Bassi
«C’è un buco nero nel sistema calcio italiano che è ben localizzato ormai da tempo, tra il
campionato Primavera e i tornei professionistici».
Avere coraggio
In certe curve della storia occorre avere coraggio. Avere il coraggio di abbandonare rendite di posizione e sparigliare le carte, rimescolare il mazzo e cambiare schemi. Più facile a dirsi che a farsi, soprattutto se chi è chiamato al coraggio da oltre un quarto di secolo si è accoccolato su un’idea di sé che ormai appartiene solo ai libri di storia.
Il calcio italiano non è più il centro dell’universo calcistico europeo e mondiale. Non lo è più perché prima affiancato e quindi superato da altre realtà che hanno investito risorse, attuato riforme strutturali e “scommesso” in visioni a medio-lungo termine. In altre parole: hanno avuto coraggio.
Dal 2018 (tre edizioni) la Nazionale italiana non si qualifica alla Coppa del mondo, e per quel che concerne i club, le cose non vanno meglio: dal 2010 un club italiano non vince la Champions League, intervallo più ampio di sempre a livello storico.
Di soluzioni ne sono state avanzate in abbondanza, forse sin troppe. Ricette sono state proposte e ricettari pubblicati come fossero ineludibili e miracolosi. Peccato che ciascuno di questi garantisse soltanto gli interessi di chi lo proponeva. Forse soltanto il “Progetto Baggio” – mai attuato – ha presentato elementi davvero innovativi e interessanti, andando a pescare là dove avevano già funzionato in altre nazioni. Baggio presentò quel documento di 900 pagine nel 2013: forse in pochi lo hanno letto, sicuramente in pochi lo ricordano. Da allora le cose sono peggiorate e la crisi è diventata sistemica.
Il presidente federale Gravina si è dimesso, analogamente a quanto fatto dal suo predecessore
Tavecchio dopo la mancata qualificazione a Russia ’18, ma a parte l’eleganza, il gesto potrebbe non servire a nulla. La Federazione è debole (la recente riforma dello sport è lì a certificarlo), il sistema calcio italiano è debole. Pochi investimenti infrastrutturali, liti da pollaio e attenzione solo alla conservazione dello status quo caratterizzano i nostri club, anche se quasi tutti, ormai, sono in mano a fondi e/o proprietà straniere.
Un calcio noiso
Il calcio italiano è noioso e pare sorpassato. Economicamente si basa esclusivamente sui ricavi dai diritti televisivi – nel quinquennio attuale garantiti da DAZN -, ma all’orizzonte si fa sempre più minacciosa una domanda: cosa accadrà quando la generazione boomer smetterà di pagare gli abbonamenti pay? Siamo davvero sicuri che le nuove generazioni saranno disposte a pagare per vedere questo tipo di gioco e questo livello di spettacolo? Una partita di calcio dura 90 minuti, è molto spezzettata e in Italia i ritmi sono così lenti che le nuove generazioni fanno molta fatica ad appassionarsi, abituate ormai più a scrollare che a guardare.
Questione giovani calciatori
A proposito della mediocrità generale del nostro sistema-calcio, ci sono dati contenuti nella recente relazione del dimissionario presidente federale Gravina che meriterebbero approfondite analisi.
Volendo soltanto soffermarci sulla “questione giovani”, da quella sorta di Libro bianco della
Federazione, leggiamo che l’età media dei calciatori della serie A è tra le più vecchie in Europa, e che la Serie A italiana è il 49° campionato al mondo (su 50 monitorati) per percentuale di minuti giocati da calciatori U21 selezionabili per la Nazionale, con una presenza che non supera il 2% del totale. Insomma, due dati che letti insieme stanno lì a certificare senza tema di smentita il fallimento di un sistema, un sistema che però non vuole cambiare, perché cambiare vorrebbe dire mettere in pericolo uno status quo che pare essere comunque conveniente per qualcuno, più probabile per tanti.
“Costruire” un calciatore da zero costa tanto, più di quello che costa andarlo a prendere già pronto, e i recenti interventi normativi non aiutano di certo. Ci si lega, così, all’altro tema, quello dei settori giovanili. Sempre dalla relazione di Gravina, si certifica che negli ultimi dieci anni l’Italia è ultima per ricavi complessivi generati da trasferimenti internazionali di calciatori “formati nel paese”, mentre a livello di club in questa classifica solo i settori giovanili di Atalanta e Juventus rientrano tra i primi 50 in Europa. Insomma, non solo non li facciamo giocare, ma i nostri giovani non li esportiamo neppure. E se non giocano ad alti livelli da nessuna parte, di conseguenza non possono essere selezionati dalla Nazionale. C’è un buco nero nel sistema calcio italiano che è ben localizzato ormai da tempo, tra il campionato Primavera e i tornei professionistici. Nel 2023 la Nazionale italiana under 20 si è classificata al secondo posto ai Mondiali di categoria: se scorriamo i nomi dei calciatori che componevano quella Nazionale vederemo che su 21 elementi oggi solo 6 giocano – e neppure tutti titolari – in Serie A e di questi nessuno è titolare nella Nazionale maggiore. I risultati a livello giovanile arrivano, poi però manca il balzo finale, l’”ultimo miglio” che permetta al giovane di diventare per il club una risorsa determinante in campo e nel mercato.
I settori giovanili
Il ragionamento porta inevitabilmente a stringere il focus sui settori giovanili. Nei decenni c’è stata un’inflazione di tattica a discapito della vera essenza primaria del calcio, che è e resta comunque un “gioco”: il divertimento. Se un ragazzino non si diverte, smette di giocare e rivolge il proprio interesse ad altro sport. Intendiamoci. La tattica è peculiare al nostro calcio, la tattica si è sempre insegnata in Italia e i nostri sistemi sono spesso stati esportati all’estero.
A differenza dell’oggi, in passato la tattica era insegnata nel quadro di una base tecnica solida che migliorava le doti naturali del calciatore esaltandone il talento. Oggi in presenza di un’oggettiva carenza di talento naturale, l’omologazione – sostanzialmente verso il basso – dell’approccio sistemico all’insegnamento del calcio porta inevitabilmente ad un appiattimento tecnico che si riverbera, in ultima analisi, nella mediocrità della partita, cioè di quello che con tanta enfasi oggi si cerca di vendere come “evento”. Anche qui i dati contenuti nella relazione federale sono impietosi.
La Serie A italiana senza sprint
La Serie A non rientra tra i primi dieci campionati europei per metri percorsi in sprint; la velocità media della palla è molto più bassa della media di Champions League e degli altri campionati più importanti; il nostro massimo campionato è ultimo rispetto ai primi cinque campionati europei per dribbling a partita e ultimo per fattore di aggressività durante le fasi di pressing/pressione, concedendo un numero maggiore di passaggi alla squadra avversaria che è in possesso di palla.
Quindi, non solo imbottiamo gli allenamenti di tattica frustrando talento e creatività, ma i calciatori non vengono neppure allenati bene a livello fisico e tecnico. In breve: stiamo andando da tutt’altra parte rispetto a dove sta andando il resto del mondo calcistico.
Manca il coraggio negli allenatori dei settori giovanili, ma manca anche molto coraggio nei
dirigenti e nei settori professionistici delle prime squadre: i giovani italiani non vengono percepiti come idonei a concorrere al miglioramento e quindi ai successi delle prime squadre e, al limite, possono andare bene per plusvalenze o come pedine di scambio.
Servirebbe rompere gli schemi, lasciare che il talento, soprattutto quando è giovane, possa prevalere anche all’interno dello schema-partita e, credo sia il punto principale, lasciare che il giovane – a tutti i livelli e in tutte le categorie, dalle giovanili sino in prima squadra – possa sbagliare senza l’assillo di essere bocciato al primo errore. Dobbiamo fare in modo che il ragazzino posso divertirsi a giocare, liberando tutta la sua energia e la sua creatività, aiutandolo a migliorare la tecnica, il palleggio, il controllo di palla e poi piano piano introducendo la velocità di esecuzione, i tempi di gioco, l’intensità e tutti gli altri concetti che – non lo nego – sono ormai essenziali nel gioco del calcio moderno. Soltanto così, almeno è ciò che pensiamo, si potrà aumentare il numero di minuti
giocati dai giovani italiani in Serie A, rendendo loro stessi e quindi i club e la Nazionale più competitivi.
Alessandro Bassi nasce a Reggio Emilia nel 1973.
Saggista, fa parte della Società Italiana di Storia dello Sport.
Nel 2014 ha aperto il blog di divulgazione storica “Storie di football perduto”:
www.storiedifootballperduto.blogspot.com