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Economia, la zona grigia: caporalato pulito e silenzio del sindacato
di Giacomo Scillia
Reggio Emilia ama raccontarsi come terra di lavoro, impresa, cooperazione, solidarietà produttiva, manifattura forte e buona amministrazione sociale. È una narrazione che ha avuto una sua verità storica. Questa provincia ha costruito benessere, fabbriche, officine, cooperative, commercio, artigianato, professionalità diffuse. Ha dato lavoro a generazioni intere e ha trasformato il sacrificio in ascensore sociale.
Ma oggi bisogna avere il coraggio di guardare sotto la superficie. Perché il problema reggiano non è soltanto quanta occupazione esiste, ma che tipo di occupazione esiste. Non basta più dire che una persona lavora. Bisogna chiedere quanto guadagna, con quale contratto, con quali orari, con quali tutele, con quale libertà reale di dire no.
C’è una parte dell’economia reggiana che funziona nei bilanci, nei fatturati, nelle statistiche, ma non funziona nella vita concreta di chi la manda avanti. C’è chi lavora e resta povero. C’è chi ha una busta paga ma non una dignità economica. C’è chi è formalmente occupato, ma materialmente ricattabile. C’è chi cambia cooperativa, cambia appalto, cambia divisa, cambia badge, ma non cambia mai condizione.
Il nuovo sfruttamento non sempre urla. Non sempre ha il volto rozzo del caporale nei campi. A volte è ordinato, amministrato, contrattualizzato. Timbri il cartellino, indossi una pettorina, entri in un magazzino, pulisci uffici, carichi merci, scarichi bancali, lavori di notte, fai turni spezzati, prendi poco e stai zitto perché hai paura di perdere anche quel poco.
Questo è il punto: il caporalato moderno può essere pulito in apparenza. Può passare attraverso appalti, subappalti, cooperative, società di servizi, contratti formalmente regolari ma sostanzialmente poveri. Non è sempre illegalità evidente. Spesso è legalità impoverita. È una catena dove tutti scaricano responsabilità verso il basso, fino all’ultimo anello: il lavoratore.
E allora bisogna parlare anche delle cooperative. Con equilibrio, ma con fermezza. La cooperazione vera è stata una grande ricchezza reggiana. Ha rappresentato emancipazione, mutualità, partecipazione, riscatto sociale. Proprio per questo va difesa dalle sue deformazioni. Perché quando il nome “cooperativa” viene usato solo come involucro giuridico per abbassare il costo del lavoro, comprimere diritti, vincere appalti al ribasso e rendere più debole chi lavora, allora non siamo più davanti alla cooperazione: siamo davanti alla sua caricatura.
Non tutte le cooperative sono uguali. Sarebbe ingiusto e superficiale dirlo. Ma sarebbe altrettanto ipocrita fingere che il problema non esista. In certi settori — logistica, pulizie, facchinaggio, servizi, movimentazione merci, assistenza povera, lavori esternalizzati — il lavoratore rischia di diventare una merce dentro la merce. Non conta più la persona, conta il costo orario. Non conta la professionalità, conta il ribasso. Non conta la vita, conta la gara d’appalto.
E quando un appalto viene vinto comprimendo tutto, qualcuno paga. Non paga quasi mai chi firma il contratto. Non paga quasi mai chi incassa il margine. Paga chi lavora. Paga con stipendi bassi, con orari pesanti, con ferie difficili, con malattie vissute come colpa, con paura, solitudine e impossibilità di protestare.
Qui entra il secondo grande assente: il sindacato.
Reggio Emilia ha una storia sindacale importante, persino nobile. Una storia fatta di lotte, fabbriche, assemblee, delegati, contratti, dignità operaia. Ma oggi quella voce appare troppo spesso debole, lontana, istituzionalizzata. Più presente nei tavoli che nei luoghi fragili del lavoro. Più abituata ai comunicati che ai cancelli. Più vicina al linguaggio della concertazione che alla fatica concreta di chi prende mille, milleduecento, milletrecento euro e non arriva alla fine del mese.
Il lavoratore povero oggi non è solo sfruttato dal mercato. È anche abbandonato dalla rappresentanza. E quando il padrone è invisibile, la cooperativa è un guscio, l’appalto è una catena e il sindacato tace, il lavoratore resta solo.
Certo, esistono ancora delegati seri, sindacalisti presenti, vertenze vere, persone che provano a difendere i più deboli. Ma la percezione diffusa è che proprio nei luoghi dove il bisogno di tutela è più alto, la tutela arrivi tardi, arrivi poco, oppure non arrivi affatto. E questa è una sconfitta enorme. Perché il sindacato che non presidia il lavoro povero perde la propria ragione storica.
Il vero scandalo non è soltanto che esistano stipendi bassi. Il vero scandalo è che siano diventati normali. Che ci siamo abituati a vedere persone lavorare otto, nove, dieci ore e restare comunque fragili. Che si parli di economia forte mentre chi pulisce, trasporta, serve, monta, consegna, assiste, scarica e produce vive con l’acqua alla gola.
Reggio Emilia non può continuare a misurare la propria salute economica solo dal fatturato delle imprese, dall’export, dai distretti produttivi o dai dati occupazionali. Deve misurarla anche dal frigorifero dei lavoratori. Dall’affitto che riescono o non riescono a pagare. Dalla possibilità di curarsi. Dal diritto di avere una famiglia, una casa, un futuro, una vecchiaia non misera.
Perché una città dove si lavora ma si resta poveri non è una città sana. È una città che ha rotto il patto fondamentale tra fatica e dignità.
La domanda vera, allora, è semplice: chi produce la ricchezza reggiana partecipa davvero a quella ricchezza? Oppure resta ai margini, dentro una catena di appalti, cooperative, contratti deboli, salari compressi e silenzi organizzati?
Non basta più celebrare il “modello reggiano”. Bisogna chiedersi cosa ne è rimasto. Se il modello significa impresa forte e lavoro debole, allora non è più un modello: è una contraddizione. Se il modello significa cooperazione senza partecipazione reale, allora è una maschera. Se il modello significa sindacato seduto ai tavoli ma assente nei luoghi dove il lavoro soffre, allora è una resa.
Reggio Emilia deve scegliere se continuare a raccontarsi come una provincia virtuosa o se avere il coraggio di guardare la propria economia reale. Quella che non finisce nei convegni. Quella che non sale sui palchi. Quella che non inaugura nulla. Quella fatta di mani, schiene, turni, buste paga magre e diritti fragili.
Il lavoro non è solo occupazione. Il lavoro è dignità, libertà, sicurezza, rispetto. Quando manca questo, non siamo davanti a una semplice criticità sociale. Siamo davanti a una ferita morale.
Giacomo Scillia, per 20 segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.