Il centro storico di Reggio Emilia e molte altre zone, in particolare quella della stazione, sono spesso luoghi di degrado, di emarginazione e di violenza. Per parlare della città di oggi e del suo futuro abbiamo incontrato Elena Montecchi, che è stata consigliera e assessore comunale, deputata, sottosegretaria alla presidenza del Consiglio dei ministri, dal 1996 al 2001, e sottosegretaria al ministero della Cultura dal 2006 al 2008. Ma abbiamo voluto intervistare Elena Montecchi perché abita in centro storico. Il discorso, però, si è presto allargato andando oltre la questione della sicurezza, anche se ci tiene a precisare che «la sicurezza dei cittadini è un diritto e se un cittadino ha paura a uscire di casa la sera, non è libero. Ma chi sostiene e scrive che a Reggio siamo nel pieno di un’emergenza criminale deve dimostrare quali sono i fatti concreti ai quali si fa riferimento e suggerire quali soluzioni pratiche potrebbero essere adottate».
Elena Montecchi, lei abita in centro storico, che quadro si è fatta sulla situazione del cuore della città? La rete commerciale del centro si sta impoverendo, assistiamo a molte chiusure di negozi, inoltre c’è un problema che riguarda la sicurezza. Come hanno più volte denunciato i residenti, la zona della stazione è senz’altro l’area più critica. Quale è il suo punto di vista su queste questioni?
Vivo in centro da molto tempo. Nei primi anni Settanta le piazze erano dei parcheggi, le auto sfrecciavano in piazza del Monte, l’inquinamento non era ancora considerato un problema, gli stili di vita, di consumo e i redditi delle persone erano molto diversi dalla situazione odierna. Oggi il nostro centro cittadino è un luogo simile a tante altre città europee. Abbiamo cura del nostro patrimonio storico architettonico, ci sono molte piazze animate, possiamo fruire di svariate opportunità culturali, di tanti eventi popolari e di una miriade di mercatini che attraggono migliaia di persone. Ma, così come è accaduto in tutta Europa, le funzioni economiche dei centri storici che esistevano sin dal Medioevo si sono “spostate” in altre aree. La rete commerciale tradizionale, soprattutto per certi settori merceologici, è stata travolta dal cambiamento dei tempi.
Potrebbe farci alcuni esempi?

Cito due esempi tra i tanti possibili. Il primo: lo sviluppo irreversibile degli acquisti on-line ha messo in crisi molti esercizi. Per alcuni imprenditori del centro la crisi è stata anche una faticosa occasione per reinventare la loro professione: diversi commercianti che conosco hanno iniziato anch’essi ad utilizzare la Rete, con buoni risultati economici. Ciò è andato a vantaggio dei clienti, perché gli esercizi commerciali che frequento offrono più servizi, tra questi cito le prenotazioni online e le consegne delle merci a domicilio.
Il secondo esempio riguarda l’abbassamento dei redditi familiari. Una fascia della popolazione che vive a Reggio acquista i generi alimentari solo nei discount e l’abbigliamento a basso prezzo nei mercati ambulanti settimanali. Questo ha modificato la struttura della rete del commercio al dettaglio.
Molti esercizi commerciali hanno introdotto idee nuove e hanno investito delle risorse economiche per rafforzare il loro business. Sono nate anche delle reti informali di commercianti che offrono eventi musicali o di intrattenimento che contribuiscono ad animare e a rendere più vivibili e sicure le piazze e le vie.
In queste trasformazione di cui parla introdurre il tema della sicurezza è una forzatura?
Insieme a queste trasformazioni, è emersa molto più forte la questione della sicurezza. La sicurezza dei cittadini è un diritto e se un cittadino ha paura ad uscire di casa la sera, non è libero.
Lo Stato e le Istituzioni locali hanno il dovere di garantire e di tutelare la libertà della gente usando sia gli strumenti di prevenzione sia quelli della repressione della micro e della macro-criminalità. A me sembra che la collaborazione in atto tra le forze dell’ordine e la Polizia locale sia un’ottima modalità di lavoro. In questi giorni abbiamo ricevuto alcune buone notizie: sono state sgominate due bande, una di spacciatori e l’altra di rapinatori.
Poi c’è la recente ordinanza del sindaco contro i bivacchi e il consumo di alcolici, che interviene su alcune aree cittadine piuttosto critiche. Ma, ovviamente, ci sono molti problemi aperti, a partire dal fatto sempre più spesso le auto parcheggiate ai bordi delle strade, sono prese di mira e vandalizzate.
Quindi, a suo avviso, come sarebbe giusto muoversi?
Ho partecipato a qualche riunione promossa dal Comune sui temi della sicurezza e ho ascoltato le preoccupazioni e le segnalazioni di tanti residenti e ho apprezzato l’impostazione che guida gli atti concreti dell’Amministrazione: presidio del territorio e coesione sociale.
Le iniziative sono diverse: in centro e nella zona della stazione ci sono gli street tutor; dal 2025 nell’area della stazione sono presenti delle unità dell’esercito; la rete della video sorveglianza sulle strade è molto estesa; oltre alle forze dell’ordine e alla polizia locale, ci sono anche i volontari dell’Associazione pensionati della polizia di Stato.
Infine, in centro abbiamo tre gruppi di controllo di vicinato che svolgono funzioni di “vedetta” sul territorio e la Consulta del Centro Storico è composta da persone attive e sensibili sui temi della sicurezza.
Forse si potrebbe fare altro e di più?

Certamente sì, ma chi sostiene e scrive che a Reggio siamo nel pieno di un’emergenza criminale deve dimostrare quali sono i fatti concreti ai quali fa riferimento e suggerire anche quali soluzioni pratiche potrebbero essere adottate.
Non sono un’esperta e non mi piace parlare di questioni che non ho approfondito adeguatamente, ma penso che una azione cruciale per limitare la microcriminalità nella zona della stazione e non solo, sia quella di combattere lo spaccio e il consumo di crack.
Una droga micidiale come tutte le droghe, ma assai più pericolosa delle altre perché i consumatori di crack hanno comportamenti violenti. Si dovrebbe parlare del fenomeno del crack anche con i cittadini perché l’informazione in questi casi è molto importante.
Sulle informazioni da dare ai cittadini a cui accennava sopra sarebbe utile affrontare la questione delle baby gang che anche Reggio costituiscono un serio problema di sicurezza?
Infatti, sarebbe utile affrontare con la popolazione anche il tema delle baby gang e della violenza giovanile, un fenomeno che va preso molto sul serio.
Penso che una reale risposta alla piaga della violenza giovanile debba coinvolgere più competenze e più istituzioni. Le forze dell’ordine sono indispensabili per prevenire e reprimere dei reati, ma il ruolo dei servizi sociali, del mondo della scuola e del volontariato è indispensabile.

Le baby gang sono composte in buona parte da cittadini italiani figli di extracomunitari, ma il fenomeno riguarda anche tanti ragazzi reggiani.
Non servono a nulla le polemiche strumentali antiimmigrati e la demagogia di chi semina paura, rabbia e odio, perché è un gioco cinico e pericoloso che aumenta i rischi della diffusione di reazioni violente da parte di chi si sente di non aver nulla da perdere.
Ci sono inchieste, ricerche e pubblicazioni sulle periferie delle città francesi che dimostrano come gli interventi esclusivamente repressivi verso le bande giovanili hanno sortito l’effetto moltiplicatore della violenza.
La questione va affrontata con fermezza, ma non vi è nulla di “buonista” nel ritenere che la detenzione nelle carceri minorili non sia l’unica soluzione possibile. I programmi sociali di recupero, alternativi alla detenzione, dovrebbero essere la principale linea guida per affrontare la microcriminalità giovanile.
Quale composizione demografica ha il centro storico di Reggio Emilia?
Il centro storico non è solo il cuore di una città capoluogo di provincia, è anche un quartiere che ha una composizione demografica piuttosto complessa.
I dati demografici e quelli reddituali dimostrano che il centro non è la residenza principale dei reggiani più giovani, più ricchi e benestanti. Nel perimetro del centro risiedono molti anziani soli e numerose famiglie con dei redditi molto bassi e molte sono di lavoratori extracomunitari, ma il fenomeno riguarda anche un numero limitato di italiani, che percepiscono salari bassissimi e hanno almeno due o tre bambini. Sono lavoratori poveri e dignitosi, ma sono invisibili perché non hanno le informazioni adeguate a rivolgersi ai servizi sociali o ai patronati sindacali così rimangono gli aiuti di qualche parrocchia, i sostegni della Caritas e degli Empori solidali.
A differenza di altri quartieri in centro le reti di volontariato strutturato sono poche e funzionano delle forme di aiuto solidale grazie al passaparola.
C’è chi compra i vestiti o le scarpe ai bambini, chi dà lezioni di italiano, chi offre un buono spesa e chi paga la gita scolastica di qualche ragazzino. Ma non basta. Abbiamo da poco festeggiato l’ottantesimo anniversario della nostra Repubblica e mi piacerebbe che i cittadini reggiani, le forze politiche e i corpi intermedi ricordassero che l’articolo 2 della Costituzione indica tra i nostri doveri inderogabili quello della solidarietà economica e sociale.
Per costruire la Reggio che conosciamo hanno contribuito le istituzioni, i partiti politici, le associazioni, i sindacati. Oggi questa costellazione politico-sociale è diversa, indebolita?
Come tantissimi altri reggiani sono orgogliosa dei risultati che ha raggiunto la nostra città grazie all’impegno delle istituzioni, alle idee, agli investimenti e al lavoro delle persone. Ancora oggi siamo una comunità forte, ma un po’ più fragile rispetto al passato perché il tessuto relazionale collettivo mostra qualche crepa. I partiti politici, le associazioni, i sindacati sono assai meno rappresentativi e ogni qualvolta siamo chiamati al voto si registrano delle alte percentuali di astensionismo. Chi ha delle responsabilità politiche e istituzionali ha un compito molto difficile, quello di riconnettere il nostro prezioso tessuto sociale, per far sì che l’individuo si senta parte a pieno titolo della vita collettiva.
I residenti del centro che conosco, chiedono attenzione e ascolto. C’è una frase, tratta da un bellissimo romanzo di Italo Calvino, che mi pare rappresenti bene la complessità del rapporto tra le persone e il potere: “…di una città non godi solo le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda…”
Nel 2023 la Regione Emilia-Romagna ha approvato una legge sugli “Hub Urbani” per la valorizzazione economica, commerciale e culturale dei centri storici. Nel marzo del 2025 il Comune di Reggio ha lanciato l’Hub del centro storico e questo strumento è diventato operativo nel luglio dello stesso anno. Secondo lei che sviluppi potrebbe avere l’Hub Urbano?

Ho apprezzato l’impostazione che sta alla base dei singoli articoli della legge regionale che lei ha citato. A mio avviso la legge corrisponde ad una visione collaborativa e multidisciplinare. I problemi del recupero dei centri urbani possono essere affrontati solo coinvolgendo e responsabilizzando più soggetti economici ed imprenditoriali, il mondo delle professioni e della cultura. Nel passato alcune scelte compiute dalle amministrazioni delle città emiliane furono vissute dall’opinione pubblica come “decisioni calate dall’alto” perché la popolazione o le categorie interessate furono coinvolte in modo episodico: qualunque cambiamento di questo tipo ha bisogno di consenso.
Potrebbe farci un esempio?
Posso fare un esempio reggiano: nel 2023 l’amministrazione comunale decise di estendere la zona a traffico limitato a via Emilia Santo Stefano e Corso Garibaldi. Questa scelta, a mio parere, era giusta, ma ci furono dei difetti di comunicazione e dei limiti di ascolto delle voci e dei suggerimenti dei commercianti e dei residenti. Le tensioni e i conflitti furono inevitabili e rientrarono parzialmente solo dopo un confronto stringente con il sindaco allora in carica. Oggi, però, i residenti e i commercianti lamentano ancora la mancanza di parcheggi nelle aree più vicine a Corso Garibaldi, oltre al degrado del piccolo parco di piazza San Zenone. Il Comune, per insediare l’Hub del centro, ha intrapreso il percorso partecipato tracciato dalla legge regionale e per individuare gli obiettivi da raggiungere, ha coinvolto in modo ampio e diffuso una pluralità di soggetti. È una sperimentazione interessante, anche se è ancora presto per verificare se ci saranno risultati positivi, ma gli operatori del centro che conosco hanno accettato questa sfida con entusiasmo e speranza e sono già stati organizzati eventi che animano la città.
Qual è la sua idea di città?
Nel passato le classi dirigenti locali, imprenditori, politici, intellettuali, hanno avuto l’ambizione, il coraggio e la fantasia di compiere delle scelte che si sono dimostrate quasi sempre vincenti. Però non ci si può fermare alla memoria del passato perché il futuro è già iniziato e dobbiamo chiederci che città vogliamo domani, cosa lasceremo a chi abiterà la città nel 2050. Penso a una città che progetta il proprio futuro con l’ambizione, il coraggio e la fantasia sorrette dalle conoscenze sociologiche, economiche, scientifiche sullo stato delle cose. È impossibile fare delle valutazioni sull’andamento economico nel medio-lungo periodo, anche se qualche tendenza, è possibile coglierla, a partire dai mutamenti demografici in corso, che saranno profondi.
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