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Il killer è un 43enne nato e cresciuto alla Rosta, ma per Lega e sovranisti la colpa è dell’uomo nero
Si chiama Andrea Pellati ed è un reggiano di 43 anni il presunto assassino di Raffaele Stipa, il titolare della pizzeria piadineria Yoghi di via Gran Sasso d’Italia 3 ucciso ieri sera a coltellate.
Pellati, 43 anni, nato e cresciuto alla Rosta, in passato ha avuto precedenti per droga. Nel 2016 Pellati era stato arrestato dalla dalla Squadra mobile dopo che i suoi vicini di casa avevano denunciato un sospetto giro di persone. Gli agenti avevano colto in flagranza di spaccio Pellati, nella cui abitazione erano stati sequestrati 32 grammi di cocaina, funghi essicati e denaro contante (nella foto). Arrestato e portato in carcere, aveva detto che la droga era principalmente per lui, che solo qualche volta la cedeva a qualche amico e che i funghetti, da lui stesso coltivati, non avevano effetti allucinogeni. Dopo poche ore il giudice Antonella Pini Bentivoglio lo aveva quindi liberato senza alcuna misura.
La notizia della terribile uccisione di Raffaele Stipa, rilanciata anche dai media nazionali, ha suscitato dolore e indignazione. Non sono mancate reazioni fuori luogo come quella di Marco Rizzo, ex deputato ed europarlamentare di Rifondazione Comunista e poi dei Comunisti Italiani, dal 2024 co-fondatore e coordinatore di Democrazia Sovrana Popolare, sostenuta alle elezioni europee di quell’anno anche da Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma (Alleanza nazionale) ed ex ministro nei governi Belrusconi.
Anche Tommaso Fiazza, capogruppo della Lega in Regione Emilia Romagna, ha subito diffuso un comunicato dal titolo
«Chi uccide per una pizza non puo’ avere posto nella nostra comunità. Avanti con la remigrazione»
“Questa è una tragedia che colpisce tutta l’Emilia-Romagna e che impone una riflessione seria, senza ipocrisie: un uomo è stato accoltellato e ucciso per essersi rifiutato di regalare l’ennesima pizza ad uno straniero – ha tra l’altro scritto – Non siamo davanti a un episodio di ordinaria criminalità, ma all’ennesima dimostrazione di una violenza incompatibile con il nostro modo di vivere. Chi arriva in Italia deve comprendere che qui il lavoro si rispetta, le regole si rispettano e un “no” non si risponde con un coltello.
Per troppo tempo la sinistra ha minimizzato il problema sicurezza, bollando come allarmismo chi denunciava un degrado ormai sotto gli occhi di tutti. “Chi sceglie di vivere in Italia deve rispettarne le leggi, le tradizioni e i valori. Chi delinque, deve perdere subito il diritto di restare nel nostro Paese. Per questo la remigrazione deve diventare uno strumento concreto di tutela della sicurezza: chi non vuole integrarsi, vive di prepotenza e porta violenza nelle nostre comunità deve essere allontanato. La sicurezza dei cittadini perbene viene prima di tutto”.
Ovviamente, l’esponente leghista ha successivamente scritto alle redazioni chiedendo di annullare il comunicato, “alla luce delle nuove informazioni diffuse dagli inquirenti, che modificano un elemento centrale della ricostruzione iniziale”.
Già, ma quale ricostruzione iniziale? Non certo quella degli inquirenti o della polizia, semmai quella – perché le colpe non ricadono solo sulla politica – di certo giornalismo. La fretta che porta a scrivere sui social, pur di acchiappare follower e like, senza verifiche anche giornalisti di lungo corso, come l’autore del post qui accanto (poi rimosso una volta scoperta la verità, quindi non più visibile e pertanto da noi reso anonimo).
Ma rimasto online abbastanza a lungo per provocare, tra commenti e condivisioni, una perversa reazione a catena che ha indotto molti reggiani, incauti politici compresi, a credere alla bufala dello straniero assassino. Con inevitabile profluvio social di commenti razzisti e inneggiamenti alla remigrazione.