Il Comitato dei residenti del quartiere della stazione di Reggio Emilia, nonostante l’invito del Comune, che aveva chiesto loro un incontro e un ripensamento, non tornerà sui suoi passi. Dopo 13 anni di impegno per migliorare le condizioni di vita di una delle zone più degradate della città, il Comitato IV Novembre, poco tempo fa ha infatti deciso di gettare la spugna: oggi il quartiere – sostengono – è addirittura peggiorato.
L’impressione che emerge annusando l’aria che tira in piazzale Marconi e ascoltando i racconti di chi ci vive è di una generale rassegnazione. Come se regnasse ormai la convinzione di lottare contro un male inarrestabile, senza rimedio. L’impressione è che in alcune zone sensibili della città con il degrado ci si debba fare i conti, e più che combatterlo, vada contenuto, arginato, ma anche tollerato.
Dice Gianni Felici, presidente del disciolto Comitato: “Al tempo della prima giunta di Luca Vecchi, si parlava di ripristinare il decoro del quartiere e a quel tempo la situazione poteva essere messa ancora sotto controllo. Si parlava di una zona sensibile, alle prese con casi di persone bisognose e altre problematiche. Ma era una vicenda tutto sommato contenuta, si parlava allora di piccoli gruppi. Adesso sono centinaia e fuori da ogni controllo”.
Episodi di criminalità e lo spaccio di droga sono la regola a ogni ora del giorno e non destano qusi più stupore: “E invece ha sempre sostenuto il Comitato – spiega Felici – la legalità va ripristinata. L’amministrazione comunale, i cittadini, i residenti, devono dare l’impressione di esserci, di presidiare e tutelare il territorio. Qui invece l’idea complessiva è lo stato di abbandono, il disarmo incondizionato, senza una strategia o una visione per uscirne. Per esempio, sabato scorso la polizia ha fermato un egiziano che minacciava tre connazionali con un coltello di 37 centimentri. Oppure qualche giorno prima due nigeriani ne hanno aggredito un terzo con una katana. La polizia è intervenuta. Ma poi che fine fanno questi personaggi? Dopo qualche ora sono di nuovo qui”.
Sullo spaccio della droga l’epilogo è più o meno lo stesso: “Tutti sanno quali sono i luoghi dello smercio. Ci sono le bande in piazzale Marconi, via Alai, via Tondelli, via Cesa. La polizia interviene, li disperde, li denuncia. Ma poi questi dove vanno? Tornano qui”.





I residenti e il Comitato hanno da sempre sostenuto che fondamentale, anche per la sicurezza, sia mantenere il decoro, dare un senso di cura all’arredo urbano, anche nelle cose più semplici: “Abbiamo chiesto – spiega Felici – un’ordinanza che vietasse di legare le biciclette a ogni palo della zona, per evitare un cimitero sterminato di rottami vandalizzati in tutto il quartiere. Anche il parcheggio sottorreaneo di piazzale Marconi è diventato un ricovero per decine di bici del Comune accatastate e abbandonate al loro destino, che potrebbero essere vendute o noleggiate. Servirebbe poi maggiore pulizia delle strade e dei cassonetti che strabordano di immondizia e dove si accumulano rifiuti ingombranti. Più manutenzione del verde, con i rami degli alberi che coprono le luci dei lampioni, lasciando le vie al buio”.

E infine c’è il tema dell’identità del quartiere, miscela multietnica, dove le lingue si incrociano e si deve convivere con le esigenze e le usanze dei vari popoli che vi abitano: “Ci siamo sempre sentiti un prolugamento del centro storico, con un piede dentro via Emilia San Pietro. Oggi invece siamo considerati una zona periferica che ruota attorno all’orbita dell’Ospizio e San Maurizio. Di fatto messi fuori dalla città. Questa è una città che ha per simbolo il Tricolore e il 25 aprile si veste tutta della bandiera nazionale. Solo in via IV novembre non il vessillo è scomparso. Prendiamo atto che in questo quartiere ormai si espongono solo simboli di altri paesi”.

