Quando anche i marchi forti cominciano a lasciare il centro, non siamo più davanti a un episodio. Siamo davanti a un segnale politico, economico e urbano. L’uscita di Sephora dall’Esagono e lo spostamento di Wind3 verso i centri commerciali non sono soltanto cronaca commerciale. Sono un certificato di malattia del centro storico, e in particolare di quella parte di città che da anni viene trattata come una periferia interna: via Emilia San Pietro, Santo Stefano, l’area dell’Esagono, le strade che dovrebbero essere porta nobile della città e che invece vengono lasciate consumare lentamente.
Ormai il processo appare quasi irreversibile. Non perché una vetrina spenta non possa tornare ad accendersi, ma perché quando si spegne la fiducia il danno diventa profondo. Quando un operatore commerciale capisce che i clienti si sono spostati altrove, quando percepisce che sicurezza, comodità e attrattività stanno nei centri commerciali, allora non siamo più davanti a un singolo contratto finito. Siamo davanti al cambio di baricentro della città.
Sephora non è la piccola bottega costretta a chiudere per stanchezza. Wind3 non è un negozio improvvisato. Sono insegne strutturate, capaci di leggere numeri, passaggi, costi e ritorni. Se se ne vanno, significa che il centro non convince più neppure chi ha marchio, organizzazione e clientela. Questo dovrebbe far suonare un allarme molto più forte di qualunque comunicato rassicurante.
Da anni si racconta una favola: il centro storico vivrebbe di eventi, aperitivi, qualche iniziativa culturale, luci natalizie, mercatini e parole gentili. Ma il commercio non vive di fotografia. Vive di continuità, accessibilità, sicurezza, decoro, parcheggi, servizi, residenti, uffici, passaggio quotidiano, manutenzione, pulizia, presenza. Un centro non si salva con un sabato affollato se dal lunedì al venerdì le vie restano vuote e i commercianti contano più problemi che clienti.







Il confronto con i centri commerciali è impietoso. Là il cliente trova parcheggio, copertura, percorsi ordinati, sicurezza percepita, orari certi, concentrazione di negozi, servizi, ristorazione e una regia unica. In centro spesso trova cantieri, degrado, strade sporche, aree poco presidiate, burocrazia, costi elevati, difficoltà di accesso e una sensazione di abbandono. Poi ci si stupisce se le insegne scelgono I Petali, la Meridiana, le Querce, invece di restare in zone dove la città sembra non avere più un progetto.
La responsabilità non può essere scaricata solo sul mercato, su internet, sulle abitudini dei consumatori. Certo, il commercio è cambiato. Certo, l’online pesa. Certo, i grandi contenitori commerciali hanno attrattività. Ma una città seria non assiste al declino del proprio centro come se guardasse piovere. Una città seria interviene prima, non dopo. Costruisce un piano. Mette insieme sicurezza, fiscalità locale, affitti sostenibili, incentivi mirati, trasporti, parcheggi, illuminazione, pulizia e presidio sociale.
Qui invece si ha la sensazione di una lunga sottovalutazione. Per anni si è pensato che il centro si difendesse da solo, per prestigio, per storia, per memoria. Ma la memoria non paga gli stipendi. La bellezza non basta, se non è accompagnata da governo. La via Emilia non può vivere solo perché si chiama via Emilia. Ha bisogno di essere attraversata, abitata, desiderata. Se una strada non viene resa comoda, pulita, sicura e viva, diventa un corridoio di passaggio o, peggio, un luogo da evitare.
Il danno sociale è enorme. Ogni negozio che se ne va non porta via solo merce. Porta via luce, relazioni, controllo spontaneo del territorio, lavoro, fiducia, identità. Una vetrina accesa è anche un presidio civile. Un commerciante che apre ogni mattina è una sentinella della città. Quando se ne vanno le insegne, quando restano buchi, cartelli di affitto, saracinesche abbassate e attività temporanee, non perde solo l’economia. Perde la comunità.
Bisogna dirlo con chiarezza: se il centro storico diventa un luogo bello solo nelle brochure e fragile nella vita reale, allora la politica ha fallito. Non basta convocare tavoli, annunciare progetti, distribuire parole come cerotti su una ferita profonda. Serve una scelta netta: o il centro torna a essere il cuore economico e sociale della città, oppure verrà trasformato in una scenografia, buona per qualche evento e inutile per la vita quotidiana.
Via Emilia San Pietro è oggi il simbolo di questa sconfitta. Non è una zona qualsiasi. È una porta d’ingresso, un asse storico, un pezzo identitario di Reggio Emilia. Se lì arretrano i marchi, se lì chiudono le attività, se lì i commercianti restano soli, allora il problema non è locale: è strategico. Significa che la città ha accettato, più o meno consapevolmente, che alcune parti del centro siano sacrificabili.
Il rischio è arrivare troppo tardi. Perché il commercio, quando perde massa critica, entra in una spirale: meno negozi significano meno passaggio; meno passaggio significa meno convenienza ad aprire; meno aperture significano più vuoti; più vuoti significano più degrado percepito. È un meccanismo crudele, e una volta avviato non si ferma con le frasi di circostanza.
L’uscita di Sephora e Wind3 va letta per ciò che è: non un trasloco, ma un verdetto. Il centro storico non può più permettersi anestesia verbale. Ha bisogno di un piano straordinario, urgente, concreto. Altrimenti continueremo a leggere articoli di commiato. Il centro storico non muore in un giorno. Muore per sottrazione: un negozio alla volta, una luce alla volta, una decisione mancata alla volta.
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Giacomo Scillia, per 20 segretario di Confesercenti, cofondatore della Caramella Buona Onlus, ex presidente del circolo Quaresimo, fondatore del Club delle Arti Reggiane, giornalista pubblicista collabora con diverse testate.
