Marco Scarpati, classe 1960, noto avvocato reggiano, da sempre conosciuto per il suo impegno civile e politico, è diventato un radicale quando aveva ancora i pantaloni corti, a 15 anni. I tempi in cui da studente frequentava i banchi del Bus Pascal, già con qualche sortita a Roma, richiamato da un telegramma del Partito. E proprio li, nella capitale, maturò nel corso degli anni a venire il credo radicale e coltivò la solida amicizia che lo legherà per tutta la vita a Marco Pannella e Adele Faccio.
Avvocato Marco Scarpati, è noto il suo impegno nella vita civile e politica reggiana e non solo. Lei è da sempre un radicale. Dieci anni fa moriva Marco Pannella, figura centrale della Repubblica, suo leader, ma anche suo amico.
Sono diventato radicale a 15 anni e a 16 ero già il referente locale. Mi arrivavano le convocazioni a Roma dal Partito, quando avevo appena iniziato il triennio al Bus Pascal. Conobbi a Roma in quegli anni Adele Faccio, la persona che più di tutte mi ha formato, Marco Pannella ed Emma Bonino. E tutta una pletora di giuristi che mi hanno indirizzato alla vita professionale che svolgo oggi.
Com’era allora Marco Pannella, che effetto le fece?
Marco era matto come la strada. Un uomo estremamente creativo. Ho vivo il ricordo della sua memoria incredibile. Uno che se tu lo rincontravi dopo qualche mese, riprendeva il discorso esattamente da dove l’aveva lasciato. Ti stupiva.
Ricorda una sortita di Pannella a Reggio, una visita a sorpresa?
Come no. Cito questa. Alla metà degli anni Novanta mi si presentò in studio e mi chiese di fare il deputato, perché Adele Faccio aveva lasciato. Io gli dissi di no, volevo fare l’avvocato. E lui si arrabbiò con mia moglie, perchè pensava fosse lei ad avermi scoraggiato.
Marco Pannella era un amico molto pretenzioso, ma sapeva essere anche molto generoso. Aveva un grande carisma. Un uomo dalle mille passioni, anche quella per il cibo. Quando non era digiuno, a tavola era irrefrenabile. Amava i tortelli di mia mamma.
Anche per le sigarette, sempre in mano.
Fumava molto di più di un turco, mai sotto le 80 sigarette al giorno. Lui capì che stava per morire, perché due giorni prima non gli andava più di fumare.
Ci ricordi gli anni della nascita del movimento radicale a Reggio Emilia.
Il Partito radicale a Reggio Emilia ha vissuto due momenti differenti. Il primo tra la fine degli Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. Lo fondarono Mario Monducci, Pier Paolo Tacoli, Mauro Del Bue, Fabrizio Montanari, Fulvio Camellini e Casimiro Gualdi. Avevano tutti 25 anni, tranne Casimiro un po’ più grande. Un gruppo molto laico che aprì una sede in via Emilia San Pietro, al numero 25, dove c’è il Cortile. Dopo pochi anni chiusero. Mario andò con i repubblicani, gli altri della Fgs iniziarono a lavorare nel Partito socialista. Erano i tempi del referendum sul divorzio.




E il secondo momento?
Rinacque nel 1976, e nel 1979 riaprimmo un’altra sede: prima in via Roma e poi ci spostammo in viale Ramazzini, durò fino ai primi anni Ottanta. Ripartimmo dalla battaglia degli otto referendum. C’erano sempre Fabrizio Montanari, Fulvio Camellini e Casimiro Gualdi. Diciamo che gli attivisti non erano mai molti, un gruppo di 20 o 25 persone. Ricordo le campagne contro il nucleare, per l’ecologia, l’aborto. Alla fine però un po’ per tutti iniziò il momento del lavoro e il gruppo si disperse.
Quindi, tutto finito?
Il rinnovo non ci fu. La sede di viale Ramazzini chiuse. Io andai a Roma a curarmi dell’archivio del Partito radicale. Mentre ero li, scrivevo la mia tesi sulla cooperazione e la fame del mondo. Un tema radicale, appunto. E ricordo l’impegno di Adele Faccio e Marco Pannella nel darmi una mano.
Quale rapporto aveva Marco Pannella con Reggio Emilia?
A Reggio veniva poco. E soprattutto veniva più volentieri se invitato da altri partiti: comunisti, socialisti. Diceva che noi radicali, sapevamo già quello che dovevamo fare, e non c’era bisogno che venisse a parlarci. Aveva una simpatia per i laici, i socialisti e per Mauro Del Bue. Mi chiedeva: come sta il Bue, e perché non è qui? Forse era un legame nato sulle battaglie per i diritti civili, come quella legata a Loris Fortuna.
Però quella volta con Enzo Tortora.
Sì. Lo ricordo bene. Venne a Reggio Emilia con Enzo Tortora per visitare l’Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario, oggi chiuso). Pensava che l’Opg fosse la somma degli errori della carcerazione. Quella contro i manicomi, la modernizzazione e l’avvento di una nuova psichiatria per una carcerazione più umana era una campagna radicale. Diceva: cosa ci fa una persona chiusa li dentro se non è neanche in grado di sapere cos’ha fatto?
Cosa ci lascia Marco Pannella, ed è ancora attuale il suo messaggio politico?
La non violenza. Il mettere al centro della politica il proprio corpo, ricordiamo i digiuni. A me, personalmente, la battaglia anti-militarista. E a tutti quanti, spero, il messaggio della bellezza della politica slegata dal guadagno. La politica che si fa perché hai delle idee in cui credi da portare avanti. Lui non era per le ideologie, ma per gli ideali. Faceva i congressi per difendere i nostri ideali e per trasformare il mondo attraverso le riforme e non con la rivoluzione.
Fa strano a dirlo, ma era un uomo di fede.
Sì, aveva fede in Dio. Diceva: uno che non ha fede fa fatica a essere un leader radicale. Ecco, in questo non sono mai stato del tutto d’accordo con lui.
