Seconda puntata dell’intervista con Elena Montecchi su Reggio Emilia, problemi e criticità di una città che cambia, alle prese con un futuro ancora da scrivere.
Elena Montecchi, consigliera e assessore comunale, deputata, sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei ministri, dal 1996 al 2001, e sottosegretaria al ministero della Cultura dal 2006 al 2008, è da anni residente del centro storico. Ci ha parlato del declino economico dell’esagono, del tema della sicurezza in città, dell’immigrazione, di un welfare oggi da riformulare e della popolazione digitale ancora da educare .
Le analisi Istat come vedono la Reggio del futuro?
Le analisi Istat più attendibili ci dicono che Reggio Emilia affronterà il 2050 con un’economia solida e una popolazione complessivamente stabile, un lusso che molte province italiane non avranno. La vera sfida per la città sarà l’evoluzione del suo welfare: un sistema nato e calibrato per essere “a misura di bambino” (asili nido, scuole dell’infanzia d’eccellenza) che dovrà essere ridisegnato per reggere un carico massiccio di over 65 e grandi anziani soli, senza perdere la sua proverbiale coesione sociale.
La città di Reggio Emilia, insieme ai comuni del distretto ceramico e meccatronico registreranno la massima concentrazione di residenti e di immigrati in età lavorativa, reggendo l’urto economico, ma non sarà così per il resto della provincia.
L’immigrazione sarà la risorsa decisiva per garantire quell’equilibrio. Reggio Emilia ha un tasso di alunni con cittadinanza non italiana tra i più alti d’Italia, attestandosi oggi a sfiorare il 20% medio nelle scuole statali (con picchi molto più elevati nei quartieri centrali e della prima periferia della città).
La vera chiave di lettura per il 2050 non è l’arrivo di nuovi flussi, ma la stabilizzazione delle seconde e terze generazioni: il 66,8% di questi studenti “stranieri” è a tutti gli effetti nato in Italia. La scuola reggiana si trasforma da laboratorio di prima accoglienza a spazio di cittadinanza matura. Senza l’apporto strutturale di questa componente della popolazione, il collasso demografico e la chiusura dei plessi scolastici nei quartieri della città sarebbero già avvenuti.
Le scuole di Reggio Emilia da oggi al 2050 non rischiano la chiusura di massa grazie alla forte attrattività migratoria del territorio, ma cambieranno pelle. Questa è una delle sfide principali.

Ha parlato del ruolo della scuola, ce ne sono altre secondo lei?
Altrettanto significativo sarà il cambiamento della composizione dei redditi. La città parte da una posizione di assoluto privilegio: le dichiarazioni dei redditi la inseriscono stabilmente nella top 10 delle province più ricche d’Italia, con un reddito medio imponibile della sola città capoluogo che sfiora i 26.000 euro per contribuente (e picchi che superano i 32.000 euro nei comuni dell’hinterland ricchissimo come Albinea).
L’importo medio delle pensioni è eccezionalmente elevato (24.206 euro di media), staccando nettamente la media nazionale. Questo accade perché chi è andato in pensione in questi anni ha alle spalle 40 anni di contributi versati durante l’epoca d’oro del boom manifatturiero reggiano degli anni ’80 e ’90.
Ma sono già in atto i fenomeni che faranno sì che la ricchezza sarà distribuita in modo profondamente diverso.
Già oggi i tecnici specializzati della meccatronica, i progettisti e i quadri delle grandi aziende (come il Gruppo Max Mara, Interpump, Walvoil, o il comparto delle macchine agricole e ceramiche) dichiarano redditi medio-alti, compresi nella fascia tra i 35.000 e i 55.000 euro. Sono posizioni che si rafforzeranno ulteriormente con l’introduzione della IA.
Nello stesso tempo con l’esplosione della popolazione anziana (nel 2050 oltre un terzo dei reggiani sarà over 65, e quasi il 66% degli over 85 vivrà solo), la domanda di lavoro si sposterà massicciamente sui servizi di cura, sanità domiciliare, assistenza e intrattenimento per la terza età. L’IA non può sostituire l’empatia o la manipolazione fisica di un paziente e queste professioni e attività verranno pagate di più: oggi la componente con redditi dichiarati più bassi a Reggio Emilia (sotto i 15.000 euro, che rappresenta oggi circa il 26% dei contribuenti provinciali) è composta in gran parte da lavoratori dei servizi, della ristorazione, dell’assistenza alla persona e da giovani in inserimento.
Allora chi premierà il reddito?
Il reddito non premierà più il “tempo trascorso in ufficio o in linea di montaggio”, ma si concentrerà nelle mani di chi detiene competenze tecnologiche insostituibili, mentre le mansioni intermedie dovranno riconvertirsi verso l’economia della cura e dei servizi fisici per non scivolare verso il basso.
Come dicevo prima, i gruppi dirigenti di questa città e provincia hanno la possibilità di utilizzare scenari attendibili per progettare una risposta sensata e ragionevole per i futuri cittadini. È un impegno che non può essere eluso ma che ha bisogno di grande sensibilità politica per gestire i momenti di passaggio, già evidenti e le frizioni che comunque ci saranno.
In questo scenario ci sono pericoli per la democrazia?
Qualche giorno fa uno studioso americano, Michael Sandel, ha tenuto una conferenza a Venezia intitolata “La democrazia in pericolo: percorsi per un rinnovamento civico” ed ha evidenziato che i sentimenti di esclusione, di rabbia e di umiliazione rendono molto più fragile la democrazia.
Le persone che si sentono ai margini dei cambiamenti tumultuosi che avvengono nelle loro comunità, che percepiscono di essere considerati dei “perdenti” non si sentono parte di una città. Dunque, c’è una criticità culturale, perfino “sentimentale” che riguarda dei cittadini che si percepiscono come estranei ai margini …di città autoreferenziali, seppur democratiche e politicamente progressiste, che parlano solo al ceto medio…”.
Il dibattito pubblico si concentra moltissimo sulla povertà e sui bassi redditi. Però la questione del reddito basso è solo una parte del complesso problema della marginalizzazione dei cittadini “poveri che lavorano con noi, ma son nati lontano”.
Sandel invita chi ha il potere a riflettere sui sentimenti delle persone e a considerare che il “mercato dei populisti di destra e di sinistra è fiorente perché non offre soluzioni, ma dà voce alla rabbia individuale e collettiva”.
Un altro studioso, Avishai Margalit, sostiene, come Sandel, che l’umiliazione è un sentimento potente e che la solidarietà, la giustizia sociale, l’equità rischiano di diventare fredde parole burocratiche se nei programmi e nelle politiche non si riconoscono le differenze di possibilità e di opportunità tra una persona e un’altra e se non si agisce per restituire dignità a tutti. Le politiche sociali redistributive da sole non bastano. Bisogna investire sul capitale umano e questo deve essere un obiettivo che deve tornare, come negli anni tumultuosi della crescita del secolo scorso a vedere le istituzioni, il mondo dell’economia e delle associazioni, dei sindacati, lavorare insieme.
Non posso non chiederle che ruolo dovrebbe svolgere la politica?
Alla politica spetta di nuovo il compito di trovare un equilibrio tra i vari interessi, che non lasci indietro nessuno, per far sì che nessuno si senta escluso.
Io penso che si possa immaginare la città del prossimo e vicino futuro solo se si terranno in debita considerazione le riflessioni e gli studi sul disincanto e sullo scetticismo delle persone verso la politica, le istituzioni e la democrazia.
Secondo me ogni proposta programmatica dovrebbe essere centrata sul potenziamento delle risorse individuali e collettive delle persone perché le competenze umane sono alla base della capacità di una città (e di un Paese) di rispondere alla sfida dell’innovazione in modo equo.
Ci sono mille modi per parlare di innovazione tecnologica ma non si devono mai eludere le domande di fondo: chi saprà usarle, chi farà in modo che producano benefici diffusi, come si aiuteranno le persone a stare sul mercato tecnologico?

Reggio Emilia si autodefinisce, è una smart city, quindi il mercato tecnologico è già qui. Chi dovrebbe rispondere alle domande che ha posto?
Proprio per questo mi preme evidenziare un tema: le amministrazioni pubbliche e le grandi imprese private che erogano servizi di pubblica utilità hanno fatto balzi giganteschi nel campo digitale e stanno sperimentando applicazioni di Intelligenza artificiale. Però molti ultrasessantenni e altrettanti cittadini extra-comunitari adulti non sanno utilizzare queste opportunità e si ritrovano ai margini di un cambiamento che li riguarda.
Reggio è considerata una Smart City però se i nostri concittadini non sono in grado di fruire dei servizi che cambiano in meglio la loro vita sorge un problema democratico. Quindi i decisori pubblici devono interrogarsi sui modi migliori e più efficaci per formare una “popolazione digitale”. A partire dagli anziani. Questo sarebbe un modo “intelligente” per partecipare al futuro.I dati demografici ci dicono anche che la maggioranza relativa di coloro che avranno 25/35 anni nel 2050 non saranno figli di genitori nati in Italia. Dobbiamo puntare ad un mercato del lavoro di qualità e dunque far sì che i venticinque/trentacinquenni del futuro abbiano fin da adesso le opportunità e il sostegno per un percorso di studi degno di questo nome.
La mobilità sociale che abbiamo conosciuto non esiste più?
La mobilità sociale che abbiamo conosciuto negli anni Settanta e in quelli successivi è da tempo un miraggio. Secondo me le imprese, a partire da quelle che operano nel campo della logistica e dei servizi di pulizia, che danno lavoro a tanti cittadini extra-comunitari, dovrebbero finalizzare delle risorse finanziarie da destinare a delle borse di studio per i figli dei loro dipendenti. Chiediamoci quanti ragazzi e ragazze sono costretti a scegliere percorsi scolastici di basso profilo perché sono nati in famiglie che non hanno né gli strumenti culturali adeguati, né buoni stipendi.
Si può rimediare a questa ingiustizia sostenendo finanziariamente quei ragazzi nei loro percorsi di studi superiori e universitari.
La percentuale di laureati a Reggio Emilia e provincia non è alta. Ci sono dei lavoratori e delle lavoratrici che aspirerebbero ad iscriversi ad una Facoltà universitaria, ci sono poi dei ragazzi figli delle famiglie meno abbienti che economicamente non possono permettersi di frequentare, da fuori sede, un corso universitario tradizionale.
Reggio potrebbe favorire le iscrizioni al net-work delle Università telematiche garantendo una ulteriore opportunità alle persone che in ogni caso non potrebbero mai frequentare l’Università di Modena e Reggio.

Quindi, per la città del futuro ha qualche sogno nel cassetto?
Sì, per la futura Reggio del 2050, ho qualche sogno nel cassetto. Riguarda dei progetti a mio avviso strategici, dall’alto valore simbolico, che possono rappresentare un impegno a dare una continuità con le identità più profonde della nostra città e la cui realizzazione dovrebbe essere programmata perlomeno nell’arco di un decennio. Mi piacerebbe che si aprisse un cantiere per il restauro degli splendidi Chiostri della Madonna della Ghiara che, con la Chiesa, sono un complesso di rilevante valore architettonico e artistico.
Sogno il recupero dell’ex carcere San Tomaso e dell’ex Ospedale psichiatrico giudiziario che potrebbero essere destinati a servizi terziari, commerciali, culturali e ad usi abitativi e valorizzerebbero pure le vie, le piazze e le piazzette attigue ai due immobili. Utilizzando anche investimenti finanziari privati si darebbe nuova vita a dei luoghi che per secoli furono percepiti dai reggiani come un mondo a parte, destinato alla detenzione di malavitosi e di pazzi. Quando passo accanto all’ex carcere o all’ex Opg mi ricordo una frase di Italo Calvino “il futuro non realizzato è un ramo secco del passato.
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