Camillo Ruini è morto ieri sera a Roma, a 95 anni. Per il resto del Paese era il grande stratega della Chiesa italiana, l’uomo che per sedici anni ha tenuto in mano i fili del rapporto tra cattolicesimo e politica. Per Reggio Emilia era qualcosa di più scomodo e più intimo: era il prete che aveva imparato a conoscerla dall’interno, in quegli anni in cui questa città era la capitale morale del PCI, e che da quella esperienza aveva costruito una visione della presenza cattolica nel mondo destinata a lasciare il segno.
Sassuolo era il suo paese natale: provincia di Modena all’anagrafe, ma diocesi di Reggio Emilia per vocazione e per destino. Quando il giovane Camillo Ruini tornò dagli studi romani nel 1957, dopo il Colleggio Capranica e la laurea in teologia alla Pontificia Università Gregoriana, fu a Reggio che trovò casa. Non una sistemazione temporanea: quasi trent’anni di vita quotidiana, di insegnamento, di organizzazione cattolica in una città che era allora il laboratorio più avanzato, e per la Chiesa più inquietante, della sinistra italiana.
Il seminario, la città rossa, il prete che studia l’avversario
Il vescovo Beniamino Socche lo accolse come docente di filosofia nel Seminario diocesano. Era un incarico ordinario per un giovane sacerdote di talento, ma il contesto era tutt’altro che ordinario. Reggio Emilia degli anni Cinquanta e Sessanta era una città governata da decenni dal Partito comunista, con una cultura civile e politica che permeava ogni aspetto della vita pubblica: le cooperative, le feste dell’Unità, le case del popolo, il modo stesso in cui ci si parlava per strada. Il vescovo Socche aveva risposto a quella realtà con un anticomunismo diretto, quasi militante.
Ruini scelse una strada diversa, più sottile. Studiò quella città. La osservò. La capì dall’interno, come si capisce un avversario rispettabile. Questa comprensione profonda della Reggio rossa, delle sue ragioni culturali, e non solo dei suoi “errori” teologici, sarebbe diventata la matrice del suo pensiero: la convinzione che la Chiesa dovesse partecipare al dibattito pubblico con intelligenza e determinazione, non ritirarsi in sacrestia.
Gli anni di via Prevostura
Nel 1968 il vescovo Gilberto Baroni, che Ruini avrebbe poi definito “padre, maestro e guida nella missione sacerdotale e poi episcopale”, gli affidò la presidenza del Centro Giovanni XXIII in via Prevostura 4. “Il Giovanni”, come lo chiamavano in città: un’istituzione culturale cattolica nel cuore di una città di sinistra. Non era solo un luogo di incontro tra credenti: era un posto dove si discuteva, si invitavano intellettuali, si cercava un dialogo con la cultura laica che dominava la vita pubblica reggiana.
Fu in quel ruolo, in quegli anni, che Ruini costruì la sua reputazione di organizzatore e di pensatore. Nello stesso 1968 divenne anche docente di teologia dogmatica e preside dello Studio Teologico Interdiocesano, formando generazioni di sacerdoti e laici. Guidò il Centro Giovanni XXIII per quasi vent’anni, fino al 1986. Fu lui, in quella veste, a portare a Reggio e a Canossa il futuro Papa Benedetto XVI, allora Joseph Ratzinger, già teologo di fama internazionale. Un segnale di quanto il “Giovanni” fosse diventato, sotto la sua guida, un centro di gravità che andava ben oltre i confini diocesani.
Parallelamente si moltiplicarono gli incarichi: delegato vescovile per l’Azione Cattolica, vicario episcopale per l’apostolato dei laici, presidente della Consulta diocesana per la pastorale scolastica. Quest’ultimo ruolo lo portò a fare i conti con uno dei terreni più conflittuali della Reggio di quegli anni: la scuola. Quando nel 1974 furono introdotti i decreti delegati sulla partecipazione studentesca, Ruini promosse la nascita degli Studenti Democratici, portando anche in quel campo la presenza organizzata del mondo cattolico. La creazione degli Studenti Democratici servì a Ruini anche per un altro motivo strategico: offrire una proposta cattolica alternativa che fosse inserita nelle istituzioni scolastiche ordinarie, differenziandosi e talvolta frenando l’egemonia dei metodi più assembleari e conflittuali di altri movimenti cattolici di quegli anni, come Comunione e Liberazione, che stavano iniziando a radicarsi in provincia.
Nello stesso periodo fece nascere l’Associazione Genitori (A.Ge.), ancora oggi attiva.
La consacrazione in cattedrale, poi Roma
Il 16 maggio 1983 Giovanni Paolo II lo nominò vescovo ausiliare della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. Il 29 giugno di quell’anno, nella cattedrale di Reggio, gremita di fedeli, il vescovo Baroni lo consacrò vescovo. Era una cerimonia che chiudeva un capitolo e ne apriva un altro: Ruini, seppur sul territorio, ancora parte della diocesi locale, veniva incasellato nel cursus honorum con una direzione precisa.
Durò poco, come vescovo di Reggio. Nel giugno 1986 Giovanni Paolo II lo chiamò a Roma come Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. L’8 settembre dello stesso anno, presiedendo il solenne pontificale nel Tempio della Beata Vergine della Ghiara, Ruini salutò ufficialmente la sua diocesi. Da quel momento la sua storia sarebbe diventata storia nazionale (e in parte mondiale).
Il 1991 fu l’anno della grande consacrazione pubblica: presidente della CEI e, nel giro di pochi mesi, cardinale. Da quella posizione avrebbe guidato la Chiesa italiana per sedici anni, diventando il principale consigliere di Giovanni Paolo II prima, di Benedetto XVI poi; l’uomo che organizzò il primo Family Day, che portò i cattolici all’astensione nel referendum sulla legge 40 (2005, abrogazione parziale di quattro punti cardine della normativa sulla procreazione medicalmente assistita, affluenza ferma al 25,6%), che costruì, con risultati discussi ancora oggi, un modello di presenza della Chiesa nella politica italiana che aveva un nome preciso: ruinismo.
Cosa rimane a Reggio
Quella stagione romana appartiene alla storia nazionale. Il preambolo reggiano avviene prima: quasi trent’anni di lavoro ordinario e straordinario in una città che non era facile per un prete ambizioso e intelligente. Reggio non era un posto dove la Chiesa poteva permettersi di essere generica o sonnolenta. Costringeva a pensare, a organizzarsi, a misurarsi con una cultura civile solida e alternativa.
Ruini in tal senso fece scuola. E quando andò a Roma, ci andò con una cassetta degli attrezzi che aveva costruito qui, in via Prevostura, nel seminario, nelle aule dello Studio Teologico Interdiocesano, nelle riunioni dell’Azione Cattolica reggiana. La Reggio rossa, in fondo, lo aveva formato almeno quanto il Collegio Capranica.
