SpazioReggio

Ci sono quartieri che sembrano esistere solo sulle cartine del Comune. Quartieri nominati nei discorsi ufficiali, citati nei programmi elettorali, evocati quando fa comodo parlare di città diffusa, prossimità, partecipazione, rigenerazione urbana. Poi, però, quando si tratta di presenza concreta, cura quotidiana, sicurezza, decoro, ascolto vero, questi stessi quartieri diventano improvvisamente periferia dell’attenzione politica. San Pietro e Santo Stefano, a Reggio Emilia, conoscono bene questa sensazione. Non sono luoghi qualunque. Sono pezzi vivi della città, zone con storia, commercio, residenti, famiglie, anziani, attività economiche, problemi reali e potenzialità enormi. Non sono retrobotteghe urbane. Non sono passaggi secondari. Non sono spazi da ricordare soltanto quando bisogna tagliare un nastro, annunciare un evento, fare una fotografia o raccontare l’ennesima narrazione rassicurante della città che funziona. Eppure, da tempo, molti cittadini hanno l’impressione di essere trattati come abitanti di una Reggio minore. Una Reggio che paga, lavora, subisce, segnala, aspetta, ma riceve meno…

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Il 15 giugno 2026 Stati Uniti e Iran hanno annunciato l’accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz. La firma sul Memorandum d’intesa (MoU) da parte di Donald Trump è arrivata il 17 giugno. Per chi segue i mercati energetici, la notizia ha subito fatto scendere il Brent di circa il 14,3% rispetto al picco. Per chi fa il pieno al distributore, la verità è che non cambierà molto nell’immediato. La normalizzazione, avvertono armatori e analisti, richiederà settimane se non mesi. Lo Stretto è rimasto di fatto chiuso da fine febbraio 2026, per quasi quattro mesi. Le conseguenze di questa strozzatura non si smaltiscono con una firma. Circa 500 navi risultano ancora bloccate a ridosso del passaggio. Le operazioni di bonifica delle mine richiedono coordinamento internazionale. Le principali compagnie di navigazione giapponesi e asiatiche hanno già dichiarato che aspetteranno la piena formalizzazione operativa dell’accordo prima di ordinare ai propri comandanti di…

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E’ un vero e proprio grido d’allarme – ma anche un importante pacchetto di proposte – quello emerso dall’incontro che ha avuto per protagonisti i giovani viticoltori associati ad Emilia Wine, l’assessore regionale all’Agricoltura e agroalimentare, Alessio Mammi, il direttore di Confcooperative agroalimentare dell’Emilia-Romagna, Paolo Bono, e lo stesso presidente del gruppo vitivinicolo, Davide Frascari. Un confronto – presenti anche gli esponenti delle organizzazioni del mondo agricolo – caduto in uno dei momenti di maggiore difficoltà per il settore vitivinicolo, come è emergo dal quadro a tinte fosche dipinto in sequenza da Andrea Zaldini (coordinatore del gruppo giovani soci di Emilia Wine), Matteo Barbieri, Matteo Messori e Yuri Zanotti, esponenti di quei giovani viticoltori che in massa hanno partecipato all’evento all’interno di quella che si configura come una delle più importanti realtà di settore per Confcooperative Terre d’Emilia, con 434 soci e due strutture di trasformazione nel reggiano. Costi nei…

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C’è un punto oltre il quale la parola tasse non basta più. Bisogna chiamarla con il suo nome vero: pressione quotidiana. Pressione sulla busta paga, sulla pensione, sulla piccola impresa, sull’artigiano, sul commerciante che apre la serranda, sul professionista che emette fattura, sul proprietario che dichiara l’affitto, sul pensionato che dopo una vita di lavoro continua a vedere trattenute, addizionali, conguagli, acconti e saldi. La notizia è lì, stampata nero su bianco: pressione fiscale italiana al 42,9%. Una lievissima discesa rispetto al 43,1% del 2025, ma sempre dentro una gabbia fiscale tra le più pesanti d’Europa; secondo le stime citate dalla Cgia, nel 2027 potrebbe addirittura tornare al 43,2%.Ora, diciamolo senza troppi giri: chiamare “diminuzione” una limatura di questo tipo è quasi una presa in giro. È come togliere un sassolino da una valigia piena di mattoni e dire al contribuente: “Vedi? Adesso viaggi leggero”. A Reggio Emilia e provincia…

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Partiamo dal paradosso di una città che eccelle nel gestire ciò che eccelle nel produrre. Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’ISPRA, la provincia di Reggio Emilia è la prima in Italia per produzione pro capite di rifiuti: 781 chilogrammi per abitante nel 2024, in crescita rispetto ai 749 kg dell’anno precedente. Nessuna provincia italiana genera scarti quanto la nostra. La media nazionale si ferma intorno ai 500 kg. Una città come Roma si attesta a quota 550 kg, Firenze a quota 619 kg. Reggio le supera entrambe con largo margine, seguita da altre tre province emiliano-romagnole. L’intera provincia, nello stesso anno, raggiunge l’84,4% di raccolta differenziata, prima in regione e in crescita dell’1,1%. Guardando ai comuni capoluogo dell’Emilia-Romagna, al primo posto Ferrara con l’88,3%, seguita dalla nostra città, con l’84,5%. Produciamo di più, differenziamo meglio. È un primato doppio e contraddittorio che racconta qualcosa di importante su Reggio e…

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Ci risiamo. Arriva l’estate, arrivano i programmi, arrivano i titoli belli, arrivano le parole giuste: sport, cultura, legalità, inclusione, socialità, giovani, famiglie, centro storico. Tutto perfetto. Tutto confezionato. Tutto presentabile. Peccato che poi, quando si guarda la mappa vera della città, quella vissuta dai cittadini e non quella dei comunicati, ci si accorge sempre della stessa cosa: alcuni luoghi esistono, altri vengono trattati come se fossero quartieri di un’altra città. San Pietro e Santo Stefano non sono periferie mentali da ricordare solo quando fa comodo. Non sono appendici, non sono zone di passaggio, non sono il retrobottega del centro storico. Sono città. Sono Reggio Emilia. Sono strade, case, negozi, portici, famiglie, anziani, commercianti, residenti. Sono pezzi vivi di comunità che da anni chiedono attenzione vera, non carezze retoriche. E allora viene da sorridere amaramente quando si legge ancora una volta di iniziative nei soliti luoghi simbolici, nelle solite piazze, nei…

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Dopo la fallimentare stagione 2026 dell’Arena del Campovolo, conclusasi ancora prima di iniziare con la cancellazione di tutto il cartellone, ora ci si interroga sul futuro della struttura da oltre 100mila posti che di fatto ne fa uno dei catini più grandi e anche più vuoti d’Europa.Abbiamo chiesto cosa ne pensi di questa vicenda, in cui tutta la città di Reggio è stata esposta a una brutta figura, a Rosamaria Papaleo, segretaria della Cisl Emilia Centrale. Che cosa pensa della vicenda della Rcf Arena? Penso che sia una ferita per Reggio Emilia. Non solo per l’annullamento degli eventi, ma per il modo in cui ci si è arrivati: con troppe zone d’ombra, troppe rassicurazioni generiche, la totale mancanza di coinvolgimento della città. Un giorno di febbraio ci hanno detto questo è l’evento, questi sono gli artisti, grazie e arrivederci. E dopo mesi di polemiche e inchieste, l’unica cosa chiara che…

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Il tentativo di vendere in blocco Realco è fallito: al Tribunale di Bologna non è arrivata nessua offerta di acquisto in blocco dell’intero complesso aziendale. Conad Centro Nord e Conad Nord Ovest si sono aggiudicati 9 punti vendita e alcuni immobili per 22 milioni di euro.Sono i negozi a marchio Sigma di San Martino in Rio, di via Conti a Montecchio e di Carpineti e dei discount Ecu di via Einstein a Montecchio e di Villa Minozzo. Gli altri punti vendita acquistati da Conad sono due a Modena, uno a Bologna e uno a Marina di Massa. Dei cinque immobili acquisiti due si trovano a Castellarano e gli altri a Castelnovo Monti, San Polo e Medolla (Modena).Si dovrà attendere invece il 10 luglio per l’assegnazione definitiva. Nessun acquirente si è fatto avanti per gli altri 40 negozi di proprietà, per la sede centrale e per i magazzini di via Pertini…

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C’è un rumore che quasi nessuno ascolta più. Non è il rumore delle serrande che si alzano, ma quello delle serrande che non si alzano più. È un rumore secco, definitivo, da città che perde un pezzo alla volta la propria anima commerciale. Una vetrina spenta oggi, un cartello “affittasi” domani, un negozio storico che chiude dopo trent’anni, una bottega che non trova più eredi, un centro storico che di giorno sopravvive e la sera si svuota come una sala dopo l’ultimo spettacolo. Poi arrivano le spiegazioni facili. “È colpa di internet.” “La gente compra online.” “I tempi cambiano.” Tutto vero, ma tutto troppo comodo. Internet ha cambiato il mercato, certo. La grande distribuzione ha schiacciato i margini, certo. Ma non raccontiamoci la favola che il piccolo commercio stia morendo solo perché un cliente ordina un paio di scarpe dal cellulare. Il piccolo commercio sta morendo anche perché le città…

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C’è un punto, in questa discussione sulle partite Iva, che spesso viene raccontato male. O meglio: viene raccontato sempre a metà. Da una parte c’è chi dice che gli autonomi pagano troppo. Dall’altra c’è chi risponde subito che gli autonomi evadono. E così, come capita spesso in Italia, invece di guardare il problema in faccia, si finisce nella solita rissa tra categorie. Dipendenti contro partite Iva. Pensionati contro commercianti. Artigiani contro impiegati. Come se il Paese fosse un’arena dove ciascuno deve dimostrare di essere più tartassato dell’altro. Ma la verità è più scomoda, più concreta, più quotidiana: chi lavora onestamente, in qualunque forma lo faccia, oggi sente addosso un peso fiscale e contributivo enorme. Il dato riportato dalla Cgia fa discutere: un lavoratore autonomo versa in media 8.331 euro di Irpef, mentre un dipendente 4.215 euro. Quasi il doppio. Ma un numero, da solo, non basta. Bisogna entrarci dentro. Bisogna…

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