Marco Eboli (*), classe 1965, ci conduce in questa storia, che si mescola alla sua personale, che ripercorre a tappe il cammino della destra reggiana.
Marco Eboli, primo ricordo spot: “Quando mi iscrissi al Movimento sociale, in via Roma, avevo 17 anni, era il 1977. Poi tornai a casa e ne parlai con mio padre. Lui, dopo una pausa di riflessione, disse: “Non non condivido. Però ti devo aggiungere che sei anche poco furbo a fare una scelta del genere in una città come Reggio Emilia”.
Marco Eboli, secondo ricordo spot: “Le prime volte che prendevo la parola in Sala del Tricolore, il sindaco Ugo Benassi, con tutta la sua giunta e i consiglieri di maggioranza, si alzavano e uscivano dall’aula.
Fu Elena Montecchi, dopo sei mesi, a sbloccare la situazione. Me lo ha raccontato lei stessa durante un incontro casuale in piazza Prampolini 40 anni dopo”.
Lei è sempre stato di destra, proviene da una famiglia di destra?
Mio padre Paolo Eboli era di Lugagnano Val d’Arda, nel Piacentino. Undici fratelli, una famiglia contadina di tradizione socialista. Poi, dopo l’armistizio dell’8 settembre, è salito in montagna per abbracciare la lotta partigiana. Il suo nome di battaglia da combattente era Marco, lo stesso che ha messo a me. Mia madre, Maria Pesce, è nata a Potenza. Era di destra, la sua famiglia monarchica. Mio zio Michele andava a pesca con Enrico De Nicola, poi presidente della Repubblica, e anche lui per il re.
E cosa ricorda della sua infanzia a Reggio Emilia?
Vivevo in via Cisalpina, un quartriere popolare nella zona del mercato ortofrutticolo, una roccaforte della sinistra. Solo tre famiglie, compresa la mia, non compravano l’Unità. Ricordo Antonio Bernardi, poi segretario del Pci e deputato comunista, Ascanio Fontanesi, personaggio di primo piano nella Resistenza reggiana, poi tirato in ballo nei delitti del dopoguerra. Ermete Fiaccadori, cooperatore, presidente della Reggiana e ai vertici dell’Anpi. La fidanzata di Fiaccadori, Annusca Campani, la donna che poi sposò, era la figlia del custode della Casa del Popolo. E voglio aggiungere una cosa.
Aggiunga pure
Molti anni dopo, in tempi recenti, quando ero coordinatore comunale di Fratelli d’Italia, a volte rivedevo Ermete Fiaccadori, lui presidente dell’Anpi. Mi abbracciava, ci conoscevamo da bambini, e poi ci confrontavamo sulla politica, sul governo di Giorgia Meloni, a volte prendendo un caffè in via Farini, al bar della Marzia. Stessa cosa con Antonio Bernardi e con tutte le famiglie di sinistra che abitavano nella zona del mercato ortofrutticolo. Perchè il quartiere dove nasci è sempre il tuo quartiere, e se questo è popolare, allora si crea quel particolare legame che ti porti avanti per la vita.
Quindi lei quando ha scelto la via della destra?
Da ragazzo frequentavo il bar Frigidarium, una gelateria di via Emilia Santo Stefano, a pochi passi da piazza del Monte. E poi il bar Cavour. Fu lì che incontrai un amico poco più grande di me, Daniele Chiari, lui era del centro storico, viveva in via Nobili. Mi iniziò alle letture di Julius Evola, filosofo che univa spiritualità a tradizione. Mi ricordo ancora quella frase per noi evocativa: ‘L’importante è restare in piedi in un mondo di rovine’. Di li a poco presi a frequentare la sede del Msi in via Roma, e a 17 anni mi iscrissi”.
E quando tornò a casa come venne presa la cosa?
Ne parlai con mio padre Paolo, lui ci pensò su, mi guardò: “Non condivido. Poi ti dico che sei anche poco furbo ad aver fatto una scelta del genere in una città come Reggio Emilia. Ma dal 1985, nelle tornate elettorali, ha sempre voluto che andassi a votare prima io, poi che tornassi a prendere lui e la mamma per portarli al seggio. Lui era cieco, in cabina entravo anch’io per accompagnarlo ed aiutarlo. Così, tirata la tendina e aperta la scheda, gli chiedo: papà, per chi vuoi votare? E lui: ‘E per chi? Voto te’. E così ha fatto fino al 2009.
Sulla scelta di suo padre ha pesato anche la vicenda che gli occorse poi dopo le giornate dei martiri del 7 luglio del 1960?
Quello ovviamente è accaduto molto prima. Il 7 luglio del 1960, i cinque operai uccisi in piazza della Vittoria. Anche se voglio aggiungere che quella non fu una manifestazione pacifica.
Mio padre, che era un poliziotto di quelli voluti da Togliatti dopo l’amnistia, un ex partigiano che non fece neppure l’abilitazione, si trovava a camminare in via Emilia San Pietro, nei pressi di una pasticceria. Un ragazzino lo attirò dentro un portone dicendogli che stavano picchiando il suo maresciallo. Lui entrò, ma era una trappola. Il portone gli si chiuse alle spalle e sia mio padre sia il maresciallo vennero presi a bastonate sulla testa. Per causa di quei colpi, nel tempo, mio padre Paolo rimase cieco. Lui era stato un partigiano di una Brigata Garibaldi, un comunista. Certo quell’episodio di violenza subita influì sulle sue scelte future. Nel nostro quartiere, io e i miei fratelli, eravamo chiamati i figli dello scelbino, per rimarcare che mio padre era un poliziotto di Mario Scelba, il ministro dell’Interno che finì nel mirino dopo gli scontri del Sessanta.






Tornando a lei com’era alla fine degli anni Settanta la vita di uno studente di destra a Reggio Emilia?
Facevo lo Scaruffi, ragioneria. A scuola fondai la lista Alternativa studentesca. Poi andavo a rappresentare la destra in altri istituti della città. Naturalmente nel corso delle assemblee non ci facevano mai parlare. Quando dovevo prendere la parola, ogni volta ci staccavano la spina del microfono, mentre fuori si accalcavano quelli di Lotta Continua, chiamati dai giovani comunisti della Fgci perchè erano i più esaltati, glie estremisti. Allora io telefonavo ai carabinieri e sul posto arrivavano sempre o il maresciallo Calabria o il maresciallo Nicosia. Disperdevano i contestatori, poi ci portavano in caserma, e solo quando le acque si calmavano potevano tornare finalmente a casa.
Ma in quegli anni di contestazione e forte contrapposizione, c’erano davvero i cosiddetti menatori, cioè volavano le botte vere?
Non sono mai stato coinvolto in scontri fisici. Ho avuto dei faccia a faccia anche aspri, duri. Ma arrivare alle botte, no. Certo tra i nostri c’era anche gente che godeva della fama di avere una bella castagna. E teniamo conto che il rapporto era sempre di almeno dieci a uno per i compagni. Luca Bergamini, il segretario del Fronte della Gioventù, era uno di quelli di cui si diceva: quello non ha paura. Prima di lui Franco Aleotti, Renato Braccini, detto il Braccio, Franco Valeriani, sapevano certamente farsi rispettare. Ricordo che da giovani si andava a ballare ad Albiena, alla discoteca Domino. Se succedeva qualcosa nel locale, scattava la telefonata a Montericco, alla trattoria Filippini, nota famiglia di destra. Li, al sabato sera, a cena, c’era sempre Franco Aleotti. In un attimo scendeva e bastava che lo vedessero perchè la situazione tornasse subito sotto controllo.
C’era in città una palpabile aria di sfida, un’aria elettrica.
La sfida c’era, anche la provocazione. L’8 marzo, festa della donna, il Pci e la Fgci facevano sfilare il corteo per il centro sotto il naso della destra. Mettevano davanti a portare lo striscione i più grossi, come a dire: siamo questi, non abbiamo paura di voi. Ricordo che in prima fila tra i fisicati c’era l’attuale sindaco Marco Massari e un tal Mattioli.
Mi torna alla mente anche un’altra vicenda che poteva apparire come una provocazione. Luca Bergamini, io, Gabriele Arveda e altri, dopo averne informato la polizia, organizzammo un volantinaggio della destra sociale di Pino Rauti davanti alle Officine Reggiane. Chiedavamo agli operai di abbandonare la lotta di classe per abbracciaere la socializzazione e la cogestione delle fabbriche. Era la cosidetta terza via.
E mi piace sottolineare che la recente proposta avanzata dalla Cisl, poi sposata da Fratelli d’Italia e infine diventata legge, anche se senza obbligo di partecipazione e cogestione, sia in linea con la nostra strategia di allora.
Passiamo agli anni piombo.
Nel 1978 ci fu il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro. Tutte le volte che accadeva qualcosa di grave nel Paese, i carabinieri, per timore dei disordini, piombavano al bar Cavour. Ci circondavano, poi, uno alla volta, ci caricavano sulle camionette per scortarci fino a casa.
Una sera, Marcello Rossanesi, segretario del Fronte della Gioventù, mentre stava rientrando a casa, in via don Zefirino Jodi (pieno centro storico, ndr), sentì degli spari. La sua fortuna fu che il portone era rotto. E così, con una rapida spallata, riuscì ad aprirlo e ripararsi dell’androne. Dei colpi delle pallottole sparati contro di lui per anni rimasero i fori sul legno del portone Ed erano colpi esplosi all’altezza della sua testa, sparati per uccidere.
Veniamo alla sua esperienza in Consiglio comunale, ininterrotta dal 1984 al 2014.
Entrai nel 1984 dopo le dimissioni di Luca Bergamini, poi venni eletto nel 1985. Ogni volta che prendevo la parola, il sindaco Ugo Benassi, tutta la sua giunta e i consiglieri di maggioranza lasciavano l’aula. Io allora, ritrovandomi solo, dicevo: parlo per essere verbalizzato. Dopo sei mesi Benassi e il suo governo non lo fecero più. E quando prendevo la parola rimanevano sugli scranni della Sala del Tricolore. Fu Elena Montecchi, che faceva parte di quella giunta, a spiegarmi il perchè 40 anni dopo. Era il 2023, la incontrai per caso in piazza Prampolini: “Sono andata io da Benassi a dirgli: scusa sindaco, ma perché lasciamo che Eboli si possa esprimere senza avere un contraddittorio? E Ugo, mi guarda e replica: hai ragione Elena, dalla prossima volta facciamo così come dici tu. Non usciamo più”.
Nel tempo i rapporti tra destra e sinistra non furono più così ruvidi. Il segretario del Movimento sociale Gianfranco Fini il 13 settembre del 1993 fu invitato alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia dal segretario del Pds Walter Veltroni.
Lo ricordo bene, lo accompagnai io. Una marea di gente. Dicevano che era un po’ la nostra festa, quella Tricolore. Con Walter Veltroni c’era il segretario provinciale del Pds, Lino Zanchelli. Incontrandomi, mi disse: questa è di sicuro la prima volta che metti piede alla Festa dell’Unità. E io, spiazzandolo, gli risposi: no di certo. Da giovane ci andavo sempre. Ricordo che raccoglievamo le ricevute di pranzi e cene gettate a terra dai compagni e con un penna bic le taroccavamo: dove c’era scritto una grigliata, aggiungevamo uno zero e diventavano dieci. Abbiamo fatto una sfilza mangiate a sbafo, come si dice.
Torniamo al Consiglio comunale. Dopo quei primi sei mesi in cui la maggioranza lasciava l’aula quando lei prendeva la parola, i rapporti migliorarono?
Mi accorsi per caso che non ero mai convocato alla riunione dei capigruppo in del Consiglio comunale. Andai dalla segretaria di Ugo Benassi, la Pomidori (che oggi ha 94 anni ed è ancora una signora arzilla, l’altro giorno l’ho vista e abbiamo bevuto un caffè) e mi feci ricevere dal primo cittadino: sindaco perché non sono invitato alla riunione dei capigruppo? Lui mi fissa e risponde: Eboli, la decisione di disertarla è stata presa dai suoi predecessori (Giancarlo Melloni e Luca Bergamini, ndr).
Da quella volta andai sempre alla riunione dei capigruppo: i rapporti con Adele Denti (Pci), Carla Mietto (Dc), Mauro Del Bue (Psi), Mario Monducci (Pri), la Mariani Cerati (Psdi) e Alberto Farioli (Pli) furono buoni, a volte anche di amicizia, come nel caso di Mario Monducci. Ricordo che una volta chiesi di cambiare il giorno di una riunione, perché quel martedì avevo un impegno. Fui accontentato e allora passai dal sindaco per ringraziarlo. E Benassi mi fa: Eboli, per stavolta bene così, ma si ricordi che il giorno della convocazione lo decide il sindaco e non il consigliere.
Nel 1986 scoppiò il caso Pemba che mise fine al monocolore comunista guidato da Ugo Benassi dal 1976 al 1987.
Lo scandalo sulle cooperazione internazionale con il Mozambico scoppiò per la vicenda del ‘Comitato noi con voi’ nella quale fu coinvolto l’assessore Giuseppe Soncini, braccio destro di Ugo Benassi. Si scoprì che macchinari, ricordo fra questi anche delle gru, da inviare nel Paese africano vennero pagati cifre fuori mercato a un imprenditore di Piacenza, tale Terzi.
Alla fine la vicenda mozambicana costò il posto a Soncini e poi anche allo stesso sindaco, Ugo Benassi.
L’aria era elettrica. Un giornalista del Carlino (poi Corriere della Sera), Francesco Alberti, fu aggredito in Consiglio comunale per avere scritto che il marito di una dirigente del Comune era coinvolto nel caso Pemba.
Così ci pensò l’alleanza tra Vincenzo Bertolini, segretario del Pci, Mauro Del Bue, del Psi e il Psdi della Mariani Cerati a fare cadere la giunta e a mettere la parola fine sul monocolore comunista. Sindaco fu scelto il correggese Giulio Fantuzzi.
Ugo Benassi fu dimesso fatto ebbe il paracadute per il Senato con le politiche nello stesso 1987.
Ricordo bene quel periodo. Ugo Benassi, con il quale avevo costruito nel tempo un rapporto cordiale, anche quando era ormai fuori dal Comune e già eletto senatore, passava spesso per piazza Prampolini. Quando mi vedeva, ci sedevamo nella distesa del bar del Duomo e mi chiedeva: ‘Da Eboli raccontami un po’ cosa succede nella seduta del Consiglio comunale’.
Leggi la prima puntata Eboli, una vita a destra: “Il Chi sa parli non fu un’operazione verità” (1)
(*) Nato a Reggio Emilia il 17 gennaio, 1961, fin da ragazzo influenzato dalle letture del filoso Julius Evola, Marco Eboli entra in contatto con giovani del Fronte della gioventù (organizzazione giovanile Msi), e si iscrive, iniziando la sua militanza politica. Da studente, sui banchi dell’Istituto tecnico Gaspare Scaruffi, crea la lista Alternativa studentesca.
Nel 1978 viene nominato dal Msi consigliere di circoscrizione nel quartiere Rosta Nuova. Nel 1980 si candida in Consiglio comunale a Reggio Emilia e alla circoscrizione centro storico, dove viene eletto. Sempre nel 1980 diventa segretario provinciale del Fronte della gioventù.
Nel 1982 si dimette dal consiglio di circoscrizione centro storico e da segretario provinciale del Fronte della gioventù per aderire e diventare responsabile per la provincia di Reggio del movimento culturale Nuova Destra fondato da Marco Tarchi. Nel dicembre del 1984, in seguito alle dimissioni di Luca Bergamini, gli subentra in Sala del Tricolore a Reggio Emilia, essendo nel frattempo giunta al termine l’esperienza della Nuova Destra.
Nelle elezioni amministrative del 1985, viene eletto in Sala del Tricolore, dove sarà confermato consecutivamente nel mandato sino al 2014, quando deciderà di non candidarsi più.
In questi anni è stato capogruppo del Msi, di Alleanza nazionale e consigliere comunale Pdl. E poi, nel 2012, alla nascita di Fdi, anche di quest’ultimo partito.
Dal 1985 al 1995 è stato inoltre componente del Comitato centrale del Msi. Nel 1996 eletto primo presidente di Alleanza nazionale a Reggio Emilia, sino al 2007.
Dal 1996 al 2007 nell’Assemblea nazionale di Alleanza nazionale. Dal 2001 al 2006 consigliere per l’Agroalimentare in Emilia-Romagna, su nomina del ministro delle Politiche Agricole e Forestali, Gianni Alemanno, leader della destra sociale, a cui Marco Eboli aderì sin dai tempi del Msi, con l’allora segretario Pino Rauti.
Nel 2020 ha costituito il Circolo territoriale di Reggio Emilia di Fratelli d’Italia (intitolato a Marzio Tremaglia), mentre viene nominato coordinatore comunale del partito di Giorgia Meloni a Reggio Emilia.
Nel settembre del 2023 si dimette per una scelta di vita privata da tutte le cariche ricoperte in Fdi, pur restandone iscritto sino a oggi. Già dal 2020 aveva fondato l’Associazione culturale Balder, con la quale organizza e promuove tutt’ora eventi culturali.
