Cade un altro pezzo della città. E questa volta non cade in silenzio: cade con un avviso d’asta, con una data, con una cifra, con l’odore freddo delle carte di Tribunale. Realco va alla vendita all’asta: si parte da 40 milioni. Se la cessione complessiva non dovesse andare a buon fine, si passerà allo “spezzatino”, alla vendita per lotti, alla dispersione dei beni, degli immobili, dei magazzini, dei pezzi di una storia economica che non riguarda soltanto un’azienda, ma un intero territorio.
Quando un patrimonio produttivo finisce all’asta, il problema non è più soltanto contabile. Non è più soltanto la somma di debiti, crediti, immobili, capannoni, offerte in busta chiusa e scadenze. Il problema diventa politico, sociale, urbano. Diventa una domanda secca: com’è possibile che una città come Reggio Emilia, che per decenni ha costruito la propria identità sul lavoro, sulla cooperazione, sulla distribuzione, sulla piccola e media impresa, sul commercio organizzato, si ritrovi oggi a guardare pezzi importanti della propria economia finire sotto il martelletto?
Non siamo davanti a un fulmine caduto dal cielo. Nessuna crisi nasce in una notte. Prima dell’asta ci sono sempre anni di segnali ignorati, di conti che peggiorano, di strategie mancate, di governance inadeguate, di scelte rinviate, di parole rassicuranti pronunciate mentre la casa prendeva fuoco. E allora bisogna dirlo con chiarezza: le responsabilità non possono essere scaricate solo sul destino, sul mercato, sulla crisi generale, sull’inflazione, sui consumi cambiati o sulla concorrenza. Queste sono spiegazioni comode, ma non bastano.
Le prime responsabilità stanno naturalmente dentro le scelte aziendali. Chi ha guidato, amministrato, pianificato, deciso investimenti, modelli commerciali, assetti patrimoniali e strategie di mercato dovrà interrogarsi fino in fondo. Perché un patrimonio di quelle dimensioni non si consuma da solo. Non si arriva a un’asta da 40 milioni per fatalità. Ci si arriva perché qualcosa non ha funzionato: nella visione, nel controllo, nella capacità di leggere il cambiamento, forse anche nella tempestività con cui si sarebbero dovute prendere decisioni difficili.
Ma fermarsi qui sarebbe troppo facile. Perché Realco non è un’isola. Realco è dentro un ecosistema. E se un ecosistema non vede, non avverte, non previene, non accompagna, non corregge, allora anche l’ecosistema ha fallito. Le associazioni economiche dov’erano? La politica locale dov’era? Le istituzioni hanno capito per tempo che la crisi di una realtà simile non era una questione privata, ma un problema di tenuta territoriale? Oppure, come spesso accade, ci si è limitati a guardare da lontano, aspettando che fossero le procedure a fare il lavoro sporco?
Il Tribunale fa il suo mestiere. Le aste sono la conseguenza, non la causa. La causa vera sta prima: nella mancanza di una politica industriale territoriale, nella progressiva perdita di strumenti di governo dell’economia locale, nella trasformazione delle città in spettatrici passive dei propri fallimenti. Reggio Emilia negli ultimi anni ha parlato molto di eventi, festival, attrattività, marketing urbano, grandi contenitori culturali. Ma una città non vive solo di cartelloni e inaugurazioni. Vive di lavoro stabile, di imprese solide, di filiere locali, di logistica, di distribuzione, di negozi, di magazzini, di uffici, di persone che ogni mattina entrano da una porta e portano a casa uno stipendio.

La ricaduta socio-economica rischia di essere pesante. Quando un complesso aziendale viene venduto intero, almeno si può sperare in una continuità, in un progetto, in un acquirente capace di tenere insieme funzioni e prospettive. Ma quando si passa allo spezzatino, la logica cambia. Ogni pezzo vale per sé. Un immobile diventa soltanto un immobile. Un magazzino diventa soltanto una superficie. Un ufficio diventa soltanto metri quadrati. La storia scompare. La funzione economica si indebolisce. Il territorio perde capacità organizzativa.
E poi c’è il lavoro. Anche quando non se ne parla abbastanza, dietro ogni procedura ci sono persone, famiglie, professionalità, abitudini, paure. Ci sono fornitori che aspettano, lavoratori che temono, piccoli operatori che rischiano di essere travolti dall’effetto domino. Ogni crisi aziendale importante produce onde lunghe: meno reddito, meno consumi, meno fiducia, meno investimenti. E una città che perde fiducia è una città che comincia a spegnersi prima nelle vetrine, poi nei quartieri, infine nella testa dei suoi cittadini.
La domanda più dura è questa: Reggio Emilia ha ancora una classe dirigente capace di prevenire le crisi o sa soltanto commentarle dopo? Perché oggi tutti possono leggere il titolo sul giornale. Tutti possono dire “che peccato”. Tutti possono dichiararsi preoccupati. Ma la preoccupazione, quando arriva dopo l’asta, è una forma elegante di impotenza.
Servirebbe invece una discussione pubblica seria sul modello economico reggiano. Non la solita passerella di dichiarazioni prudenti. Non il comunicato con tre righe di dispiacere. Serve capire se questa città ha ancora un’idea di sé. Se vuole essere soltanto un territorio dove i patrimoni vengono liquidati e riconvertiti secondo convenienza immobiliare, oppure se vuole difendere funzioni produttive, commerciali, logistiche e occupazionali. Serve sapere se esiste ancora una regia pubblica capace di convocare banche, imprese, associazioni, sindacati e istituzioni prima che i problemi diventino necrologi economici.
Perché il rischio è sempre lo stesso: ci si accorge dei pezzi della città quando sono già caduti. Prima si minimizza. Poi si tace. Poi si aspetta. Poi arriva l’asta. E a quel punto si finge stupore.
Realco all’asta è un campanello d’allarme. Ma forse sarebbe più corretto dire che è una sirena. Una sirena che dice a Reggio Emilia che non basta raccontarsi come città ricca, efficiente, civile, produttiva. Bisogna dimostrarlo nei momenti difficili. Bisogna avere strumenti, coraggio, visione. Bisogna assumersi responsabilità.
Perché quando un pezzo della città cade, nessuno può davvero dire: non mi riguarda.
Riguarda tutti. Riguarda il lavoro. Riguarda l’economia. Riguarda la dignità di una comunità che non può continuare a scoprire le proprie ferite leggendo gli avvisi d’asta.

Giacomo Scillia, per 20 segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
