Si conclude con la terza puntata il viaggio con Marco Eboli nel mondo della destra reggiana.
La caduta del Muro di Berlino il 9 novembre del 1989 e il crollo del comunismo che sconvolse gli equilibri politici mondiali. Gli anni di Tangentopoli, la fine del Movimento sociale, la nascita di Alleanza nazionale e poi del Popolo delle Libertà, scelte non indolori per il popolo della Fiamma.
Ancora, il rocambolesco arresto della Primula Nera, Paolo Bellini, con l’arrivo in forze della polizia e l’irruzione al ristorante Capriolo di Albinea in una sera non troppo tranquilla di quasi estate. E solo una decina di giorni dopo il record elettorale alle elezioni amministrative del 1999, in cui il centrodestra raggiunse il 28% dei consensi, eleggendo 11 consiglieri in Sala del Tricolore: 6 di Alleanza Nazionale e 5 di Forza Italia. Mentre a Palazzo Allende ne andarono 5 di Fi e 2 di An. Infine, nel 2012 viene alla luce Fratelli d’Italia e inizia così la cavalcata di Giorgia Meloni, prima donna di destra al governo.
Il 9 novembre del 1989 è una data segnata dalla storia con un doppio cerchietto rosso: cade il Muro di Berlino in piedi dal 13 agosto 1962. I picconi abbattono un simbolo della Guerra Fredda e del comunismo.
Per chi militava nella destra quelle giornate furono vissute con gioia. A Reggio Emilia ci ritrovammo nella sede del Movimento sociale in via Roma per fare un brindisi e festeggiare la caduta del Muro. La destra è sempre stata per una forte identità nazionale, ma con uno spirito europeista. Per una solida confederazione di Stati che aumentassero il peso politico del Vecchio Continente. Appoggiavamo da sempre i simboli della resistenza antisovietica. Nel 1969 dalla parte di Jan Palach (lo studente che si diede fuoco a Praga, ndr) e cantavamo questa canzone, la ricordo ancora: “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest: studenti, braccianti, operai, il sole non sorge più a Est…”. E mi piace ricordare che dal 2011, su mia proposta e con il voto unanime del Consiglio comunale, anche a Reggio c’è una via dedicata a quel fatto storico. Via Caduti del Muro di Berlino, che vuole ricordare chi ha perso la propria vita nel tentativo di trovare la libertà. E’ una strada nella zona di via Lenin…”.
Paradossi della toponomastica a parte, la caduta del Muro di Berlino, alla luce del poi, non segnò solo la fine del comunismo, ma fu un evento molto più complesso che, come un domino, sconvolse i precedenti equilibri e assetti politici mondiali. E a Reggio Emilia?
A Reggio Emilia la dissoluzione del Pci non c’è mai stata. La sinistra non ha mai fatto i conti con la propria storia. Solo tante operazioni di restyling nel corso delle quali hanno cambiato sigle, acronimi o nomi: Cosa, Ds, Pds… L’occasione per cambiare pelle avrebbe dovuto essere il Partito democratico, ma come dimostra la Schlein, si sono chiusi a riccio in loro stessi e di fatto hanno espulso o messo alla porta la componente cattolica che in quel partito non conta quasi più nulla. Sono diventati radical chic: guardano meno agli operai e di più agli immigrati, spesso irregolari.
E’ un fatto storico che il sistema comunista, dopo le picconate al Muro, iniziò rapidamente a dissolversi.
Pino Rauti diceva che a sconfiggere il sistema sovietico non erano stati i carri armati, ma il mercato. La gente dell’Est guardava all’Ovest come a un mondo migliore, una società aperta ai consumi e nella quale si viveva meglio. Fu il desiderio di migliaia di persone di migliorare la propria situazione sociale a sconfiggere il comunismo.
Nel 1992 l’Italia scoprì Tangentopoli e quegli anni portarono alla fine della Prima Repubblica.
Quello fu il momento storico in cui la destra, messa per lunghi anni ai margini della politica, fu sdoganata come possibile e affidabile forza di governo. Un vasto elettorato iniziò a guardare verso di noi con interesse, considerandoci non collusi con il sistema di corruzione della Prima Repubblica.
E veniamo alla svolta di Fiuggi, il 1995. Gianfranco Fini scioglie il Movimento sociale in Alleanza Nazionale. Fondato nel dicembre dicembre del 1946 il Msi cessa di esistere. Operazione indolore?
No, indolore no. Io ero delegato al congresso di Fiuggi, con me Gianni Alemanno e Francesco Storace. Venivamo tutti e tre dalla destra sociale. Pino Rauti, il nostro leader, poco tempo prima ci convocò per dirci: io mi ritiro e smetto con la politica, mi dedicherò agli studi. Gianfranco Fini era il delfino di Giorgio Almirante, fu lui a guidare l’operazione e quella era la scelta giusta da fare in quel momento politico. La storia del Msi è finita in un periodo in cui il partito godeva di ottima salute per aprire le porte a un nuovo e più numeroso elettorato.






Foto 1) Marco Eboli e la consigliera Isabella Bollanaz. Foto 2) Marco Eboli e Liborio Cataliotti dopo le elezioni del 1999. Foto 3) Marco Eboli in Consiglio comunale. Foto 4 e 5) Marco Eboli accompagna Gianfranco Fini alla Festa nazionale del Ppi a Scandiano. Foto 6) Marco Eboli durante un incontro nella Sala del Capitano del Popolo all’Hotel Posta.
E a Reggio Emilia, tutti d’accordo nell’archiviare 49 anni di storia missina?
Non tutti. Ci fu chi non era d’accordo e aveva il magone per il vecchio partito. Me compreso, visto che ho militato nel Movimento sociale per 20 anni. Ma quelli che realmente abbandonarono furono pochi, si contarono sulle dita di una mano. Tra gli storici esponenti missini, la segretaria Mariangela Gasparini si dimise. Rimasero invece Anna Codeluppi e Antonio Zampetti.
Le dimissioni della segretaria provinciale del Msi non sono cosa di poco conto in un partito.
In quel periodo a traghettare il Msi in Alleanza Nazione fu chiamato come commissario Emanuele Filini, putroppo scomparso in questi giorni. E lo voglio ricordare qui come si merita un amico. Lui, appassionato d’arte e militante della destra, diceva: io non sono un politico. Ma fece bene il suo lavoro.
Per quanto riguarda invece Mariangela Gasparini: è vero, in un primo momento se ne andò, ma poi fece ritorno e fu una mia collaboratrice quando diventai presidente provinciale di Alleanza Nazionale.
Faccio una digressione nel tempo di 20 anni, poi capirà il perché. Reggio Emilia, 12 giugno 1975, omicidio Alceste Campanile, qualcosa si ricorda?
Ero poco più che un ragazzino. Ricordo che passavo in città il giorno dei funerali e che c’era una gran folla radunata in Piazzale Fiume.
Paolo Bellini, la Primula Nera, il bandito della Mucciatella, alias Roberto Da Silva, uomo dai mille misteri, implicato e condannato per strage e omicidi. E chi più ne ha, più ne metta. Bellini nel 1999 confessò l’omicidio di Alceste Campanile. Che idea si è fatto su questa vicenda?
Sono sempre stato d’accordo con quel che sosteneva il padre di Alceste, Vittorio Campanile. Ma alla luce di quanto dichiarato da Paolo Bellini e delle sentenza, che, vorrei aggiungere, per il reo confesso non hanno comportato il carcere, visto che il reato era caduto in prescrizione, non credo ci sia altro da dire.
Il padre di Alceste, Vittorio Campanile, sosteneva e ne era convinto che l’omicidio del figlio fosse maturato negli ambienti dell’estrema sinistra e non della destra.
Sì, il padre seguiva la pista della sinistra extra parlamentare. D’altronde, Alceste Campanile e Paolo Bellini si conoscevano e tra loro non correva affatto buon sangue. Difficile immaginare che Alceste, diretto quella sera in un locale di Montecchio, viaggiando con l’autostop e vedendo fermarsi a bordo strada Bellini, salisse tranquillamente in macchina con lui.
Paolo Bellini, militante di Avanguardia Nazionale, la destra estrema extra-parlamentare, era un volto noto fin da giovane nel Reggiano. L’albergo di famiglia sui colli di Puianello, la piscina della Mucciatella dove impartiva lezioni di nuoto a generazioni di bambini. Le frequentazioni dei bar del centro storico di Reggio Emilia. Lei lo conosceva?
No, non ho mai conosciuto personalmente Paolo Bellini. Tra l’altro Giorgio Almirante di fatto mise Avanguardia Nazionale fuori dal partito, quindi non l’ho mai incontrato neppure negli ambienti del Msi, perché lui non li frequentava. Poi, nel corso del tempo, leggendo i giornali avevo imparato chi fosse, e lui per la stessa ragione sapeva chi ero io.
Torniamo agli anni Novanta. Il 3 giugno del 1999, verso la mezzanotte, la polizia e l’Antiterrorismo compiono un’irruzione rumorosa e in forze nel noto ristorante il Capriolo di Albinea, gestito allora dalla famiglia Bonini, imparentata con Bellini. L’obiettivo è l’arresto del bandito della Mucciatella. Proprio in quel momento anche lei si trovava li a cena. Come andò?
Premetto che al Capriolo sono sempre andato, ero un abituè, come si dice. Con la famiglia, con gli amici e anche per iniziative elettorali. E quella sera, proprio come tante altre volte in passato e come accadde anche dopo quel fatto, mi trovavo li. Ero sul retro, cenavo all’aperto con due amici. A un certo punto, mi assentai dal tavolo per andare in bagno. Imboccai il piccolo corridoio interno al ristorante e fu in quel momento, nella saletta piccola, che vidi Paolo Bellini, solo, seduto sul divano, che guardava la televisione. Mi disse buonasera, passandogli davanti, e tornai da miei ospiti. Pochi minuti dopo iniziò un via-vai di auto e stridere di gomme nel piazzale del ristorante. La polizia in forze circondò il ristorante. E agenti incappucciati fecero una rumorosa irruzione…
Perdoni l’interruzione. Le cronache dell’epoca parlano di una sparatoria all’interno del Capriolo.
Un’irruzione molto decisa al termine della quale Paolo Bellini fu arrestato. Nel ristorante si consumarono attimi di tensione, se non di vera e propria paura. Tutti i clienti, me compreso, furono obbligati ad attendere sino alle 2 di notte prima di lasciare il locale, cioè sino alla completa identificazione di tutti i presenti. Il giorno dopo il telegiornale di Telereggio, diretto da Paolo Bonacini, titolò: arrestata la Primula Nera, Paolo Bellini, al Capriolo dove cenava Marco Eboli, il candidato sindaco del centrodestra. Un servizio che non ha portato l’effetto voluto. Visto che nel ’99 il centrodestra alle amministrative ha ottenuto un risultato record.
Dieci giorni dopo l’arresto di Bellini si votò. Veniamo alle elezioni amministrative del 13 giugno 1999, lei era il candidato sindaco del centrodestra, sfidante del sindaco uscente e candidato per il centrosinistra, Antonella Spaggiari.
Fu il risultato migliore conseguito dal centrodestra a Reggio Emilia. Non lo dico io, ma i numeri. Alla conta dei voti portammo a casa il 28%, 6 consiglieri comunali di Alleanza nazionale e 5 di Forza Italia. In Provincia, dove il nostro candidato presidente era Liborio Cataliotti, 5 consiglieri provinciali di Forza Italia e due di An.
Quindi, sostiene lei, ancora meglio del 2019, quando il candidato sindaco leghista Roberto Salati condusse il centrodestra al ballottaggio contro il sindaco del centrosinistra Luca Vecchi?
Anche in quell’occasione il centrodestra arrivò al 28%, ma con una differenza sostanziale: nel 1999 lo schieramento era composto solo da Alleanza Nazionale e Forza Italia, Udc e Lega non avevano accettato di correre con noi, mentre nel 2019 al contrario il centrodestra si presentò alle urne compatto.
E siamo nel 2009, anche Alleanza nazionale si scioglie ed entra a far parte del Popolo delle Libertà.
Ho ricoperto il ruolo di presidente provinciale di An a Reggio Emilia dal 1996 al 2007, quasi per l’intero arco della vita del partito. Nel 2007 rassegnai le dimissioni e al mio posto arrivò Tommaso Lombardini.
Posso raccontare questo retroscena. Nel 2007 andai a Roma a trovare Gianfranco Fini, non sono mai stato sulle sue posizioni, ma tra noi c’è sempre stato un rapporto cordiale. Ricordo che, accogliendomi nel suo ufficio, mi raccontò che era nata sua figlia, avuta dall’unione con la Tulliani. Disse: “Mi sento rinato”. Poi nel pomeriggio mi invitò in via del Corso per un annuncio che avrebbe dovuto fare durante una conferenza stampa. Nacque li la decisione di fare confluire Alleanza Nazionale nel Pdl.
Il partito unico del centrodestra con la fusione a freddo tra An e Forza Italia. Ci furono dei mal di pancia?
Dopo il discorso del predellino a Milano di Silvio Berlusconi (2007, ndr), in cui fu annunciato lo scioglimento di Forza Italia nel Pdl, Gianfranco Fini non raccolse subito l’invito. Poi nel 2007, come ho già detto, annunciò la fine di An. Tra i due partiti qualche frizione ci fu. Alle amministrative del 2009 fui l’unico consigliere comunale proveniente da Alleanza Nazionale a entrare in Sala del Tricolore, primo per preferenze nel Popolo delle Libertà. Ma capogruppo del Pdl fu nominato Liborio Cataliotti.
Poi decise di uscire dal Pdl.
Sono uscito dal Popolo delle Libertà nel 2012, e sono rimasto in Sala del Tricolore fondando il gruppo di Fratelli d’Italia. Nel 2015 ho avuto problemi di salute seri e ho scelto di ritirarmi dalla vita politica.
Nel 2020 ho fondato l’associazione culturale Balder, con la quale promuovo convegni culturali. Poi mi hanno cercato Alessandro Aragona e Alberto Bizzocchi, Fratelli d’Italia era nato nel 2012, e ho dato vita al circolo Marzio Tremaglia, 140 iscritti. Sono stato coordinatore comunale di FdI dal 2020 al 2023, avevo già premesso che non mi sarei candidato di nuovo. Così ho fatto la mia scelta di vita privata e ho lasciato l’incarico di coordinatore. Aggiungo però che sono ancora iscritto al partito e sostenitore di Giorgia Meloni.
Dal 1945, sono passati 81 anni, il centrodestra a Reggio Emilia non ha mai vinto, secondo lei perché?
Di fatto nel primo dopoguerra, con un accordo tra la Dc e il Pci, l’Msi fu messo fuori dall’arco costituzionale. Anche a Reggio Emilia comunisti e cattolici fingevano di litigare, ma in realtà, sottobanco, stringevano accordi. Ne ho avuto la riprova sul caso dell’appartamento di via Giorgione, sollevato da me con lo scomparso consigliere della Lega Guido De Lisio, concesso in comodato d’uso gratuito all’allora procuratore della Repubblica, Elio Bevilacqua. La giunta di Ugo Benassi si giustificò con un presunto pericolo proveniente dalle Br. Il primo cittadino, in accordo con il gruppo consiliare della Dc guidato da Carla Corbelli Mietto, invocò l’aiuto di Mino Martinazzoli, allora ministro dell’Interno, il quale però di quella vicenda se ne lavò le mani e rispedì la decisione al mittente: responsabilità vostra, il governo non c’entra.
Negli anni più recenti, poi, con la nascita del Pd, al controllo capillare delle cellule ex comuniste si sono aggiunti anche i cattolici che operano nelle parrocchie.
(Foto in alto: Marco Eboli, candidato sindaco e Liborio Cataliotti, candidato a presidente della Provincia, si stringono la mano dopo le elezioni amministrative del 13 giugno 1999).
(3 Fine).
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