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Da Novellara girò il mondo. Vezzani, anarchico e pittore che difese Bresci
di Fabrizio Montanari
Alla numerosa schiera di militanti anarchici trascurata dalla storiografia, che meriterebbero più considerazione, appartiene anche il pittore novellarese Felice Vezzani. Amico e compagno di Errico Malatesta, Luigi Fabbri e Camillo Berneri, Vezzani fu in contatto con tutto il fuoriuscitismo anarchico in Francia. Intrattenne rapporti epistolari con Luigi Bertoni, il tipografo anarchico milanese che fondò in Svizzera il settimanale bilingue “Reveil-Il Risveglio”. La sua modesta casa parigina, sita nel quartiere di Passy, per diversi anni fu il punto d’incontro di tutti gli esuli che arrivavano in Francia.
Il commissario dell’Ambasciata italiana a Parigi, infatti, comunicò alla sede centrale di Roma: “È a lui che fanno capo gli anarchici italiani e particolarmente quelli delle Romagne, che vengono a stabilirsi o transitano a Parigi. Egli posa da gros bonnet dell’idea anarchica ed assiste a quasi tutte le importanti manifestazioni libertarie”.
Nato il 26 maggio 1855 a Novellara (RE) dal venditore ambulante di formaggi Alessandro Vezzani e dalla filatrice Giuseppa Rossi, dopo aver frequentato le scuole elementari e una scuola di pittura e di decorazione, aderì subito alle idee socialiste, partecipando al Congresso di Genova del Partito dei Lavoratori Italiani come rappresentante della Società Operaia e della Società Lavoratori Panettieri di Bologna. Con lo pseudonimo “V. Enizza” scrisse sulla rivista bolognese “Bonomia ridet” con Guido Podrecca e Gabriele Galantara.
Come ebbe modo lui stesso di dire, al congresso di Genova del 1892 entrò socialista e ne uscì anarchico. Di quell’evento scrisse una dettagliata memoria, ricca di denunce per l’atteggiamento autoritario e settario adottato a suo dire dai socialisti.
In seguito alle misure repressive adottate dal governo Crispi, nel luglio 1894 nei confronti delle opposizioni, Vezzani emigrò negli USA, dove collaborò al giornale anarchico di Paterson “La Questione Sociale”. Quindi raggiunse il Brasile dove fondò il periodico umoristico “L’Asino umano”, e poi, dopo aver subito per sette mesi il carcere, arrivò in Argentina dove diresse il giornale “L’Avvenire”.
Rientrato in Italia nel 1897, collaborò al periodico “L’Agitazione” di Ancona e scrisse documentati articoli contro il domicilio coatto, la restrizione imposta dal governo nei confronti dei “sovversivi”. La gravità della situazione che si era determinata è riassunta da questo semplice dato: nel solo 1895 affluirono nella colonia penale di Porto Ercole bel 315 anarchici o presunti tali. Altri luoghi tristemente famosi furono le isole di San Nicola, Favignana, Lampedusa, Pantelleria, Ustica, Lipari, Ponza e Ventotene. Ricercato dalla polizia perché condannato a due anni, dieci mesi e cinque giorni per incitamento alla disobbedienza ed eccitamento all’odio di classe a mezzo stampa, nel 1898 riparò a Londra, collaborando nello stesso tempo con G. Ciancabilla, D. Zavattero e Grandi all’”Agitatore” di Neuchatel, organo dei fuoriusciti in Svizzera.
Nel 1899 a Parigi trovò lavoro nei locali dell’Esposizione mondiale, entrò nel Gruppo di solidarietà internazionale e di aiuto ai detenuti, già appoggiato da personaggi quali Zola e Grave. Con un articolo pubblicato il 18 agosto 1900 su “Il Risveglio” di Ginevra, prese le difese di Gaetano Bresci, il giovane giunto da Paterson che uccise re Umberto I, perché ritenuto il massimo responsabile dell’eccidio di Milano del maggio 1898, compiuto per mano del generale Bava Beccaris nei confronti della folla che reclamava pane e libertà. Nel 1903 convinse “Les Temps nouveaux” a stampare migliaia di cartoline con l’effige di Bresci. Oltre che un attivo militante politico, fu anche un apprezzato pittore, un appassionato e competente critico d’arte, un creativo autore di poemetti e saggi, composti sia in italiano che in dialetto reggiano. Una volta trasferitosi a Parigi iniziò a frequentare con assiduità il museo del Louvre e le numerose gallerie d’arte della capitale francese. Significativa è a questo proposito la testimonianza di Armando Borghi contenuta nel suo libro Mezzo secolo d’anarchia:
“uomo colto, papà di tutti noi, era il nostro cicerone domenicale al Louvre…Lui in politica era un avanguardista, ma in arte era rimasto all’accademia, e faceva il viso di chi beve aceto per vino, quando parlava di cubisti, indipendenti e simili. Le sue lezioni ci divertivano e ci istruivano. Il comico non mancava. Aveva una compagna, ottima donna, ospitalissima e amica di quanti egli trattava per compagni. La Maria lo accompagnava da anni al Louvre nelle lezioni domenicali, e ormai qualcosa gliene rimasto in testa. Ma pretendeva di sapere troppo. Vezzani lo sapeva e stava in guardia che lei non rimanesse lontana con qualcuno di noi per sostituirlo nella fatica…Dava per buone in sua presenza le sue cantonate, ma poi ci prendeva da parte e ci spiegava come stavano realmente le cose”. Buon ritrattista, immortalò molti compagni tra i quali l’amico Ciancabilla e Virgilia D’Andrea, moglie di Armando Borghi e nota sindacalista rivoluzionaria.
Molto apprezzato anche nelle vicine città di Modena e Bologna tra le sue migliori realizzazioni va ricordata anche la pregevole raffigurazione del Concerto nella basilica di S. Petronio a Bologna.
Dopo aver collaborato nel 1906 con Malatesta, Frigerio, Malato e Cipriani al numero unico “Verso l’Emancipazione”, partecipò da Parigi alla campagna del Comité de défense pro Masetti, il soldato che, rifiutandosi di partire per la guerra in Libia, aveva sparato a un poliziotto.
Pur essendo un convinto seguace delle idee di Malatesta e Fabbri, mantenne buoni rapporti anche con i sostenitori delle tesi antiorganizzative, che guardavano all’insegnamento di Galleani e al giornale di New York “L’Adunata dei Refrattari”. Nino Napolitano fece questo ritratto del suo carattere e della sua personalità:
“Vezzani aveva l’espressione serena, i modi istintivamente cordiali ed il parlare calmo, senza esaltarsi o eccitarsi…La comprensione che il Vezzani aveva degli uomini e delle cose lo portava ad usare un certo senso di equanimità e di moderatezza nel giudizio, che non pronunciava mai senza prima aver riflettuto”.
Allo scoppio della prima guerra mondiale fu perseguitato dalla polizia francese e solo grazie all’aiuto di Amilcare Cipriani riuscì a raggiungere l’Inghilterra. Dopo la morte della moglie ritorna in Italia nel 1917 e alloggia a Guastalla presso il cognato Luigi Rondini, sindaco di Novellara. Tra il 1918 e il 1922 sposta ripetutamente la sua residenza tra Parigi, Novellara e Bologna, per poi stabilirsi definitivamente a Parigi, anche se privo di regolare e definitivo permesso di soggiorno. Con lo pseudonimo di Lux collaborò assiduamente a “Umanità Nova”, il giornale fondato nel 1920 da Malatesta. Nel 1926 aderì con Fedeli, Fabbri, Gobbi e Berneri al gruppo Pensiero e Volontà e al giornale “La Lotta umana”. Come ricorda Luce Fabbri nel suo libro dedicato al padre Luigi “Luigi Fabbri storia di un uomo libero”: “…Vezzani partecipava alle riunioni nei primi tempi, quando queste avevano luogo a casa sua. Dopo, faceva idealmente parte del gruppo e scriveva per il periodico, ma, non potendo, per l’età avanzata, uscire di casa, non assisteva più agli incontri quindicinali”.
Nel corso della sua travagliata vita scrisse per molte testate anarchiche: “La Questione sociale” di Paterson (1894-95), “Avvenire” di Buenos Aires (1895-1903), “Umanità Nova” di Milano e Roma (1920-22), “Fede di Roma” (1924-26), “Pensiero e Volontà” di Roma (1924-27), “Veglia” di Parigi (1926), “La Lotta Umana” di Parigi (1926-27), “Il Monito” e “Fede” di Parigi, “Germinal” di Chicago, “L’Adunata dei Refrattari” di New York. Per il teatro invece scrisse: Il Viandante e l’eroe (1906), Fascismo (1923), Demenza e Giustizia (1924), Da squadrista a prefetto (1924).
Colpito da una paralisi progressiva che gli impedì di dipingere, Vezzani morì a Parigi l’11 febbraio 1930. Nino Napoletano, che gli fece visita poco prima della morte, ci ha lasciato la seguente testimonianza:
“La paralisi l’aveva del tutto rovinato: andava da una stanza all’altra appoggiandosi e spingendo una seggiola a rotelle; dalla bocca deformata ora la parola gli usciva monca. La Bianca (la nipote) era sempre lì, infermiera paziente e amorosa. In tutta quella rovina solo la lucidità di mente di Felice Vezzani si era salvata. Ed egli fu contento di rivederci, e mostrandoci il suo stato infelice sorrise dicendoci: “la vita è complicata”.
Dal resoconto del suo funerale apparso su “La Lotta Anarchica” del 14 febbraio apprendiamo che un numeroso stuolo di compagni con le bandiere dei circoli libertari e delle società operaie lo accompagnarono all’ultima dimora.
Fabrizio Montanari, nato a Reggio Emilia, è giornalista pubblicista e scrittore. Collabora con diversi giornali e riviste storiche. E’ autore di numerosi libri sulla storia del movimento socialista e libertario italiano.