Sul decreto “Primo Maggio” approvato dal governo contiene a parte alcune proroghe, bonus occupazionali e anche tre questioni importanti: 1) la nuova indennità di vacanza contrattuale.
2) Il richiamo al salario giusto contrattuale e la stretta sui rider. E 3) Il segretario della Cgil Landini afferma che: “I 960 milioni stanziati dal governo vanno alle imprese. I lavoratori non prendono un euro”. Su questi temi abbiamo rivolto 4 domande a Rosamaria Papaleo, segretaria della Cisl Emilia Centrale.
Segretaria Papaleo, qual è la posizione del suo sindacato?
Il decreto Primo Maggio va nella direzione giusta quando afferma che i soldi pubblici non devono arrivare a chi sottopaga i lavoratori o applica contratti al ribasso. Se sei un sindacato pirata, devi essere messo alla porta. Punto. Il salario giusto è il trattamento economico completo dei veri contratti nazionali, quelli firmati dalle organizzazioni più rappresentative, quelli che portano con sé paga, tutele, diritti, tredicesima, dignità del lavoro. Bene contrastare dumping e contratti pirata, bene incentivare assunzioni e stabilizzazioni.
A proposito di incentivi pubblici: giova ricordare che questo Paese è ammalato di una vera e propria sindrome da bonus a pioggia: ha sostenuto misure tossiche come il 110% che hanno favorito le ristrutturazioni della case dei ricchi e ha trovato infiniti modi per lanciare soldi pubblici dall’elicottero. Che si usi la leva pubblica per stimolare buon lavoro e assunzioni non dovrebbe essere motivo di scandalo ma di riflessione.






La vostra riflessione?
Eccola, la nostra riflessione: il salario giusto non deve ridursi a uno slogan per Instagram o a una passerella televisiva. Deve aprire una riflessione per una nuova ingegneria del sistema. Il nostro Paese è quello in cui c’è la più alta applicazione dei contratti collettivi nazionali, con numeri che superano abbondantemente la media europea. Da noi l’urgenza strategica è quella di alzare la produttività, unica leva per tornare ad aumentare davvero i salari. Non possiamo limitarci sempre e solo a politiche e a investimenti di contenimento, difensivi. Questa deve essere la fase dell’espansione. Ora o mai più. Il punto è come ottenere questa espansione. Possiamo farcela puntando decisi su contrattazione territoriale e aziendale, scegliendo di rinnovare in fretta i contratti scaduti – a proposito: trovo vergognoso che il contratto della sanità privata sia bloccato da anni, mentre il business di quel settore sta volando – e scegliendo di mettere al centro la rivoluzione della partecipazione.
Un altro tema. La governance d’impresa partecipata dai lavoratori è una vostra proposta, diventata legge il 14 maggio 2025, i lavoratori diventano protagonisti nella gestione, nel capitale e negli utili delle imprese. Il Pd si è astenuto, i 5 Stelle e Avs contrari, mentre la maggioranza di governo ha votato a favore, come Italia Viva e Azione. A un anno dalla sua approvazione può fare un primo bilancio?
Per la prima volta nella storia della Repubblica un disegno di legge di iniziativa popolare è diventato norma statale.
Dopo 77 anni, si sono date gambe e cuore all’articolo 46 della Costituzione e, a chi ha scelto il no o l’astensione posso solo dire che la partecipazione non è né di destra né di sinistra: è costituzionale. È moderna. È il modo più rivoluzionario per portare il lavoro dove si decide. Per rendere più forte il sindacato e la contrattazione aziendale, per permettere alle imprese di realizzare, finalmente, quello che di solito predicano solo nei convegni. In un titolo: la partecipazione è la via più efficace per alzare la produttività che ci serve disperatamente per tornare a far crescere i salari. Il punto è proprio questo: la partecipazione non è una gentilezza aziendale. È un’idea diversa di impresa: meno verticale, meno solitaria, più intelligente. Più europea, perché è in Europa e con l’Europa che i nostri distretti, il nostro manifatturiero potranno avere un futuro nuovo. Basti pensare al ceramico, al biomedicale e all’automotive.
Che cosa significa per un’impresa scegliere questa forma collaborativa con i lavoratori?
Ecco, con la partecipazione l’impresa sceglie di considerare chi lavora non solo un costo ma un pezzo vivo della strategia aziendale. Lei mi chiede anche a che punto siamo e le rispondo volentieri: aperta la strada del cambiamento ora va spiegato e fatto capire. Una fase in corso e niente affatto semplice, in un Paese dove diversi attori hanno molti interessi a conservare anziché a riformare, uscendo dalla loro comfort zone di parole d’ordine, di procedure e di schemi.
Eppure, la più veloce trasformazione economica e sociale nella storia dell’umanità, quella dell’Ai – che è già qui: nelle nostre imprese, nei nostri servizi logistici, negli ospedali – sta dimostrando che nessuno può salvarsi da solo o pensare di costruire un rinascimento industriale calandolo sulla testa delle persone, con modalità da padroncini dell’Italia del boom.
Con la partecipazione, lavoro e imprese possono guidare questo cambiamento, possono spingere chi governa il Paese a riprendere il cammino delle riforme abbandonato 30 anni fa.
