Nella prima parte di questo racconto abbiamo provato a decifrare il linguaggio della Smart City: un alfabeto nuovo, anglofono e tecnocratico, che spesso allontana invece di avvicinare. Abbiamo tracciato la posizione di Reggio Emilia lungo questo percorso: il protocollo Smart City firmato nel 2017, l’Hub Urbano del centro storico riconosciuto dalla Regione, il Gemello Digitale avviato a marzo 2026. Progetti reali, finanziamenti concreti, una città che sulla carta è tra le più avanzate d’Italia. Ma gli ostacoli correlati all’ottenimento di una carta d’identità elettronica, chiave d’accesso ai servizi, sono il sintomo di un servizio che nasce imperfetto, inaccessibile per alcune categorie di cittadini. È da questo paradosso che riprendiamo il filo, perché dietro ogni progetto innovativo ci sono nodi che i comunicati stampa non sciolgono.
Cosa cambierebbe davvero per il cittadino
In teoria: servizi più veloci, meno code, più reattività da parte del Comune. Un permesso ZTL in due minuti. Una buca riparata prima che diventi pericolosa. Piazze e parchi più vivibili. Sulla carta tutto più facile. In pratica, per ora, è solo diverso.
Sappiamo che SPID, PagoPA, ZTL online, fascicolo sanitario elettronico sono stati promessi come semplificazioni, ma sovente si trasformano in nuovi ostacoli. Lo confermano le stesse ricerche del Comune: i servizi digitali con il divario più alto tra rilevanza percepita e adeguatezza effettiva sono quelli più usati, come anagrafe, scuole e sosta. La tecnologia c’è, l’usabilità è un’altra cosa. Il cittadino si trova a imparare un sistema nuovo senza percepire un vantaggio reale, spesso rimpiangendo l’era dello sportello fisico.
Il nodo non è solo tecnico. È culturale. Chiunque abbia provato ad aiutare un genitore anziano a installare l’app IO, o a recuperare le credenziali SPID dimenticate, o a orientarsi tra PIN e PUK della CIE, sa di cosa si parla. Il sistema chiede ai cittadini di adattarsi a una logica che non è stata progettata pensando a loro. E questo vale in entrambe le direzioni: non sono solo i cittadini a non essere pronti, sono spesso anche gli sportellisti e i dipendenti comunali, chiamati a guidare una transizione per la quale non sempre hanno ricevuto una formazione adeguata. Il pericolo incombente è la stasi sul “si è sempre fatto così”, che non è solo pigrizia: è la risposta razionale di chi ha imparato a navigare un sistema già caotico e si trova improvvisamente a doverso cambiare per uno altrettanto macchinoso, con necessità aliene (password, mancanza di connettività, problemi di sicurezza inediti) e vocaboli stranieri, senza garanzie che il nuovo funzioni meglio del vecchio.
Il Gemello Digitale, ad esempio, è uno strumento pensato per i tecnici comunali, per ridurre i sopralluoghi, migliorare la pianificazione, simulare interventi prima di realizzarli. È utile, è innovativo, ma è invisibile al cittadino. Lo stesso vale per buona parte dell’infrastruttura smart: si costruisce la rete, ma non si spiega a chi serve, né si mostra cosa cambia davvero nella vita quotidiana e perché valga lo sforzo. Ed ecco che la smart city rende la città più efficiente per chi è già autonomo digitalmente, e più complicata per tutti gli altri.
I nodi da sciogliere
Ci sono almeno tre argomenti tre che meritano attenzione, e che finora la conversazione pubblica non ha chiarito appieno.
Il primo è politico. L’Hub Urbano del centro storico nasce come strumento tecnico-economico, ma è impossibile non cogliervi una pressione di calendario. Il centro storico di Reggio è da anni al centro di un dibattito su sicurezza, degrado percepito e calo delle presenze commerciali, e l’amministrazione Massari ha costruito parte della propria comunicazione sul “rilancio dell’esagono”. I 560.000 euro stanziati dalla Regione sono una risposta concreta, ma la domanda che circola tra gli operatori commerciali è pratica: i risultati visibili arriveranno in tempo? Il commercio di prossimità sconta difficoltà strutturali che difficilmente un bando potrebbe risolvere in 18 mesi. E la prossima tornata elettorale sarà inevitabilmente anche un giudizio su questo.

Il secondo riguarda chi decide davvero. L’Hub ha due organi distinti: la Cabina di regia – composta da Comune, Camera di Commercio, Confcommercio, CNA, Lapam Confartigianato, Confesercenti, Confedilizia e ASPPI – e l’Assemblea, che conta oltre 200 iscritti tra commercianti, associazioni, professionisti e cittadini. La distinzione non è solo formale: è la Cabina a elaborare i progetti, attivare le risorse e distribuire i contributi regionali. L’Assemblea propone, discute, porta istanze. Ma i fondi li governa chi siede in Cabina, e in Cabina siedono solo i grandi corpi intermedi organizzati. E’ lecito dunque interrogarsi sulla partecipazione alla governance, per evitare che il potere decisionale resti dove è sempre stato.
Il terzo è il più spinoso, e il meno discusso: il Gemello Digitale e la privacy. Il progetto scansiona l’intero territorio comunale con telecamere ad alta risoluzione: ogni strada, ogni edificio, ogni spazio pubblico di Reggio Emilia fotografato al centimetro, restituendo una piattaforma di immagini a 360 gradi e nuvole di punti 3D. L’unico riferimento alla privacy nell’intero comunicato ufficiale del Comune del 30 marzo 2026 è una riga: la mappatura avverrà “nel rispetto della privacy e con controlli di qualità sui dati raccolti.” Una riga, senza alcun dettaglio su dove vengano conservate le informazioni, per quanto tempo, chi vi abbia accesso, se potranno essere condivise con terzi. Dallo stesso comunicato emerge anche che i dati, al termine dell’elaborazione, “verranno consegnati al Comune.” Il che significa che durante le settimane di mappatura e i tre mesi di elaborazione successivi, le immagini e le scansioni dell’intera città risiederanno sui server dell’azienda privata incaricata del progetto – non su quelli comunali.
Que será, será
C’è infine una questione strutturale che attraversa tutto il discorso sulla smart city italiana, non solo quella reggiana: la sostenibilità economica. Una parte significativa di questi progetti – incluso il Gemello Digitale – è finanziata da residui del PNRR, cioè da fondi straordinari e non ripetibili. Quando quella stagione finirà, le infrastrutture digitali costruite fin qui riusciranno a camminare sulle loro gambe con risorse ordinarie, o rischiano di diventare costosi monumenti all’innovazione?
Fine
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Il futuro è adesso. La città smart che i reggiani non sanno di avere
